BMCR 2008.10.05, Rossella Gigli, MEGALAI NESOI. Studi dedicati a Giovanni Rizza

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Rossella Gigli (ed.), MEGALAI NESOI. Studi dedicati a Giovanni Rizza
per il suo ottantesimo compleanno. 2 vols. Studi e Materiali di
Archeologia Mediterranea, 2 and 3.  Catania:  Consiglio Nazionale delle
Ricerche I.B.A.M., 2005.  Pp. 327; 394; figs. passim.  ISBN
88-89375-01-9.  EUR 280.00.

Reviewed by Paolo Daniele Scirpo, National and Kapodistrian University
of Athens ([email protected])
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Frutto di una collaborazione editoriale fra il Consiglio Nazionale
delle Ricerche (C.N.R.) e l'Istituto per i Beni Archeologici e
Monumentali (I.B.A.M.) di Catania con un comitato promotore formato da
18 accademici italiani, e\ dato alle stampe MEGALAI NESOI (Grandi
Isole), omaggio scientifico dedicato per il suo ottantesimo compleanno
a Giovanni Rizza, esploratore instancabile di quel "cemento liquido"
che e\ il Mediterraneo. A Rossella Gigli e\ stato affidato il difficile
compito di curare l'edizione dei due volumi (I-II) rispettivamente
dedicati a Creta ed alla Sicilia, le due isole dove ha lasciato il suo
indelebile segno l'attivita\ scientifica di Rizza. Il primo volume
contiene 26 articoli (gli ultimi tre dei quali dedicati alla Sicilia ed
alla Sardegna) preceduti da una presentazione e dalla bibliografia di
Giovanni Rizza, aggiornata al 2004. Il secondo volume contiene 30
articoli.

Volume I

La Presentazione della miscellanea e\ firmata da Antonino Di Vita, ex
direttore della Scuola Archeologica Italiana di Atene, che testimone
dei suoi esordi alle direttive di Doro Levi, traccia un breve profilo
biografico del Rizza, non mancando di enumerare le importanti
innovazioni che il Nostro ha apportato al mondo accademico siciliano,
come la creazione (o meglio riapertura) della Scuola di
Specializzazione in Archeologia di Siracusa e quella del Centro di
Studi sull'Archeologia greca del C.N.R. o come le iniziative editoriali
(fondazione della rivista Cronache di Archeologia e Storia dell'arte e
della serie di monografie Studi e materiali di archeologia
mediterranea).

La ricca bibliografia del Rizza e\ catalogata in base alle localita\
studiate (Lentini, Catania, Sicilia Orientale in genere, Prinia\s,
Cipro)[[1]] e alla tematica esaminata (Rapporti fra Sicilia ed Egeo,
Arti figurative in Sicilia, Scultura greca di VII secolo a.C., Mosaici,
pittura vascolare, iconografia, Storia dell'Archeologia, Beni
Culturali, Edizioni e Varie).

Il principe dell'archeologia cipriota, Vassos Karagheorghis offre
alcune riflessioni sulle relazioni fra Cipro e le altre grandi isole
del Mediterraneo (Sardegna, Sicilia, Creta, Rodi) durante l'antichita\.
Durante l'eta\ del Bronzo Tardo, le cinque isole indipendenti dal punto
di vista politico e culturale, ebbero un ruolo di primo piano come
tessuto interconnettivo fra loro e le altre parti del
Mediterraneo.[[2]] Questa prerogativa si mantenne fino alla prima eta\
del Ferro quando i Fenici iniziarono la loro ascesa. All'alba del V
secolo ormai, solo Cipro a causa della sua lontananza geografica dalla
Grecia, mantenne quell'individualita\ politica e culturale che a tutt'
oggi la contraddistingue.

Massimo Cultraro analizza un vaso zoomorfo[[3]] da Poliochni (Lemnos)
proveniente dal vano 650 dell'Isolato VIII della tarda eta\ del Bronzo
che proprio il Rizza aveva portato alla luce nel 1953 in uno dei suoi
saggi giovanili, su incarico di Luigi Bernabo\ Brea. L'autore presenta
innanzitutto una nuova proposta di ricostruzione dell'askos a forma di
porcellino a correzione del restauro effettuato nel Museo Archeologico
Nazionale dove e\ esposto (inv. P7131). La figura del suino, rivestita
di specifici attributi e di valori simbolici, e\ spesso associata nelle
culture anatoliche ai riti della fertilita\. Il vaso risulta essere
strumento impiegato in rituali di propiziazione con pratiche magiche
connesse alla sfera della sessualita\. Appare ancora oscura la
relazione fra l'askos (rinvenuto in un magazzino) e la tomba infantile
attigua che sembra essere contemporanea. Rivestito di un carattere
ctonio, il maiale sembrerebbe legato alla classe d'eta\ degli infanti.

L'attento esame di una figurina antropomorfa in steatite verde d'eta\
pre-palaziale proveniente da Fournou Koryfi a Myrtos e conservata nel
Museo Archeologico dell'Universita\ Nazionale Kapodistriana di Atene
(inv. 2870), e\ offerto da Nota Kourou. La statuetta femminile che
mostra caratteristiche simili alla classe heart-shaped di
Sakellaraki,[[4]] pur essendo un ritrovamento di superficie, non puo\
cronologicamente andare oltre l'AM IIb, e risulta di certo di
produzione locale.

Nel ricco panorama cretese, la percezione e la memoria dei palazzi
minoici, quali centri di potere, gioca un ruolo determinante nella
ricostruzione storica. Esse si mantengono per un lungo lasso di tempo,
influenzando cosi\ non poco i modi di occupazione dell'area dei
palazzi. Prendendo in esame i centri di Knosso\s, Festo\s, Zakros ed
Haghia Triada, Nicola Cucuzza offre un'analisi accurata e suggestiva
del travagliato periodo neo-palaziale nella Messara\, dove sotto
l'influenza dell'elite cnossia,[[5]] si abbandona il tentativo di
ricostruzione del palazzo di Festo\s e si sceglie d'edificare la Villa
di Haghia Triada, spostandovi l'attivita\ amministrativa e di
immagazzinamento. L'autonomia successivamente ritrovata dell'elite
locale, spiega il completamento del secondo palazzo di Festo\s (seppur
privo di alcune attivita\).

Il rinvenimento nel 1989 in strati sconvolti nella zona N-E della villa
ad Haghia Triada,[[6]] di un frammento di larnax pre-palaziale,
databile non dopo il MM II, decorata con una figura schematizzata di un
pesce, da\lo spunto di riflessione sulla rappresentazione della fauna
marina nella ceramica pre- e proto-palaziale da parte di Filippo Maria
Carinci. La decorazione all'interno ed il tema insolito lasciano
supporre un suo uso rituale destinato forse a contenere dell'acqua o
altro liquido trasparente.

Helly Anagnostou traccia un breve excursus sulla storia degli studi
dedicata alla piccola ascia decorata di Voros, oggetto di valore
cultuale, databile al TM e conservato al Museo Archeologico di
Iraklion. Adottando la lettura generale della Small,[[7]] interpreta le
due facce incise come scene di culto: nella faccia A, la dea della
guerra ricoperta dallo scudo ad otto tra due adoranti in armi, nella
faccia B, la dea esce dalle porte del cielo (o del tempio), tenute
aperte da due guardiani con lo scudo ad otto, visti di profilo.

Stylianos Alexiou da una rilettura del ciclo di affreschi nella stanza
V della casa Occidentale di Akrotiri. In contrasto con le letture di
Marinatos[[8]] e di Doumas,[[9]] ed in accordo in parte con quella
della Televantou,[[10]] l'autore vede l'illustrazione non realistica di
quattro luoghi, noti al proprietario della casa, probabilmente un
capitano di vascello: la citta\ di Akrotiri, il Peloponneso miceneo, il
Nilo egizio e la Creta Minoica (forse la stessa Knosso\s).

Nel 1975 e\ stata rinvenuta una casa sulla collina di Profitis Ilias a
200 metri dall'acropoli di Micene. In una delle sue stanze (la VI)
nell'angolo N-E sono stati trovati in situ frammenti di un affresco il
cui valore artistico, dopo il restauro, secondo Spyros Iakovidis, non
sembra affatto eccelso ma che risulta importante per la decorazione,
non estranea al repertorio minoico ma rara in quello miceneo: una
loggia lungo la facciata di una casa che termina a sinistra con una
struttura in legno, probabilmente una porta. Il suo autore, privo di
talento e senza alcun senso delle proporzioni, ci offre pur tuttavia la
rappresentazione di colonne che trovano gli unici isolati confronti
nella colonne della Porta dei Leoni ed in quelle dipinte nel luogo di
culto di Sitopotnia nell'acropoli.[[11]]

Al centro degli scambi iconografici fra Egeo ed Oriente, l'isola di
Cipro assume un ruolo di incontro delle varie tradizioni, che portarono
alla costituzione del c.d. Stile Internazionale.[[12]] Attraverso
l'analisi di alcuni importanti manufatti (Coppa in agemina di Enkomi,
Rhyton di Kition, Cratere di Kalavassos-Ayios Dimitrios) e di sigilli,
Pietro Militello propone una diversa lettura dell' iconografia
cipriota, frutto non di imitazione e fraintendimento ma di
assimilazione e rielaborazione dei modelli egei e levantini. Si
percepisce inoltre una selettivita\ dei prototipi in base al tipo di
supporto ed alle tematiche materiale. Come luogo principale di
provenienza dei motivi egei non puo\ non essere indicata Creta, sia pur
tramite l'arte micenea.

Athanasia Kanta presenta un rapporto preliminare della sua prossima
monografia sui materiali ceramici TM III C di Tylisso\s. Il sito, lungi
dall'essere abbandonato alla fine dell'eta\ del Bronzo Tardo, continua
lungo il Sub-Minoico (la cui esistenza e\ ancora da dimostrare) ed
arriva fino al Geometrico.[[13]] I materiali ceramici esaminati
appartengono a 11 classi distinte (Deep bowls, Kraters, Kylikes,
Champagne glass cups, Amphoriskoi, Kalathoi, Jug-amphora, Tubs and
basins, Cooking pots, Stirrup jars, Pithoi). I confronti fra materiali
provenienti da altri siti cretesi (Sybrita, Festo\s, Chalasmenos,
Kavousi, Karphi\), di recente pubblicazione, almeno in fase iniziale,
permettono un'idea piu\ ricca del fin qui oscuro TM III C.

Frutto della raccolta effettuata nell'estate del 1996 dalla locale
Eforia di Iraklion in contrada Keratokampo Viannou su uno scavo abusivo
dovuto alla costruzione di un vicino albergo, e\ la collezione di
frammenti ceramici minoici e post-minoici (MM IIIb-TM Ia e VIII-VII
secolo a.C.) e di 75 frammenti di idoletti antropomorfi e zoomorfi,
databili dal TM IIIb al Geometrico. L'edizione del piccolo complesso,
sebbene inficiato dalla frammentarieta\ e dalla assenza di dati
stratigrafici, permette a Gheorgios Rethemiothakis di accertare
l'esistenza di un sito minoico, fino ad allora solo ipotizzato, e di un
santuario a carattere locale di Artemide-Ilizia, predecessore del piu\
famoso e successivo (PG e G) santuario di Ilizia nella vicina grotta di
Tsoutsouro.[[14]]

John Boardman evidenzia le particolarita\ dei tesori rinvenuti nella
tomba di Khanniale Tekke a Knosso\s, databile agli inizi dell'VIII
secolo a.C.[[15]] Essi non possono essere considerati come dei semplici
depositi mai piu\ recuperati ma probabilmente delle offerte votive
tombali. Rimane ancora oscuro se il luogo di ritrovamento fosse una
tomba di una ricca famiglia di gioiellieri oppure di ricchi immigrati
orientali, non necessariamente artigiani.

Analizzando tre opere significative (testina fittile da Axo\s, testina
fittile da Sitia, e busto fittile da Praiso\s), Dario Palermo smentisce
categoricamente che durante il periodo che va dalla fine del VII alla
meta\ del VI secolo a.C., l'isola di Creta possa essere affatto
considerato un ambiente artisticamente arido ma al contrario ancora
vivo e aperto al cambiamento nel quale prosegue quella propensione alle
ricerche formali che aveva caratterizzato il periodo precedente. Il
momentaneo "appannamento" politico e culturale di Knosso\s e Gortyna,
dovuto forse all'infausto esito di un evento bellico,[[16]] favorisce
l'estremo sviluppo dell'arte cretese in centri minori, soprattutto
nella parte orientale dell'isola, e l'emigrazione delle maestranze in
altri centri del mondo greco.

Antonella Pautasso illustra una piccola statuetta fittile rinvenuta in
frammenti nell'area antistante al Tempio A sulla Patela di Prinia\s
nell'estate del 2003.[[17]] Resti di superfici d'attacco sul lato
sinistro fanno pensare ad una appartenenza ad un gruppo od a una coppia
di figura. Databile in generale all'eta\ geometrica, plasmata a mano e
di modellato pieno, essa rappresenta probabilmente una divinita\
femminile come lascia supporre il diadema con quattro appendici
corniformi, elemento simbolico che dall'eta\ sub-minoica giunge in un
lento processo di stilizzazione fino all'eta\ geometrica.

Nel tentativo di ricalibrare la prospettiva di Vitruvio sulla nascita
storica dell'ordine colonnato e sul ruolo proposito di Creta, Francesco
Tomasello illustra quattro basi di colonna da Prinia\s[[18]] che
documentando il coinvolgimento del piccolo centro cretese nel processo
di formazione del linguaggio architettonico, offrono la possibilita\ di
indagare il modo di innesto tra il fusto della colonna lignea ed il suo
supporto litico. Le basi sono di cronologie diverse (dal sub-Minoico al
Geometrico) e di morfologie non necessariamente frutto di maturazione
tecnologica.

Rinvenuto nel 2003 in un saggio nell'area a Sud del Tempio B di
Prinia\s, il frammento bronzeo (inv. P.3929) grazie al confronto con
l'elmo di Amburgo[[19]] e\ attribuito da Rossella Gigli Patane\ alla
cresta di un elmo ad alto cimiero, di tipo cretese. Le ridotte
dimensioni e la delicatezza della decorazione lasciano inoltre supporre
che fosse un'arma da parata dedicata alla divinita\ poliade da un
giovane in uno dei riti di passaggio all'eta\ adulta.

Dopo la sua scoperta ad opera del Pernier agli inizi del secolo scorso,
la fortezza di Prinia\s e\ stata di nuovo oggetto di indagini nel 1996,
2000 e 2003.[[20]] Sebbene siano ancora molti i quesiti irrisolti
(p.es. l'organizzazione interna del forte) Salvatore Rizza analizza il
progetto difensivo (forte, muro di sbarramento e torre di guardia) ed
il ruolo della torre di S-E (porta della difesa attiva). Non
accettandone le conclusioni di Pernier sulla datazione del forte al V
secolo a.C.[[21]] egli propone invece un abbassamento almeno fino al
IV, se addirittura fra la seconda meta\ del III e la prima meta\ del II
secolo a.C.

Un grande altare in marmo pentelico e\ stato recuperato in tre
frammenti fra il 1987 ed il 1989 nella zona delle case bizantine a
Gortina. La lettura delle quattro fronti decorate,[[22]] fortemente
danneggiate dall'incuria del tempo e degli uomini, permette ad Antonino
Di Vita di datare l'altare all'eta\ di Marco Aurelio (161-180 d.C.) e
di associarlo, almeno come ipotesi di lavoro, al basamento in poros
davanti al tempio (coevo) della Virtus imperiale nella zona orientale
del Pretorio.

Raffaella Farioli Campanati aggiorna una sua precedente comunicazione
sulla basilica di Mitropolis a Gortyna, oggetto di scavi congiunti da
parte della locale Eforia bizantina e della S.A.I.A.[[23]] Edificata
probabilmente gia\ nel V secolo d.C., l'edificio a cinque navate,
destinato ad essere la Cattedrale di Creta, attraversa varie fasi
edilizie, riguardanti soprattutto l'assetto liturgico della navata
mediana che presenta un pavimento musivo rinnovato come c'informa
l'iscrizione ritrovata dall'allora arcivescovo Vetranios, d'eta\
giustinianea. Lo spazio della liturgia navata mediana) emerge anche
grazie alla decorazione musiva, sulle navatelle laterali destinate ai
fedeli, pavimentate da semplici lastre di marmo. Il rinvenimento di una
parte del tetrastoon, con phiale, e la decorazione architettonica
confermano le influenze architettoniche di Constantinopoli su Creta.

Paul Faure propone una lettura di due formule minoiche (una in
scrittura geroglifica del AM III/MM I-II e l'altra in Lineare A del MM
III/TM I-II) ritrovate ad Archanes e pubblicate rispettivamente da
Evans e Xanthoudidis nel 1909.[[24]] Attraverso il metodo comparativo
ed associativo, il termine in geroglifico asa/saraka e\ spiegato come
"Santa Sovrana" oppure "Signora del mare, del cielo e della terra". La
formula ricorrente nelle tavolette piu\ recenti indica le offerte fatte
dai signori dei Nuovi Palazzi alla Ninfa, alla Madre e all'Astro solare
cosi\ come al Titano.

Come si evince dal titolo, Charalambos Kritsas da\ il "colpo di grazia"
alla presunta iscrizione bilingue proveniente da Psychroo\ che dalla
prima pubblicazione nel 1958 ad opera di Spyridon Marinatos[[25]]
divide la comunita\ scientifica sulla sua autenticita\. Cosi\ come il
Faure prima di lui, Kritsas crede che essa sia un falso moderno,
adducendo come prova, la qualita\ della pietra su cui e\ incisa
l'iscrizione, i caratteri usati e la patina aggiunta artificialmente
per invecchiarla e ingannare cosi\ il collezionista Giamalakis.

Felice Costabile presenta due nuove iscrizioni latine rinvenute a Creta
durante il suo breve soggiorno nell'estate del 2000. La prima, inedita,
che si trova inserita come materiale di spoglio sotto l'architrave di
una porta secondaria nella piccola chiesetta della
<greek>*Zerbiw/tissa</greek> nelle campagne del villaggio di Stylos
(nel nomos di Chania\), e\ il frammento di un architrave inscritto di
un tempio dedicato forse ad Artemide Aptera, dove si ricorda la sua
ricostruzione (o il restauro) ad opera di Gaius Arinius Modestus,
proconsole di Creta e Cirenaica (dal 74 al 77 d.C.), sotto l'imperatore
Vespasiano. L'ignoto dedicante potrebbe essere un'autorita\ sia
superiore sia inferiore al proconsole. Si da\ invece una nuova lettura
della seconda iscrizione,[[26]] conservata al Museo di Iraklion. Il
segnacolo bronzeo di Zosimus, schiavo di Q. Rupilius Zosimus (anch'egli
liberto, forse originario di Roma), attesta il sistema di produzione "a
distanza" messo in atto dalle famiglie italiche per lo sfruttamento
delle risorse provinciali tramite schiavi e liberti.

Attraversando la penisola italica da Sud a Nord, Vincenzo La Rosa
traccia un profilo quanto mai suggestivo e completo della presenza di
Creta in Italia, ovvero dell'interesse mostrato dal mondo accademico
italiano per l'isola di Minosse. I ricchi e variegati campi di
interesse scientifico coltivati da piu\ generazioni di archeologi hanno
dato risultati eccezionali, oggi conquiste imprescindibili del sapere
sulla civilta\ minoica-micenea e sui suoi rapporti con la Sicilia e
l'Italia.

Nel 1990 e\ stato rinvenuto durante una ricognizione un riparo
preistorico in territorio di Buseto Palizzolo, in provincia di Trapani.
A quota 335 s.l.m. su una limitata spianata a ridosso di una delle
creste rocciose piu\ alte si trova il sito archeologico, costituito da
un'area (mq. 300) di dispersione superficiale di schegge e strumenti
litici in selce. Essa doveva accogliere, secondo Sebastiano Tusa, un
abitato o accampamento non sedentario di cacciatori, probabilmente
appartenente alla facies epigravettiana.

Le fortificazioni di Ustica recentemente datate all'Eta\ del Bronzo
Medio,[[27]] insieme alle gia\ note mura di Thapso\s e Melilli, sono, a
detta di Ross Holloway, il riflesso della nuova condizione di allerta
in cui viene a trovarsi la Sicilia con l'arrivo degli avventurieri
Micenei. L'originalita\ dell'architettura di Ustica, lungi dall'essere
copia di un prototipo straniero, riflette comunque conoscenze
provenienti dal Vicino Oriente e sembra che Creta abbia avuto un ruolo
importante in questa trasmissione.

Dopo aver passato in rassegna i c.d. Megara in Sardegna con riferimento
all'architettura ed ai materiali ivi rinvenuti, Giovanni Lilliu trova
conferma alla sua idea di importazione dall'Oriente, tramite i Micenei,
del modello architettonico.[[28]] Poco si puo\ dire del rituale di tipo
animistico celebrato nei tempietti, dove aveva un ruolo principale
l'acqua. La divinita\ adorata potrebbe essere una dea ctonia,
protettrice della fertilita\ e della natura.

Volume II

Vincenzo Tusa s'interroga sul rapporto fra gli indigeni ed i coloni
greci che fondarono Selinunte intorno alla meta\ del VII secolo
a.C.[[29]] I Megaresi avevano ottimi rapporti con i Sicani della zona e
cio\ permise il veloce sviluppo della colonia e la ricca fioritura
culturale che la contraddistinse.

L'Istituto di Archeologia dell'Universita\ di Zurigo ha dal 1971 dato
corso ad un programma di scavi e ricerche sul Monte Iato, condotto da
Hans Peter Isler.[[30]] Nella citta\ indigena di Iaitas il processo di
ellenizzazione culturale comincia presto all'indomani delle prime
fondazioni coloniali greche. La convivenza pacifica fra indigeni e
Greci, un gruppo dei quali gia\ alla meta\ del VI secolo a.C. si
sarebbe stabilito in citta\, e\ resa ancora piu\ eccezionale dalla
presenza di ottimi materiali attici e dal culto della dea greca
Afrodite.

Rosalba Panvini, dopo aver riassunto la storia degli studi dedicati al
sito indigeno di Sabucina nella riva destra dell'Himera,[[31]] si
sofferma sulla ricchezza dei corredi tombali delle tre necropoli dove
si evidenzia l'adozione di forme vascolari attiche. I dati permettono
di ricostruire la societa\ indigena locale dove un'aristocrazia
terriera, per dare sfoggio e prova del suo elevato stato sociale,
s'arricchisce con il surplus di grano che trova in Gela la prima
cliente e motore di questo processo di ellenizzazione del centro
indigeno.

Le quotidiane difficolta\ della locale Sovrintendenza di Catania sono
tutte evidenziate nel contributo di Maria Grazia Branciforti che da una
breve e preliminare relazione degli scavi condotti tra il 2001 ed il
2002 presso l'ex Reclusorio della Purita\, in un'area fortemente
alterata dallo sviluppo urbano. La scoperta di frammenti dell'antica
Katane, con strutture e materiali per lo piu\ ceramici, che vanno
dall'eta\ arcaica a quella tardo romana, non puo\ che essere salutata
con gioia dalla comunita\ scientifica. In particolare, il rinvenimento
di una necropoli arcaica, interrotta da strutture classiche e
l'eccezionale scoperta di una casa romana con affreschi in situ, sono i
risultati piu\ interessanti dello scavo. La preziosa appendice
ceramografica di Susanna Amari completa il quadro del difficile scavo
nel centro della citta\ etnea.[[32]]

Marcella Barra Bagnasco riconosce un controllo dei due tiranni
siracusani (Dionisio I e II) sulla citta\ di Locri Epizefirii.[[33]] In
essa, pur mantenendosi inalterato l'aspetto urbanistico, si
introdussero nuove forme di culto, tipicamente locali anche se
d'influsso siracusano. La cacciata di Dionisio II ed il successivo
regime democratico in citta\ portarono ai successivi cambiamenti
radicali.

Una delle zone in Sicilia ingiustamente negletta dalla ricerca storica
e\ quella di Licata alla quale Gioacchino Francesco La Torre
restituisce il dovuto interesse evidenziando la sua posizione
strategica a cavallo delle due zone in cui era divisa l'isola.
Attraverso un'attenta disamina delle fonti antiche e con una conoscenza
diretta della topografia, l'autore ripercorre le tappe che portarono
alla fondazione sul Monte Poliscia di Eknomos, uno dei phrouria voluti
da Falaride, tiranno di Akragas in funzione anti-geloa negli anni
attorno al secondo quarto del VI secolo, come ci attesta Diodoro Siculo
(XIX, 108, 1). Poco piu\ ad est, sulle pendice del Monte Sant'Angelo,
un altro tiranno di Akragas, Finzia fonda nel 282 a.C. Finziade con gli
abitanti superstiti di Gela, distrutta poco prima in circostanze non
ancora chiarite (Diod. XXII, 2 et XXII, 7).[[34]]

Sulla scia dei suoi studi di topografia antica siciliana,[[35]]
Giovanni Uggeri propone delle nuove e convincenti identificazioni di
localita\ isolane citate in un passo di Appiano (B.C., V, 110-117). Il
promontorio Argennon e\ da localizzare a Capo Sant'Angelo, il centro di
Phoinix in prossimita\ di Palma, il promontorio Kokkynos a Capo d'Ali\o
a quello di Scaletta, il monte Myconius, infine e\ da identificare con
l'odierno monte Straveri o Scuderi.

Gino Vinicio Gentili (ri)propone una sua lettura[[36]] della
famosissima iscrizione dedicatoria sul crepidoma dell'Apollonion di
Siracusa dove l'architetto Kleomenes si mostra orgoglioso della sua
opera ("Kleomenes fece ad Apollo, il figlio di Knidieida, i colonnati
interni e lo ptero\n").

Massimo Frasca rende nota la recente scoperta di un santuario
extraurbano di Hera in localita\ Scala Portazza a Lentini, dando cosi\
un notevole contributo alla conoscenza del pantheon locale ad oggi
quasi del tutto sconosciuto.[[37]] Al momento si riconoscono tre fasi
del santuario, gia\ in funzione nel VII secolo, sotto forma di
altare-temenos, monumentalizzato ed ampliato alla meta\ del VI ed
infine distrutto nel primo quarto del V ad opera probabilmente dei
Dinomenidi.

Graziella Fiorentini da un resoconto preliminare degli scavi effettuati
fra il 1996 ed il 2000 alle pendici sud-orientali della Rupe Atenea,
identificata come l'acropoli di Akragas, allo scopo di contestualizzare
il complesso monumentale del Persephoneion d'eta\ arcaica ed il sistema
di fïrtificazioni murarie nei pressi della Porta I. L'area sacra cosi\
individuata presenta una frequentazione che va dall'eta\ preistorica al
III secolo a.C. Delle tre fasi che interessarono l'area in questione e\
protagonista un edificio rettangolare (A), databile alla fine del
VI-inizi del V secolo, privo di ripartizioni interne.[[38]] Nei primi
decenni del V secolo fu regolarizzata l'area ad Est dell'edificio A che
fu trasformato in semplice recinto monumentale appositamente lastricato
a livello del nuovo calpestio esterno. La terza fase ha inizio con la
distruzione dell'edificio A da parte dei Cartaginesi nel 406 a.C.
durante la presa della citta\. Al suo interno fu realizzata una
struttura forse a carattere religioso, che testimonia la persistenza
d'uso cultuale dell'edificio stesso. I materiali restituiti,
attribuibili si\ al culto di Athena che per la prima volta trova
conferma della notizia delle fonti del suo culto sull'acropoli
akragantina, mostrano pero\ una chiara impronta cretese simile a quelle
dei materiali conservati nella stipe (o stipi?) del santuario di Athena
Poliouchos sull'acropoli di Haghios Ioannis di Gortina.[[39]]
L'obliterazione del tempio e la quasi contemporanea costruzione del
santuario di Demetra nel 490-480 a.C. sono indici di quel cambiamento
di orientamento politico e religioso che il tiranno Therone volle
intraprendere per cancellare anche il ricordo dei culti di origine
cretese che tanto aveva favorito il suo predecessore Falaride, di etnia
cretese.

Il tempio c.d. della Vittoria ad Himera,[[40]] edificato subito dopo il
480 a.C. per celebrare il trionfo sui Cartaginesi, subi\, secondo
Nunzio Allegro, la chiusura degli intercolunni ad opera del successivo
regime democratico della citta\ per motivi ancora difficili da
determinare, seguendo il modello di altri templi sicelioti e
magno-greci.

Maria Trojani da\  un breve resoconto dei risultati di alcune indagine
sul c.d. Ginnasio Romano di Siracusa, effettuate negli anni 1991, 1992
e 1995 allo scopo di precisare la cronologia del monumento e le sue
successive fasi edilizie.[[41]] Il portico, in origine un quadriportico
databile alla tarda eta\ ellenistica, racchiudeva al suo interno un
monumento funebre od un heroon. In eta\ post tiberiana, la costruzione
del teatro che si sovrappose in parte al lato occidentale del portico,
ne modifico\ la forma, trasformandolo in un porticus post scaenam. Il
tempio, in posizione anomala rispetto al portico, probabilmente
riadattava una precedente struttura.

Patrizio Pensabene da\ alle stampe un riassunto degli studi condotti
sulla decorazione architettonica della fase medio imperiale del teatro
antico di Catania.[[42]] Dopo aver fatto un breve excursus sulle
notizie antiche e la storia degli scavi, l'autore descrive il monumento
("La cavea e l'edificio scenico") e la sua decorazione architettonica
della scena. In appendice sono presentate le schede di 19 pezzi
significativi conservati al Museo Civico di Castello Ursino.

Dopo un'attenta analisi stilistica, Malcolm Bell propone di
identificare due sculture in marmo del tardo arcaismo rinvenute a
Grammichele ed ad Agrigento tra la fine del XIX e gli inizi del XX
secolo, come due kouroi dedicati a due paides, vincitori dei giochi
panellenici.[[43]] Il primo sarebbe un giovane membro di una famiglia
greca o protetta dal governatore di Ippocrate, vincitore in uno dei
giochi fra il 496 ed il 492. Il secondo potrebbe essere Exainetos,
figlio di Empedokles, vincitore ad Olimpia nella gara dello stadion nel
496 a.C.

Ernesto De Miro partendo dal contesto di ritrovamento della celebre
statua che fa bella mostra di se/ nella sala del Museo Archeologico,
indaga l'origine dell'iconografica e identifica nelle fattezze
dell'Efebo il dio-fiume Akragas, la datazione ai primi anni della
tirannide di Therone non fa altro che confermare quella tendenza di
modificare in senso rodio (ed antropomorfico) i culti della citta\ che
nel precedente periodo trovavano maggiore espressione nella maniera
cretese, favorita dal tiranno Falaride. La dedica di una replica della
statua in avorio nel santuario panellenico di Delfi ad opera proprio
del tiranno emmenide porta proprio quella data.[[44]] L'iscrizione che
l'accompagna inoltre esplicita come donatori gli Akragantini, frutto
questo della strumentalizzazione propagandistica del demos nella
politica interna perseguita dal tiranno.

Nicola Bonacasa ritorna su un tema da lui gia\ affrontato in altre
sedi, ovvero sulla decorazione fittile del Tempio B di Himera. I 87
reperti rinvenuti nella c.d. colmata posteriore al 415 a.C. durante
campagne di scavo fra il 1963 ed il 1981, e pubblicati
dall'autore,[[45]] propongono una serie ancora insoluta di quesiti. In
attesa di un loro necessario restauro complessivo, la scoperta di
cinque nuovi frammenti di sculture fittili, unita ai precedenti gia\
editi, suggerisce l'ipotesi dell'esistenza di uno o due donari fittili
con sculture a tuttotondo all'interno del temenos. In particolare, le
raffigurazioni animali (bovini ed equini) potrebbero essere ricondotte
a saghe locali o alle fatiche di Herakles, legate forse al tema delle
sculture frontonali del tempio.

Al Museo Archeologico Nazionale di Napoli e\ conservata un'antefissa
(inv. 141102) proveniente da Locri Epizefirii. Sebbene frammentaria,
essa riproduce la figura di una leonte/, piuttosto che un leone vero e
proprio, incorniciata da serpentelli. Le sue dimensioni fanno credere
al suo utilizzo come copertura di un piccolo naiskos o di un'edicola.
Perduto il contesto di rinvenimento, sulla base di confronti stilistici
con raffigurazioni simili su antefisse rinvenute a Locri e sulla
monetazione zanclea, essa andrebbe datata alla seconda meta\ del V
secolo a.C. Il motivo della leonte/ importato dai Samii all'inizi del V
secolo, ed usato nelle monetazione cittadine (494-489 a.C.) e
successivamente in quelle di Anassilao a Reggio, fu adattato e
rielaborato dalle botteghe locali. Insieme ad un esemplare rinvenuto a
Zancle,[[46]] l'antefissa di Locri risulta un unicum nella decorazione
delle terrecotte architettoniche.

Nel 1998 durante l'XI campagna di scavi, condotta da G. Di
Stefano[[47]] e\ stata rivenuta a Camarina, la testa in pietra locale
forse di un anonimo filosofo. Essa proviene dal livello di crollo della
stoa\ sud (meta\ del III secolo a.C.) e, forse, era in origine
collocata nel vicino ekklesiasterion. L'archetipo va certamente
ricercato in ambito peloponnesiaco tra il IV ed il I secolo a.C.
Prodotto locale, essa risente di due modelli ampiamente attestati da
repliche e varianti. In particolare, il ritratto camarinense si
avvicina all'Omero da Olbia ed al Sofocle da Argo.

Bernard Andreae riconosce nel piccolo gruppo bronzeo conservato al
Museo di Gerusalemme un originale ellenistico, forse di officina rodia,
degli inizi del II secolo a.C. Esso e\ la trasposizione diretta della
metafora poetica utilizzata da Apollonio Rodio nelle sue Argonautiche
(IV, 1602-1612). Il dio Tritone, dopo aver ricevuto un sacrificio,
traina verso il mare aperto la nave Argo chiusa nel lago Tritonio
all'interno del deserto libico. Al posto della nave, troppo lunga da
rappresentare nel gruppo, l'artista ha raffigurato un cavallo marino.
Tale accostamento ritorna in altre due famose opere bronzee di scuola
rodia, di cui oggi si conservano sole delle copie in marmo: il gruppo
di Scilla da Sperlonga e il Laocoonte trovato nel monte Oppio a Roma.

La revisione dell'esposizione del Museo Civico di Centuripe ha dato
modo a Rosario Patane\ di riesaminare quattro sculture inedite
conservate nella collezione comunale. La testa virile barbata (KA 794),
probabilmente appartenete ad una statua di grandi dimensioni, databile
al II secolo a.C. rappresenterebbe a detta dell'autore Zeus Ourios il
cui culto e\ attestato a Centuripe da un'iscrizione e dal dritto di
alcune monete.[[48]] La statua femminile (KA 789) in marmo, acefala,
riproduce il tipo di musa o ninfa, appartenente anch'esso a scuola
rodia, cosi\ come la statua femminile in arenaria (KA 879). Entrambe
andrebbero datate ai primi decenni del I secolo a.C., quando la
cittaa\era al massimo del suo splendore. Ad eta\ imperiale infine e\
collocabile un torso in marmo, raffigurante Herakles (KA 798) che
risenti di modelli lisippei.

Un ritrovamento fortuito nelle campagne di Barrafranca, a 100 km a Sud
di Enna, ha suscitato l'interesse di Sebastiana Lagona. Si tratta della
tazza-attingitoio con protome taurina, attribuibile a fabbrica
indigena. La forte connotazione "naturalistica" del manufatto
sottintende la sua particolare destinazione (rituale?). La forma
vascolare, presente in ambito indigeno anche prima della colonizzazione
greca, ed i motivi decorativi (protome taurina, motivo a Y) dipendono
da modelli di ispirazione egea-cipriota.[[49]] La tazza-attingitoio
risulta dunque importante testimonianza del periodo di ellenizzazione
della comunita\ indigena sotto la spinta espansionistica di Gela
arcaica. Da un breve esame delle localita\ limitrofe, l'autrice indica
come probabile provenienza la contrada Gerace, ricca di testimonianze
archeologiche (purtroppo mal note ed inedite) che vanno dalla
preistoria alla tarda romanita\.

Un frammento di anfora a rilievo rinvenuto nella necropoli arcaica di
Villa Garibaldi a Gela da Piero Orlandini e Dinu Adamesteanu nel
lontano 1956[[50]] e conservato al Museo Archeologico di Gela (inv.
8602) da\ spunto a Maria Costanza Lentini per alcune interessanti
osservazioni. Forte del recente lavoro di Eva Simantoni-Bournia\,[[51]]
l'autrice s'interroga sulla funzione (ossario?) dell'anfora che,
attribuibile alla fase iniziale dell'atelier di Lindos I, e\ databile
al decennio 710-700 a.C. La probabile provenienza dalla zona
meridionale dell'isola di Rodi (Lindos-Vroulia\) del vaso e\ rafforzata
dalle sue modeste dimensioni, tipiche della produzione lindia. Vista la
provenienza ed il generico contesto di ritrovamento (necropoli),
l'anfora potrebbe essere stata usata come ossario (o segnacolo funebre)
per un membro dell'elite locale, magari appartenente alla ristretta
cerchia dei fondatori.

Avendo la stessa funzione (ricettacolo per i resti del defunto) e
provenendo dalla stessa necropoli arcaica di Gela, il pithos
orientalizzante conservato al Museo Archeologico (inv. 8620) e\
attribuito da Giacomo Biondi, senza ombra di dubbio, ai laboratori
della Creta centro-meridionale. I primi editori (Orlandini e
Adamesteanu)[[52]] del vaso lo avevano interpretato come un prodotto
gelese, frutto di quella commistione di elementi strutturali (forma) e
motivo decorativo (c.d. Capra selvatica) che all'epoca si attribuivano
rispettivamente alle due isole di Creta e Rodi. Oggi, alla luce delle
piu\ recenti analisi delle argille sui c.d. vasi rodii, sembra ormai
appurato che Rodi non producesse ma solamente importasse tali
vasi.[[53]] Forma del pithos, motivo decorativo primario e secondario,
colore dell'argilla, tutto fa protendere per l'attribuzione proposta
dall'autore.

Nel vecchio allestimento del Museo Archeologico di Lentini erano
esposti alcuni frammenti di bucchero etrusco, rinvenuti da Giovanni
Rizza, e qui oggetto del contributo di Rosa Maria Albanese Procelli.
Sebbene sia difficile proporre per loro una cronologia esatta, sulla
base degli studi di Rasmussen,[[54]] si possono attribuire a kantharoi
di tipo 3e, la forma piu\ comune nella produzione del bucchero etrusco
tra la fine del VII e la prima meta\ del VI secolo a.C. Sulla base
della carta di distribuzione di questa ceramica in Sicilia, appare al
momento chiaro che fossero interessate alla sua importazione le colonie
e non il mondo indigeno. Si auspica inoltre l'avvio di analisi
petrografiche che consentano di distinguere le produzioni di Cerveteri
e Vulci con i loro vari atelier.

Gioconda Lamagna, ripercorrendo la strada tracciata anni prima da
Giovanni Rizza,[[55]] prende in esame una selezione di ceramiche greche
d'importazione e di imitazione locale, conservate al Museo di Adrano e
provenienti dal sito indigeno di Mendolito. I materiali, essendo tutti
ritrovamenti sporadici, sono stati suddivisi in base al centro di
produzione: ceramica corinzia e d'imitazione (11), ceramica attica
figurata (1), ceramica attica a vernice nera e d'imitazione (12),
ceramica coloniale decorata a bande (12) e ceramica coloniale a vernice
nera (1). Il lotto comprende un'ampia scelta delle forme diffuse nei
centri indigeni d'eta\ arcaica e classica, cosi\ come l'arco
cronologico (ultimo quarto del VII secolo - V secolo a.C.) conferma. I
centri coloniali che si ipotizzi possano aver importato queste
ceramiche sono in primis le colonie calcidesi di Naxos, di Katane e,
forse di Himera. La presenza di questi materiali in un sito che ha
mantenuto per molti secoli un'economia tradizionale, agricola, immune
dal commercio marittimo (come l'assenza di anfore da trasporto lascia
supporre) e geloso della propria cultura, possono non essere
necessariamente considerati rivelatori archeologici del processo di
acculturazione ma al contrario, "beni di prestigio" che non hanno
alterato le struttura della comunita\ indigena.

Ricche di feconde osservazioni sono le pagine dedicate da Fabio Caruso
al mito di Medea. Dopo un'attenta rassegna del breve corpus vascolare
dove appare il mito, l'autore rilegge un frammento ceramico rinvenuto
fra i materiali fuori contesto nella necropoli di Giardino Spagna a
Siracusa e gia\ edito da Cultrera nel 1943.[[56]] Il frammento di
skyphos attico (conservato al Museo Archeologico di Siracusa sotto il
num. di inv. 51114) mostra una versione pre-euripidea del filicidio di
Medea: la figura femminile (Medea) che indossa il mantello, prerogativa
degli addetti al sacrificio, sferra il colpo mortale verso un giovane
nudo (uno dei suoi figli), alla presenza di un vecchio (pedagogo). Cio\
basterebbe si\ senz' altro  a togliere al tragediografo ateniese
l'onore di aver introdotto questo episodio nel teatro. Ciononostante e\
difficile confermare l'attribuzione dell'intera tragedia a Neofrone di
Sicione, prolifico autore (ben 120 drammi gli sono attribuiti nella
Suda), sulla base anche dei tre unici frammenti pervenuti, tutti
riferiti ad un'opera con Medea come protagonista e dove il personaggio
del pedagogo e\ presente sulla scena del delitto.

Sulla scorta dei risultati di Morel sulla ceramica campana,[[57]]
Lorenza Grasso ci offre una panoramica sulla ceramica a vernice nera
rinvenuta a Lentini. Divide questa produzione, ancora per lo piu\
ignota sia per il centro di produzione che per la reale diffusione, in
tre fasi cronologiche: Fase A (375-300 circa a.C.) corrispondente ai
materiali rinvenuti nel III e II strato della necropoli di Lentini
esplorate da Rizza,[[58]] Fase B (300-250 a.C.) con i materiali editi
dal centro rupestre di Caracausi[[59]] e Fase C (250-150 a.C.) con
quelli provenienti dal I strato della necropoli. I modelli da cui
derivano i tipi vascolari sono esclusivamente attici per il IV e la
prima meta\ del III secolo a.C. quando si riscontra una certa affinita\
con i modelli di produzione Campana A (cio\ nonostante quasi del tutto
assente nell'area lentinese). Poco rappresentata e\ invece la ceramica
di Gnathia.

Nell'ambito del lavoro di revisione e d'edizione definitiva del
ripostiglio monetale (IGCH 2066) rinvenuto nell'ex-scalo ferroviario di
Gela e conservato al locale Museo Archeologico, Salvatore Garraffo
presenta un quinto statere corinzio a doppio rilievo, appartenente alle
prime serie del secondo periodo Ravel,[[60]] riconiato dalla zecca di
Akragas all'inizi del V secolo a.C. Pur non aggiungendo molto al
problema della cronologia della zecca di Corinto e di Akragas, la nuova
riconiazione testimonia l'importanza della presenza monetale corinzia
nella Sicilia tardo-arcaica.

Con l'instancabile e certosina cura che lo contraddistingue, Giacomo
Manganaro prende in esame alcuni materiali, per lo piu\ provenienti da
collezioni private che testimoniano la circolazione di beni e di uomini
nel tormentato periodo tra il VII ed il XV secolo d.C. in Sicilia.
Placchette decorate con l'immagine dei Santi (dove forte e\ ancora
l'influsso della tradizione artigianale bizantina) e ampolle di piombo
testimoniano rispettivamente la rete dei pellegrinaggi religiosi a
Roma, per le tombe dei santi Pietro e Paolo, ed a Santiago di
Compostela, per il santuario di San Giacomo.

L'immagine di una Lentini ancora in auge nel 1584 mostra il breve
articolo di Antonio Giuliano che chiude il volume. Proprio in occasione
della visita del frate agostiniano, Angelo Rocca,[[61]] avvenuta il 16
giugno di quell'anno, il disegnatore locale, Domenico Rosa, realizzo\
una veduta assonometria della citta\, caratterizzata da una lunga
didascalia dove venivano indicate le chiese e i luoghi piu\ importanti.

***

Dalla lunga disamina precedente risulta chiaro come il contributo di
Giovanni Rizza all'archeologia vada al di la\ del limitato e limitativo
confine delle sue ricerche nelle due isole. Fra coloro che lo hanno
degnamente onorato con un contributo sono presenti amici, colleghi ed
allievi di prima e seconda generazione.

Per quanto riguarda la veste tipografica dei due volumi, essa risulta
molto buona anche se non avrebbe nuociuto la presenza di qualche tavola
illustrata in piu\ in alcuni contributi. La mancanza di estratti in una
seconda lingua e\ in parte bilanciata dall'uso delle maggiori lingue
"archeologiche", fatta salva l'ovvia preponderanza dell'italiano.

Per concludere, questa miscellanea risulta un'opera indispensabile per
gli studiosi delle due isole mediterranee, ancor piu\ perche/ in essa
sono presentate ricerche (dolorosamente) inedite e relazioni
(preliminari) di importanti scavi ancora lontane dalla loro definitiva
pubblicazione.

Indice del Primo Volume
A. DI VITA, Presentazione (9-11)
Scritti di Giovanni Rizza (13-19)
V. KARAGEORGHIS, Some reflections on the relations between Cyprus and
the other MEGALAI NESOI of the Mediterranean in antiquity (21-26)
M. CULTRARO, Spazi di culto e luoghi di stoccaggio: una nota su un vaso
zoomorfo da Poliochni, Lemnos (27-41)
N. KOUROU, A pre-palatial stone & figurine from Myrtos, Crete (43-50)
N. CUCUZZA, Percezione e memoria dei palazzi minoici: qualche
osservazione (51-63)
F. M. CARINCI, Un frammento di larnax da Haghia Triada e le
raffigurazioni di pesci nella ceramica medio-minoica (65-77)
H. ANAGNOSTOU, A proposito di un'ascia di Voros (79-88)
S. ALEXIOU, <greek>*H nautikh/ toixografi/a ths *Qe/ras</greek> (89-95)
S. E. IAKOVIDIS, An architectural fresco from Mycenae (97-101)
P. MILITELLO, Rielaborazioni, imitazioni, fraintendimenti:
considerazioni sui rapporti iconografici tra Creta e Cipro nel Bronzo
tardo (103-117)
A. KANTA, The settlement of Tylissos and the Cretan Dark Ages (119-141)
G. RETHEMIOTAKIS, <greek>*Eidw/lia metanaktorikw/n kai prw/imwn
ellhnikw/n xro/nwn apo/ ton *Kerato/kampo *Bia/nnou</greek> (143-161)
J. BOARDMAN, The Knossos Tekke jewellery hoards (163-166)
D. PALERMO, Cessavit ars? Coroplastica e coroplasti a Creta tra la fine
del VII e gli inizi del VI secolo a. C. (167-175)
A. PAUTASSO, Una statuetta in terracotta dai recenti scavi di Prinia\s
(177-182)
F. TOMASELLO, Quattro basi di colonna dalla Patela di Prinia\s
(183-203)
R. GIGLI PATANE\, Un frammento di lamina bronzea decorata a incisione
da Prinia\s (205-210)
S. RIZZA, Osservazioni sulla fortezza di Prinia\s (211-231)
A. DI VITA, Un nuovo altare da Gortina e la base davanti al tempio al
Pretorio (233-241)
R. FARIOLI CAMPANATI, Considerazioni sull'articolazione dell'impianto
liturgico d'epoca giustinianea nella basilica di Mitropolis a Gortyna
(243-247)
P. FAURE, Deux formules minoennes, dites d'Arkhanes (249-253)
Ch. B. KRITZAS, The "Bilingual" inscription from Psychro (Crete). A
coup de gra^ce (255-261)
F. COSTABILE, Inscriptiones Creticae Latinae Iohanni Rizza Octuagenario
Oblatae (263-272)
V. LA ROSA, Creta in Italia (273-290)
S. TUSA, Il Riparo epigravettiano di Baglio Casale (Buseto Palizzolo)
(291-298)
R. ROSS HOLLOWAY, Fortifications with towers in Bronze Age Sicily
(299-305)
G. LILLIU, I templi a "Megaron" in Sardegna (307-327)

Indice del Secondo Volume
V. TUSA, Sulle piu\ lontane origini di Selinunte (7-9)
H.P. ISLER, Mondo indigeno e mondo greco: il caso di Monte Iato (11-28)
R. PANVINI, Ricchezza e societa\ in un centro indigeno dell'entroterra
della Sicilia: l'esempio di Sabucina (29-45)
M.G. BRANCIFORTI, Gli scavi archeologici nell'ex Reclusorio della
Purita\ di Catania (con un'appendice di S. AMARI) (47-77)
M. BARRA BAGNASCO, Locri Epizefirii tra i due Dionigi (79-89)
G.F. LA TORRE, Dall'Eknomos a Phintias: considerazioni sulla topografia
del territorio di Licata in epoca storica (91-114)
G. UGGERI, Note sulla topografia della Sicilia antica (ad Appian. B.C.
V, 110-117) (115-125)
G.V. GENTILI, L'Apollonion di Ortigia e la sua iscrizione arcaica
(127-135)
M. FRASCA, Hera a Leontini (137-145)
G. FIORENTINI, Agrigento. La nuova area sacra sulle pendici
dell'Acropoli (147-165)
N. ALLEGRO, La chiusura degli intercolumni nel Tempio della Vittoria
(167-176)
M. TROJANI, Il c.d. Ginnasio Romano di Siracusa (177-186)
P. PENSABENE, La decorazione architettonica del teatro di Catania
(187-212)
M. BELL, The Marble Youths from Grammichele and Agrigento (213-226)
E. DE MIRO, L'Efebo di Agrigento. Immagine e significato (227-240)
N. BONACASA, Donari fittili nel temenos di Athena a Himera? (241-253)
G. GRECO, Un'antefissa da Locri nelle collezioni del Museo Archeologico
di Napoli (255-269)
G. DI STEFANO, Un ritratto di filosofo dall'Agora\ di Camarina
(271-275)
B. ANDREAE, Tritone e Scilla. L'immagine di una metafora dagli
Argonauti di Apollonio Rodio in un piccolo gruppo bronzeo a Gerusalemme
ed il Gruppo di Scilla a Sperlonga (277-282)
R.P.A. PATANE\, Quattro sculture nel Museo Civico di Centuripe
(283-294)
S. LAGONA, Una tazza-attingitoio con protome taurina dal cuore della
Sicilia (295-299)
M.C. LENTINI, Un'anfora a rilievo di Lindos dalla necropoli arcaica di
Gela (301-306)
G. BIONDI, Cretese o siceliota? Il caso di un pithos orientalizzante di
Gela (307-311)
R.M. ALBANESE PROCELLI, Bucchero etrusco da Leontinoi (313-316)
G. LAMAGNA, Ceramiche greche d'importazione e d'imitazione dal centro
indigeno del Mendolito: i materiali del Museo d'Adrano (317-339)
F. CARUSO, Medea senza Euripide. Un frammento attico da Siracusa e la
questione della Medea di Neofrone (341-354)
L. GRASSO, Osservazioni sulla ceramica a vernice nera di Leontini
(355-374)
S. GARRAFFO, Un nuovo statere corinzio riconiato ad Akragas (375-380)
G. MANGANARO, Pellegrini di ritorno da Roma e da Compostela in Sicilia
in epoca medievale (381-390)
A. GIULIANO, Lentini: 1584 (391-394)
------------------
Notes:


1.   In particolare, sono cosi\ distribuiti: Lentini (19 scritti),
Catania (16), Sicilia Orientale (20), Prinia\s (22), Cipro (1),
Rapporti fra Sicilia ed Egeo (5), Arti figurative in Sicilia (10),
Scultura greca di VII secolo a.C. (3), Mosaici, Pittura vascolare e
Iconografia (10), Storia dell'archeologia (12), Beni Culturali (6),
Edizioni (14), Varie (3) per un totale di 141 scritti che vanno dal
1949 al 2004.

2.   V. Karageorghis - N. Chr. Stampolidis (eds.), Eastern
Mediterranean Cyprus-Dodecanese-Crete 16th-6th century B.C.
Proceedings of the International Symposium held at Rethymno-Crete in
May 1997, Athens 1998. L. Bonfante - V. Karageorghis (eds.), Italy and
Cyprus in Antiquity: 1500-450 B.C. Proceedings of an International
Symposium held at the Italian Academy for Advanced Studies in America
and Columbia University, November 16-18, 2000, Nicosia 2001.

3.   Il vaso esposto al Museo Nazionale Archeologico di Atene (inv.
6044/45), e\ pubblicato in L. Bernabo\ Brea, Poliochni. Citta\
preistorica nell'isola di Lemnos, II, Roma 1976, p. 202, tav. CCXX,
c-d.

4.   E. Sakellaraki, "<greek>*To eidw/lio tou *Sampa/ kai ta a/morfa
li/qina eidw/lia ths *Prw/imhs epoxh/s tou *Xalkou/ sthn
*Krh/th"</greek>, in AEphem, CXXII, (1983), pp. 44-74.

5.   Cfr. da ultimo, V. La Rosa, "La civilta\ cretese dal MM III al
Miceneo", in E. De Miro, L. Godart, Anna Sacconi (acd), Atti e Memorie
del Secondo Congresso Internazionale di Micenologia (Roma-Napoli,
14-20/10/1991), in InG, XCVIII, 1-3, (1996), pp. 1063-1089.

6.   V. La Rosa, "La c.d. Tomba degli Ori e il nuovo settore nord-est
dell'insediamento di Haghia Triada", in ASAtene, LXX-LXXI, (1992-1993),
pp. 121-174.

7.   Per la prima interpretazione dell'ascia, cfr. H.G. Buchholz, "Eine
Kultaxt aus der Messara", in Kadmos, I, (1962), pp. 166-170. Per
l'interpretazione della dea guerriera, cfr. T.E. Small, "A Possible
Shield Goddess from Crete", in Kadmos, V, (1966), pp. 103-107.

8.   S. Marinatos, <greek>*Anaskafh/ *Qh/ras</greek>, VI, Atene 1974.

9.   Ch. Doumas, <greek>*Oi toixografi/es ths *Qh/ras</greek>, Atene
1992.

10.   Ch. Televantou, <greek>*Oi toixografi/es ths dutikh/s
*Oiki/as</greek>, Atene 1994.

11.   W. Taylor, "Mycenae, 1968", in Antiquity, (1969), p. 95, fig. 2.

12.   W.S. Smith, Interconnections in the Ancient Near East, New
Haven-London 1965.

13.   A. Kanta, The Late Minoan Pottery in Crete. Sites, Pottery and
their distribution, Goteborg 1980.

14.   S. Pingiatoglou, Eilithyia, Wuerzburg 1981, p. 50.

15.   J. Boardman, "The Khaniale Tekke Tombs, II", in BSA, LXII,
(1967), pp. 57-75.

16.   D. Palermo, "L'officina dei pithoi di Festo\s: un contributo alla
conoscenza della citta\ in eta\ arcaica", in CronA, XXXI, (1992), p.
32.

17.   Per le recenti campagne di scavo, cfr. A. Pautasso, in AA.VV.,
"Lo scavo del 2003 sulla Patela di Prinia\s. Relazione preliminare", in
Creta Antica, V, (2004), pp. 249-254.

18.   Base a disco su plinto dal Tempio A (n.1), Base con fusto
scanalato dal Tempio B (n. 2), Base da un vano del Quartiere Nord (n.
3), Base sporadica dal Quartiere centrale (n. 4).

19.   Cfr. H. Hoffmann, Early Cretan Armorers, Mainz on Rhine 1972.

20.   Per i risultati dei recenti scavi del 2003, cfr. G. Biondi, in
AA.VV., "Lo scavo del 2003 sulla Patela di Prinia\s. Relazione
preliminare", in Creta Antica, V, (2004), pp. 264-267.

21.   Sulla datazione del forte al V secolo a.C. da parte di Pernier,
cfr. L. Pernier, "Di una citta\ ellenica arcaica scoperta a Creta dalla
Missione Italiana", in BdA, II, (1908), pp. 444-449.

22.   La decorazione delle quattro fronti: Gorgoneion con ghirlande di
melograni e viti (A), uccello con ghirlande (B), aquila ad ali spiegate
appoggiata sul fulmine di Zeus (C), Nike (D).

23.   R. Farioli Campanati, "La basilica di Mitropolis a Gortyna:
campagne di scavo 1991-1997", in XLIV Corso di cultura sull'arte
ravennate e bizantina - 1998, Ravenna 2001, pp. 83-121.

24.   A.J. Evans, Scripta Minoa I. Hieroglyphic and Primitive Linear
Classes, Oxford 1909. S. Xanthoudidis, "<greek>*Ek *Krh/ths *Minwiko/n
ske/uos enepi/grafon</greek>", in AEphem, (1909), cc. 179-196.

25.   S. Marinatos, "<greek>*Gramma/twn didaskali/a</greek>", in
Minoica. Feschrift Johannes Sundwall, Berlin 1958, pp. 226-231.

26.   M. Baldwin Bowsky, "The Prosopographical Evidence", in A.
Chaniotis (ed.), From Minoan Farmers to Roma Traders. Sidelights on the
Economy of Ancient Crete, Stuttgart 1999, pp. 305-347. La scheda
riguardante l'iscrizione di Zosimus si trova al n. 56 del catalogo a p.
322 e segg.

27.   R. Ross Holloway - S.S. Lukesh, Ustica I, Providence-Louvain la
Neuve 1995. R. Ross Holloway - S.S. Lukesh, Ustica II, Providence 2001.

28.   G. Lilliu, La civilta\ dei Sardi dal neolitico all'eta\ dei
nuraghi, Torino 1963.

29.   La tradizione storica ci ha tramandato due date della fondazione
di Selinunte da parte dei coloni di Megara Hyblaia, guidati da Pammilo:
la prima (628 a.C.) ci e\ fornita da Tucidide (VI, 4, 2), la seconda,
piu\ alta (651-50 a.C.), da Diodoro Siculo (XIII, 59, 4).

30.   Per la bibliografia relativa alla citta\, cfr. H.P. Isler, Monte
Iato. Guida archeologica, Palermo 2002.

31.   Cfr. R. Panvini - C. Guzzone, "Sabucina", in R. Panvini (acd),
Caltanissetta. Il Museo archeologico, Caltanissetta 2003, pp. 39-47.

32.   In un questo catalogo trovano posto i 35 materiali piu\
significativi delle sei fasi cronologiche (I-VI) individuate, dalla
tarda eta\ del Rame a quella tardo romana.

33.   Per i rapporti dei due Dionisii con la Magna Grecia e la Sicilia,
cfr. N. Bonacasa - L. Braccesi - E. De Miro (acd), La Sicilia dei due
Dionisii, Roma 2002.

34.   Per il problema dei Geloti di Finziade, cfr. da ultimo G.
Manganaro, "Metoikismos-metaphora\ di polis in Sicilia: il caso dei
geloi di Phintias e la documentazione epigrafica dei medesimi", in
Storia e archeologia della media e bassa Valle dell'Himera. Atti della
III giornata di studi sull'archeologia licatese, Palermo 1993, pp.
33-34.

35.   G. Uggeri, "Adolfo Holm e la geografia della Sicilia antica", in
JAT, X, (2000), p. 278.

36.   G.V. Gentili, "La firma dell'architetto
dell'Apollonion-Artemision di Siracusa", in ArchStorSicOr, s. IV, VII,
1-3, (1954), pp. 51-57, tavv. VII-VIII.

37.   Lo scavo, condotto tra il 1999 ed il 2001 dalla Sovrintendenza ai
BB. CC. AA. di Siracusa e dalla cattedra di Archeologia della Magna
Grecia dell'Universita\ di Catania, e\ stato diretto dalla dott.ssa
Beatrice Basile e dal prof. Massimo Frasca.

38.   L'area esattamente a est dell'edificio A oltre a presentare
flebili tracce di un gemello parallelo, ha restituito materiali tipici
delle aree sacre akragantine: frammenti di statuette di Athena Lindia,
e divinita\ di tipo rodio ed altro materiale di uso rituale o votivo,
tutto databile dalla seconda meta\ del VI secolo fino agli inizi del V.

39.   G. Rizza - M- Scrivani, Il santuario sull'acropoli di Gortina,
Roma 1966.

40.   L'attribuzione del tempio ad Athena, proposta da Nicola Bonacasa,
e\ accettata anche da Gras e Van Compernolle. Cfr. N. Bonacasa, "Dei e
culti di Himera", in Philias Charin. Miscellanea di studi classici in
onore di Eugenio Manni, I, Roma 1980, pp. 264-267. M. Gras, "Ge/lon et
les temples de Sicile apre\s la bataille d'Hime\re", in AION, XII,
(1990), p. 62. T. Van Compernolle, L'influence de la politique des
Deinome/nides et des Emme/mides sur l'architecture et sur l'urbanisme
sice/liotes, Louvain 1992, p. 74.

41.   Per una recente disamina del monumento, cfr. R.J.A. Wilson,
Sicily under the Roman Empire. The archaeology of a Roman province 36
a.C.-535 d.C., Warminster 1990, pp. 106-111.

42.   Per una sintesi dei risultati, cfr. P. Pensabene, "Edilizia
pubblica e committenza. Marmi ed officine in Italia meridionale e
Sicilia durante il II e III secolo d.C.", in RendPontAcc, LXIX,
(1996-1997), pp. 3-88.

43.   Per una lista dei vincitori ai Giochi olimpici, cfr. L. Moretti,
"Olympionikai. I vincitori negli antichi agoni olimpici", in MemLinc,
s. VIII, VIII, (1957).

44.   Cfr. J. De Waele, "Das Felsheiligtum under S. Biagio in
Agrigento", in BABesch, LV, 2, (1980), pp. 39-40, n. 8.

45.   AA.VV., Himera, I, Roma 1970.

46.   U. Spigo, "Nuovi contributi allo studio di forme e tipi della
coroplastica delle citta\ greche della Sicilia ionica e della Calabria
meridionale", in Lo stretto crocevia di culture. Atti del XXVI Convegno
di Studi sulla Magna Grecia (Taranto, 1986), Taranto 1987, p. 281, tav.
XXI.

47.   Per le prime notizie sulla campagna di scavo, cfr. G. Di Stefano,
"L'attivita\ della Soprintendenza a Camarina e nella provincia di
Ragusa fra il 1996 ed il 2000", in Atti del X Convegno Internazionale
di studi sulla Sicilia Antica, in Kokalos, in c.d.s.

48.   IG XIV, 574. cfr. G. Manganaro, "Nuove ricerche di epigrafia
siceliota", in SicGymn, n.s., XVI, (1963), pp. 51-53.

49.   Cfr. V. La Rosa, "Un frammento fittile da Capodarso e il problema
delle sopravvivenze micenee in Sicilia", in CronA, VIII, (1969), p. 44.

50.   Cfr. P. Orlandini, "Gela. Ritrovamenti vari", in NSc, (1956), p.
315, fig. 30.

51.   E. Simantoni-Bournia\, La ce/ramique grecque a\ reliefs. Ateliers
insulaires du VIIIe\me et Vie\me sie\cle avant J.-C., Gene\ve 2004.

52.   Cfr. P. Orlandini, "Gela. Ritrovamenti vari", in NSc, (1956), pp.
307-308, figg. 15 e 23. D. Adamesteanu, "Vasi gelesi arcaici di
produzione locale", in ArchCl, V, (1953), pp. 246-247, tav. CVIII.

53.   Cfr. R.M. Cook - P. Dupont, East Greek Pottery, London - New York
1998, p. 32.

54.   T.B. Rasmussen, Bucchero Pottery from Southern Etruria, Cambridge
1979.

55.   G. Rizza, "Motivi unitari nell'arte sicula", in CronA, IV,
(1965), pp. 7-29.

56.   G. Cultrera, "Siracusa. Scoperte nel Giardino Spagna", in NSc,
LXVIII, (1943), pp. 103-104, fig. 66.

57.   J.-P. Morel, Ce/ramique campanienne: les formes, Roma 1981.

58.   Cfr. G. Rizza, "Leontini. Campagne di scavo 1950-51 e 1951-52: la
necropoli della Valle San Mauro, le fortificazioni meridionali e la
porta di Siracusa", in NSc, (1955), pp. 281-376.

59.   Cfr. L. Grasso, A. Musumeci, U. Spigo, M. Ursino, "Caracausi. Un
insediamento rupestre nel territorio di Lentini", in CronA, XXVIII,
(1989), pp. 3-172.

60.   Per la classificazione della monetazione corinzia, cfr. O. Ravel,
Les Poulains de Corinthe, I, Paris 1936.

61.   Per la figura di Angelo Rocca e la Biblioteca Angelica di Roma da
lui rifondata, cfr. P. Munafo\ - N. Muratore, La biblioteca Angelica,
Roma 1989.
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