BMCR 2008.12.02, Katherine Clark, Making Time for the Past

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Katherine Clark, Making Time for the Past: Local History and the Polis.
Oxford/New York:  Oxford University Press, 2008.  Pp. xii, 408.  ISBN
9780199291083.  $150.00.

Reviewed by Andrea Primo, Universita\ di Pisa ([email protected])
Word count:  2313 words
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Il libro di K. Clarke (da qui in avanti C.) si prefigge di studiare la
costruzione e misurazione del tempo nelle poleis greche tra IV e I
secolo a. C.

C. parte da due presupposti: (1) ogni maniera di misurare il tempo
corrisponde a una diversa maniera di concepirsi a livello identitario
da parte di una comunita\ di esseri umani; (2) le problematiche
connesse con la misurazione del tempo non erano appannaggio di una
ristretta cerchia di sapienti, ma erano note a larghi strati della
popolazione delle poleis.

Nel cap. 1 C. tratta dei concetti cui ricorrera\ nelle pagine
successive. C. si sofferma sulle molteplici maniere di articolare e
calibrare il tempo nel mondo ellenico, trattando soprattutto della
differenza tra tempo naturale (segnato dal succedersi delle stagioni,
delle varie eta\ della vita umana, delle generazioni) e tempo
culturalmente costruito (segnato per esempio dal ripetersi delle
Olimpiadi) (pp. 29-33).

Dopo cio\ C. tenta di chiarire quale sia la differenza tra tempo
ciclico o calendariale (segnato da ricorrenze ben precise che si
ripetono con regolarita\) e tempo lineare. Quest'ultimo e\ visto come
un continuum in cui si possono individuare degli eventi-chiave: ogni
altro evento viene situato nel tempo a seconda della anteriorita\ o
posteriorita\ rispetto a tali punti-cardine (la guerra di Troia; il
ritorno degli Eraclidi; la Guerra del Peoloponneso; la morte di
Alessandro il Macedone ecc.).

Nel cap. 2 C. tratta dei frammenti di cronografia ellenistica
inserendoli nel quadro della "culture of scholarly competition which
characterized the Hellenistic period" (p. 66). La trattazione delle
diverse strategie adottate dagli autori ellenistici interessati alla
cronografia inizia con Eratostene di Cirene, considerato erede delle
ricerche di Ippia di Elide (p. 65): e\ con Eratostene che i giochi
olimpici divengono il temporal framework cui i cronografi greci
ricorrono con piu\ frequenza. Accanto alle Olimpiadi compaiono pero\
nei frammenti di Eratostene altri importanti chronological frameworks:
in un frammento si menziona contemporaneamente la caduta di Troia, il
ritorno degli Eraclidi, la prima colonizzazione ionica, lo spartano
Licurgo e la prima Olimpiade (p. 68).[[1]]

Oltre alla Olympiadic structure C. analizza un altro temporal
framework, le liste di re o dinasti: si prende in esame il contributo
di Apollodoro di Atene, Castore di Rodi e soprattutto il grande
contributo che alle nostre conoscenze fornisce Porfirio di Tiro (pp.
73-74).

Infine C. si sofferma su un altro importantissimo temporal framework,
vale a dire la lista degli arconti ateniesi (pp. 77-89): C. menziona le
testimonianze del P.Oxy. 12, di Castore di Rodi e di Apollodoro (del
quale si riporta un interessantissimo frammento relativo alla vita di
Aristotele).[[2]]

Nel cap. 3 C. si sofferma sulla costruzione e misurazione del tempo
nelle storie generali e universali (pp. 167-168). C. si dilunga sulla
necessita\ che gli autori di storie greche affrontarono nel trovare un
supra-polis time che permetesse loro di coordinare e sincronizzare gli
accadimenti relativi al mondo ellenico tenendo conto delle specifici
calendari vigenti a livello locale.

C. affronta la discussione in merito alle soluzioni e alle strategie
adottate da Tucidide ed Eforo nel porre rimedio a una aporia gia\
notata dallo stesso Tucidide, cioe\ a dire la reciproca
incompatibilita\ dei calendari cittadini basati sulle magistrature
locali. Nel caso di Eforo si affronta altresi\ la complessa questione
del rapporto tra spatium mythicum e spatium historicum (pp.
92-94).[[3]]

La soluzione accolta dalla storiografia greca a partire dal IV sec. fu
quella proposta da Eratostene di Cirene (e adottata in sede
storiografica da Timeo di Tauromenion), ovvero il ricorso al sistema
olimpico che, grazie alla regolare ricorrenza quadriennale di un evento
panellenico, forniva un chronological framework entro cui collocare i
singoli accadimenti e grazie al quale sincronizzarli (pp. 109-121).
Tale strategia venne recepita da Polibio e Diodoro e, in minor misura,
da Strabone.

Infine C. tratta dei sistemi cronologici non-greci cui fanno
riferimento le nostre fonti trattando di realta\ diverse dal mondo
ellenico. Nei testi greci relativi a Babilonia, Fenicia e soprattutto
Egitto appare evidente il grande interesse per le problematiche di
cronografia. A cio\ corrisponde il ricorso a key-events estranei alla
cultura greca: eventi naturali; personaggi storici non-greci; liste
regali locali.

Nel cap. 4 C. affronta la discussione sul rapporto tra storiografia
locale e storiografia generale. In particolare C. parte da una
discussione sulle tesi contenute nell'Atthis di F. Jacoby.[[4]] Le
ricerche condotte da Jacoby sulla storia locale attica ebbero grande
importanza nel collocare le storie cittadine nel contesto dello
sviluppo della grande storiografia greca tra V e IV sec. a. C. secondo
una concezione per cui dalle storie generali sarebbero derivate le
storie particolari delle singole poleis. Oltre a cio\, sempre partendo
dalle tesi di Jacoby, C. si dilunga sul rapporto, assai difficile da
definire, tra storiografia locale e letteratura antiquaria.

Accanto al contributo di Jacoby, C. passa in rassegna le opinioni che
sul rapporto tra grande storia, storia locale e antiquaria furono
espresse nel corso del secolo scorso, a partire dalle lezioni tenute a
Oxford da U. von Wilamowitz-Moellendorff (1908) fino agli studi di G.
Schepens (pp. 175-193).

In definitiva secondo C. la storia locale non era solo un'espressione
erudita di orgoglio campanilistico, ma aveva lo scopo di presentare "a
polis as an integral part of a wider world" (p. 230). I frammenti
esaminati mostrano che gli storici locali miravano a usare "non-polis
chronological frames to set the past of each city into a larger
chronological context". Di qui il ricorso a sincronismi tra particolare
tempo della polis e generale tempo della Grecia, benche/ il sistema
cronologico olimpico risulti pressoche/ assente nei frammenti di storia
locale esaminati.

Trattando della storiografia locale C. assegna un posto particolare a
quella siciliana (Timeo, Filisto, Antioco) che si distinguerebbe per
"its claim to be part of the Panhellenic discourse" (p. 242): cio\ pone
la storiografia siciliana, come notava gia\ Walbank,[[5]] in parallelo
al filone degli Hellenika\.

Nel cap. 5 si affronta il modo in cui gli oratori attici di IV secolo
presentavano il passato glorioso di Atene. C., partendo dal classico
studio di M. Nouhaud,[[6]] volge la propria attenzione a Isocrate,
Demostene ed Eschine e a quella sorta di patrimonio storico condiviso
da tutti gli abitanti della citta\ attica (pp. 245-251).

La storia di Atene (in genere quella di VI-IV sec., raramente il
periodo mitico) poteva fornire agli oratori exempla che non erano
soltanto espedienti retorici, ma costituivano una risorsa parenetica,
uno strumento con cui convincere il pubblico delle assemblee o dei
tribunali. L'oratore diveniva durante la sua performance drammatica una
sorta di storico che rievocava per il suo pubblico i momenti ritenuti
piu\ salienti o piu\ utili da rammentare nella storia attica. Cio\
avveniva sia in discorsi ufficiali come gli epitaphioi logoi, sia nella
oratoria assembleare, sia in quella giudiziaria, sia infine nelle
orazioni pamphlettistiche di Isocrate. C. analizza anche le forzature
che gli oratori potevano operare sui dati storici.

Nel cap. 6 C. affronta il rapporto tra la polis e la sua storia e l'uso
politico e / o diplomatico che una citta\ poteva fare del proprio
passato. C. si sofferma sui due casi celebri della cosiddetta Cronaca
di Atena Lindia e del Marmor Parium. Cio\ porta inevitabilmente C. a
interrogarsi sul ruolo dello storico nelle poleis: divenuto un
professionista incaricato di raccontare pubblicamente il passato delle
citta\, lo storico perde contatto con la propria polis d'origine e
diviene una figura itinerante. Sulla sua importanza sociale ci sono
varie testimonianze epigrafiche analizzate nel dettaglio da C. anche
nel contesto dell'avanzata di Roma nel Mediterraneo orientale.

Sulla base di tutti questi elementi C. ritiene che la storiografia
locale ellenistica promuovesse, grazie al ricorso alla memoria storica,
l'immagine della polis e che, lungi dall'essere soltanto il prodotto di
ricerche erudite, partecipasse alla scena politica.

Fin qui si e\ visto il contenuto del libro di C.. Consideriamo ora
brevemente alcuni aspetti del volume che, a diverso livello, sono
criticabili:

(1) Anzitutto si avverte una non perfetta integrazione, quasi uno
stacco, tra la prima parte del libro (capp. 1-3), dedicata alla
costruzione e misurazione del tempo nelle poleis e nei trattati di
cronografia tra IV e I secolo, e la seconda parte (capp. 4-6), dove si
affronta il rapporto tra grande storia e storia locale, il rapporto tra
quest'ultima e la letteratura antiquaria ed erudita, l'importanza della
storia per l'auto-rappresentazione delle poleis e il ruolo sociale che
gli storici ricoprivano nella vita cittadina.

(2) C. fa riferimento piu\ volte nel corso della sua opera alla
specificita\ della storiografia siciliana, tendente a una prospettiva
non strettamente localistica. Si tratta di osservazioni condivisibili,
anche se forse e\ eccessivo il rilievo dato solo a una delle
spiegazioni possibili, quella secondo cui gli storici siciliani
avrebbero mirato a ribadire la piena appartenenza della Sicilia al
mondo culturale greco.
Piuttosto sarebbe stato bene sottolineare che la tendenza ad andare
oltre i limiti della storiografia locale per giungere a una prospettiva
piu\ ampia non e\ propria solo della storiografia e degli storici
siciliani: anche la storiografia rodia, in particolare il filone delle
Chronikai syntaxeis, pare porsi volutamente nell'ampio quadro della
storia politica del Mediterraneo orientale e sottolineare cosi\ il
ruolo di potenza che lo stato rodio ricopriva tra III e II secolo. In
verita\ C. si mostra consapevole in una nota del caso rodio e fa anche
riferimento a un importante studio di P. Funke del 1994 (p. 243 nt.
324); lo fa pero\ senza sviluppare adeguatamente il parallelo tra
storiografia siciliana  e storiografia rodia e senza mettere a frutto
le recenti ricerche sulla storiografia rodia, in specie quelle di
Wiemer.[[7]]

(3) Infine alcune brevi notazioni su singoli punti del volume:

(3-a) al cap. 4 C. fa riferimento all'opera di Zenone di Rodi
definendola un trattato di cronografia e "not a work of local history"
(p. 227). In realta\ l'opera di Zenone, anche se intitolata Chronikai
syntaxeis e strutturata secondo un criterio annalistico, era in realta\
un'opera di storia locale con caratteristiche di storia generale: si
veda in proposito la definizione di entopios historia fornita da
Diogene Laerzio[[8]] e le ricerche di Funke e Wiemer menzionate prima;

(3-b) nell'ultima pagina del cap. 6 C. trattando della valenza politica
della storiografia locale, afferma di dissentire su questo punto da E.
Gabba e ne riferisce le parole in merito all'attenuarsi di ogni
"political element" nella storiografia ellenistica (p. 369).[[9]] In
verita\ Gabba (che altrove, in studi divenuti imprescindibili, si
mostra consapevole della valenza politica della storiografia
locale)[[10]] inseriva tale affermazione nel contesto di una
discussione sui moduli storiografici: Gabba si soffermava non sulla
totale scomparsa di qualsiasi risonanza politica nella storia locale di
epoca ellenistica, bensi\ sulla progressiva emersione in epoca
ellenistica, dietro la spinta di nuovi interessi e pulsioni culturali,
di modelli storiografici che erano alternativi a quello di matrice
tucididea (e polibiana) e non erano piu\ incentrati su una narrazione
pragmatica e direttamente politica;

(3-c) trattando delle liste regali fornite da Porfirio (pp. 75-77), C.,
in relazione al periodo successivo ad Alessandro Magno, sembra
distinguere--o perlomeno non  e\ sufficientemente chiara da
evitarlo--tra re greci e macedoni (Argeadi e Antigonidi) da una parte e
re non-greci (d'Egitto o Siria) dall'altra. Si tratta di una
distinzione inadeguata, giacche/ e\ largamente noto che i sovrani
tolemaici e quelli seleucidici si consideravano (e venivano considerati
dalle popolazioni epicoriche) come greci. Inoltre e\ noto che in
particolare i sovrani seleucidici regnanti in Siria vennero ritenuti,
dopo la provincializzazione del loro regno, semplicemente come
Macedoni, come mostra l'abbondantissimo materiale raccolto nel classico
studio di C. F. Edson;[[11]]

(3-d) chi scrive questa recensione ha rilevato delle mancanze
bibliografiche, alcune delle quali sono notevoli in uno studio che, a
partire dall'esame delle problematiche cronografiche punta ad
affrontare le differenze e i punti di contatto tra storia locale e
storia generale: S. Mazzarino, Il pensiero storico classico, I-II
(1-2), Bari 1962-1966; W. Leschhorn, Antike Aeren. Zeitrechnung,
Politik und Geschichte im Schwarzmeerraum und in Kleinasien noerdlich
des Tauros, Stuttgart 1993; L. Porciani, Prime forme della storiografia
greca. Prospettiva locale e generale nella narrazione storica,
Stuttgart 2001;

(3-e) per maggiore chiarezza sarebbe stato meglio, nel citare i
frammenti storici della raccolta di Jacoby, esplicitare in nota non
solo la numerazione dei Fragmente, ma anche il nome dell'autore.
Inoltre nell'indice dei passi discussi posto in fondo al volume puo\
creare confusione la scelta di distinguere tra literary texts,
inscriptions, papyri e fragmentary texts. Questi ultimi sono tutti i
frammenti raccolti da Jacoby menzionati nel testo: essi sono distinti
dalle fonti letterarie (Polibio, Strabone ecc.) e sono ordinati non
alfabeticamente, ma secondo la numerazione dei Fragmente. In
particolare andava forse evitata la distinzione, a mio avviso
fuorviante, tra literary texts e fragmentary texts.

Nel complesso il libro di C. e\ un ottimo strumento per comprendere le
problematiche connesse con la costruzione e la misurazione del tempo
all'interno della polis. Si tratta di un'opera che nella prima parte
(capp. 1-3) chiarisce quale fosse l'importanza della cronografia in
ambito cittadino in quanto mezzo per esprimere l'identita\ della polis.
Nel contempo C., con equilibrio e soretta da una buona conoscenza delle
fonti antiche, intende mettere in luce le strategie adottate dagli
storici (dal V al I sec. a. C.) nel costruire e strutturare il tempo
(presente e passato) in cui collocare gli eventi storici narrati.

Nella seconda parte (capp. 4-6) si procede con l'analisi dettagliata
della storia locale e dei suoi rapporti con la grande storia. Oltre a
cio\ C. tenta di delineare le relazioni tra tale genere storiografico e
la letteratura antiquaria ed erudita di eta\ ellenistica e
tardorepubblicana discutendo con competenza le tesi che sull'argomento
sono state espresse nel corso dell'ultimo secolo.

In particolare C. riesce a tratteggiare, nell'ultimo capitolo, un
vivido e preciso quadro del posto che la storia locale aveva nella
societa\ delle poleis, evidenziando, grazie a un accurato esame delle
fonti epigrafiche disponibili, il ruolo ricoperto dalla figura dello
storico itinerante nel mondo delle citta\ greche.

Nel complesso si tratta di un contributo utilissimo che partendo dalla
misurazione del tempo nelle poleis arriva a fornire un quadro
dettagliato e originale sulla storiografia locale tra IV e I secolo.


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Notes:


1.   Eratostene, FGrHist 241 F 1.

2.   P.Oxy. 12 = FGrHist 255 F 1, 4; Apollodoro, FGrHist 244 F 38.

3.   Tucidide V, 20.

4.   F. Jacoby, Atthis. The Local Chronicles of Ancient Athens, Oxford
1949.

5.   F. W. Walbank, "Timaeus' Views on the Past", in Idem, Polybius,
Rome and the Hellenistic World. Essays and Reflections, Cambridge 2002,
pp. 165-177.

6.   M. Nouhaud, L'utilisation de l'histoire par les orateurs attiques,
Paris 1982.

7.   P. Funke, "<greek>*Xronikai\ sunta/ceis kai\ i(stori/ai</greek>.
Die rhodische Historiographie in hellenistischer Zeit", Klio 76 (1994),
pp. 255-262 e H.-U. Wiemer, Rhodische Traditionen in der
hellenistischen Historiographie, Frankfurt am Main 2001.

8.   Diogene Laerzio VII, 35 = Zenone, FGrHist 523 T 1.

9.   L'affermazione di E. Gabba e\ tratta da "True History and False
History in Classical Antiquity", JRS 71 (1981), pp. 50-62: 52.

10.   Cfr. E. Gabba, "Storiografia greca e imperialismo romano (III-I
secolo a. C.)", RSI 86 (1974), pp. 625-642 e Idem, "Sulla
valorizzazione politica della leggenda delle origini troiane di Roma
(III-II secolo a. C.)", in M. Sordi (ed.), I canali della propaganda
nel mondo antico, Milano 1976, pp. 84-101.

11.   C. F. Edson, "Imperium Macedonicum: The Seleucid Empire and the
Literary Evidence", CPh 53, pp. 153-170.
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