BMCR 2008.12.35, Alejandro Bancalari Molina, Orbe Romano e Imperio

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Alejandro Bancalari Molina, Orbe Romano e Imperio Global: La
Romanizacio/n desde Augusto a Caracalla.  Santiago:  Editorial
Universitaria, 2007.  Pp. 331.  ISBN 9789561119741.  $28.00.

Reviewed by Lorenzo Gagliardi, Universita\ degli Studi di Milano
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Word count:  2171 words
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Nel libro che qui si recensisce, l'autore Alejandro Bancalari Molina
tratta del tema della romanizzazione nei territori extra-italici, nel
periodo compreso tra l'impero di Augusto e quello di Caracalla. Non
mancano peraltro accenni anche all'espansione romana nell'eta\
repubblicana. Lo scopo principale dello studio compiuto da Bancalari
Molina e\ quello di dimostrare che la romanizzazione puo\ essere
interpretata come un "macrofenomeno", che ha rappresentato un
precedente, in sostanza un equivalente, della globalizzazione di cui si
parla anche in relazione all'epoca contemporanea. Ovviamente, l'autore
avverte con attenzione che vi e\ una profonda differenza fra la
globalizzazione romana e la mondializzazione dei giorni nostri, in
quanto la prima si caratterizzo\ per essere un processo in cui si
distinsero da una parte i conquistatori e dall'altra i conquistati,
elemento che sembra non essere presente nei tempi in cui noi viviamo.
Cionondimeno, a suo avviso, la Romanitas puo\ essere convenientemente
vista come un modello, il quale diffuse nell'impero uno stile di vita e
un'identita\ comuni, che tesero a condurre a una certa integrazione
culturale, a un modello di societa\ unitario e sostanzialmente a
un'assimilazione fra Roma e i popoli sottomessi. Non e\ peraltro
assente dalla consapevolezza dall'autore anche la considerazione che la
costruzione di un tale mondo nuovo, globalizzato, non avvenne
unicamente attraverso un processo di diffusione di elementi culturali
dai vincitori ai vinti: anzi, i popoli dominati furono per larghi
aspetti in grado di conservare la propria identita\ e le proprie
tradizioni e quindi di trasmetterle, come in un procedimento osmotico,
a Roma. Ma non e\ di quest'ultimo aspetto che si tratta nel libro: esso
viene qua e la\ accennato, senza che vi si presti particolare
attenzione. Nel libro si tratta invece, assai ampiamente, del fenomeno
opposto, quello della diffusione dei valori culturali della Roma
dominatrice, dal centro alla periferia dell'impero.

Dopo un prologo di Cesare Letta, il volume si apre con una introduzione
dell'autore, che delimita il campo temporale e spaziale della sua
indagine. Del primo abbiamo gia\ detto. Quanto al secondo, si tratta,
in relazione al secondo secolo dell'impero, periodo della massima
espansione, di un vasto spazio di dieci milioni di chilometri quadrati
(tre dei quali occupati dal mare Mediterraneo). Tra oriente e
occidente, Lusitania ed Eufrate, la distanza massima era di 4500
chilometri, mentre tra settentrione e meridione, dalla Scozia al basso
Egitto, la distanza massima era di 2500 chilometri. Si trattava insomma
quasi di un rettangolo, abitato da circa settanta milioni di abitanti e
diviso amministrativamente in 45 province all'epoca di Augusto,
aumentate a 101 con le riforme di Diocleziano. Cio\ detto, si apre il
primo capitolo, nel quale si fornisce quella che, secondo l'autore, e\
la definizione di romanizzazione, ovvero una sua identificazione con
l'imperialismo: e\ vero che quest'ultimo vocabolo comparve solo intorno
al 1870, ma il meccanismo a esso sotteso e\ visto come un problema
antico, che si puo\ fare risalire all'eta\ di Roma, ovvero quando uno
Stato inizio\, per motivi politici, economici e strategici a espandersi
e a controllare numerosi altri popoli. Quanto alle ragioni che
condussero i Romani al loro imperialismo, Bancalari Molina propone di
individuarle da un lato nell'ambizione della classe aristocratica
romana di conquistarsi gloria attraverso le conquiste e, dall'altro,
nella speranza dei cittadini di classe media di guadagnarsi un'ascesa
sociale mediante l'accaparramento di ricchezze. Correttamente, l'autore
individua tre grandi fasi dell'espansione romana. La prima fu quella
del terzo secolo a.C., da lui chiamata imperialismo "di protezione",
ispirata al bellum iustum, basata soprattutto sul sistema federativo.
La seconda fase inizio\ con la guerra annibalica e si caratterizzo\ per
essere un periodo di conquiste dure e brutali, ispirate a un
imperialismo "sfrenato". Infine, da Augusto alla morte di Alessandro
Severo ebbe inizio un imperialismo individuato come "romanizzatore",
volto a diffondere la pax Romana. In quest'ultima epoca, scrive
Bancalari Molina, si tratto\ non soltanto di una conquista, ma di un
processo mirato a coinvolgere i popoli indigeni delle terre conquistate
dai Romani nella costruzione di una nuova entita\: un impero di cui
anche i vari popoli si sentissero partecipi. Pertanto, l'imperialismo
romano di eta\ imperiale si attuo\ non soltanto con la repressione, ma
anche con la tolleranza, con la ricerca del consenso e con la
integrazione. Si tratta di una ricostruzione storica a nostro avviso
nel complesso condivisibile, che puo\ apparire confermata anche dal
fenomeno, particolarmente osservabile in alcune realta\ locali (ben
documentate ad esempio nel caso della Gallia), ove gli appartenenti
alle classi piu\ alte delle comunita\ indigene diedero talvolta inizio
a un processo di auto-romanizzazione e di identificazione volontaria
con Roma. Bancalari Molina sottolinea opportunamente che in gran parte
gli indigeni dei territori conquistati accettarono la pax Romana anche
perche\ i Romani spesso acconsentirono a concedere la loro
cittadinanza, si\ da suscitare un maggiore coinvolgimento dei
provinciali nell'impero, cosa che avvenne in maniera definitiva con la
Constitutio di Caracalla del 212 d.C.

Nel secondo capitolo si compie una rassegna dei modelli storiografici
sviluppati dagli studiosi per interpretare l'espansionismo romano.
Bancalari Molina ne individua e considera ben otto. Il primo e\ quello
classico, risalente a Mommsen, dell'imperialismo difensivo, per cui
Roma non si sarebbe espansa secondo un piano prestabilito, ma si
sarebbe vista obbligata a farlo dalle circostanze. Il paradigma in un
certo senso opposto fu quello sviluppato, tra gli altri, da Be/nabou,
secondo il quale il processo di romanizzazione andrebbe interpretato
dal punto di vista della resistenza dei popoli che si opposero alla
sottomissione. Si analizzano poi in successione gli altri modelli, per
cui l'espansione romana sarebbe stata il frutto di una politica
imperialistica offensiva, oppure sarebbe stata agevolata dalla spinta
all'autoromanizzazione degli indigeni, oppure avrebbe avuto lo scopo di
distruggere le societa\ indigene, oppure ancora si sarebbe espressa
principalmente attraverso lo sfruttamento delle risorse naturali delle
province, o infine avrebbe mirato a creare una societa\ creola. Nessuno
di questi modelli e\ pero\ accettato da Bancalari Molina, il quale,
sviluppando alcune suggestioni di un dibattito molto recente,[[1]]
cerca di proporre un modello nuovo: quello secondo il quale la
romanizzazione dovrebbe essere assimilata e identificata con il
processo che oggi e\ noto con il nome di globalizzazione. E\ questa
l'idea centrale e portante di tutto il libro. Secondo l'autore,
infatti, il modo corretto di interpretare la romanizzazione e\ quello
di vederla come l'effetto di un processo graduale che tese
all'irradiazione dei costumi e dei modi di vita romani e, al contempo,
alla recezione di essi da parte degli indigeni delle varie regioni. Un
tale processo ebbe inizio con la conquista da parte di Roma dei
territori provinciali e si concluse non soltanto con la diffusione
della cultura romana, ma invero con la formazione di una realta\ nuova,
una civilizzazione romano-provinciale.

Il terzo capitolo, di oltre cento pagine, rappresenta il cuore del
volume. In esso l'autore individua e considera quelli che, a suo
avviso, furono gli undici principali fattori della romanizzazione.
Nell'ordine con cui vengono esposti, si tratta dei seguenti:
l'integrazione dell'aristocrazia locale e provinciale
nell'amministrazione dell'impero; la concessione della cittadinanza
romana; la coesistenza del diritto romano e dei diritti locali; il
sistema stesso di governo dell'impero, che consentiva al suo interno il
permanere di una pluralita\ di organizzazioni politiche locali;
un'economia globale basata sul libero commercio; la diffusione, seppur
su scala limitata, di scuole finanziate con mezzi statali; il progresso
della tecnologia, dagli effetti diffusi uniformemente su tutto il
territorio imperiale; l'ottima rete viaria e l'efficiente sistema dei
trasporti; l'efficacia di un esercito permanente, tramite il quale i
soldati, anche quelli dislocati nelle piu\ lontane frontiere, potevano
assumere funzioni civili; il culto per l'imperatore, che fini\ con il
condurre alla formazione di una vera e propria unificante religione di
Stato; l'importanza dello sviluppo delle citta\ e conseguentemente del
modello di vita urbana. Bancalari Molina sottolinea opportunamente che
non furono questi i soli elementi, che giocarono un ruolo
nell'integrazione fra il centro e le periferie dell'impero, ma e\
evidente che furono i principali. E peraltro, se integrazione vi fu,
non fu certo totalizzante, in quanto permasero sempre elementi di
diversita\ nelle varie regioni: dalle lingue (soprattutto il greco
nelle zone orientali), alle consuetudini locali, giuridiche e non.

Dopo l'ampio terzo capitolo, si trovano gli ultimi due, di respiro piu\
breve. Nel quarto, si presentano alcuni esempi di antichi elogi (come
l'Encomio di Roma di Elio Aristide) o di antiche voci di critica (come
quella di Tacito) alle manifestazioni dell'espansionismo romano. Nel
quinto, si offre un'interessante panoramica di numerose fonti (da Marco
Agrippa a Strabone, da Flavio Giuseppe a Dione Cassio, a Rutilio
Namaziano), nelle quali si tratta dell'orbis Romanus come sinonimo di
orbis terrarum e di Roma come caput mundi. Segue un'appendice, in cui
si considerano rapidamente le attestazioni di contatti tra Roma e i
mondi indiano e cinese. Completano il volume le conclusioni, la
bibliografia, l'indice analitico e l'indice degli autori moderni.

Alla luce di questa lettura, possiamo dire che ci troviamo di fronte a
un lavoro interessante, scritto bene, di lettura agile e al contempo
curiosa. Tra le varie idee esposte dall'autore, quella che ci pare piu\
meritevole di essere qui discussa e\ l'idea forte del libro (esposta
soprattutto nel secondo capitolo, ma ripresa anche altrove), secondo la
quale tutte le teorie che in passato si sono avanzate per giustificare
e interpretare l'imperialismo romano devono essere superate, in quanto
esso deve essere compreso unicamente come equivalente della
globalizzazione moderna. Orbene, mi pare che a proposito di questa tesi
si potrebbero svolgere alcune considerazioni. In primo luogo, si
potrebbe osservare che tra la globalizzazione moderna e l'antica
intercorre una grande differenza nel fatto che quella moderna (che
peraltro e\ la sola veramente "globale") si caratterizza per aspetti
soprattutto economici, sociali e culturali, mentre quella dei Romani si
fondava anche sull'unita\ politica dell'impero. In secondo luogo, si
potrebbe discutere se un modello come quello proposto da Bancalari
Molina, che interpreti l'imperialismo romano unicamente come
globalizzazione, possa sostituirsi, ad esempio, al modello secondo il
quale esso fu il frutto di una deliberata politica imperialistica
offensiva: a noi pare che si tratti di due modelli non propriamente
confrontabili tra loro e soprattutto che l'uno non escluda l'altro. Si
potrebbe infatti ammettere che una politica imperialistica offensiva
abbia portato alla globalizzazione e che quindi quest'ultima sia stata
la conseguenza dell'imperialismo romano, non la ragione per la quale
esso si manifesto\.

Alcune considerazioni e\ poi opportuno svolgere a proposito del terzo
capitolo, quello senza dubbio piu\ ricco di suggestioni. Riguardo a
esso, possiamo osservare che forse sarebbe stato opportuno non porre
sullo stesso piano tutti gli undici fattori di integrazione che si sono
individuati, ma raggrupparli in categorie e graduarli in base alla
rilevanza. A nostro avviso sarebbe stato piu\ conveniente, per la
trattazione, distinguere gli elementi unificatrici aventi matrice
politica (e qui si sarebbero considerate la forma dell'impero, la
concessione della cittadinanza, l'importanza del diritto privato romano
in dialettica con i diritti locali, le funzioni "civiche"
dell'esercito), da quelli cultural-religiosi (culto imperiale, scuole)
e da quelli economico-scientifici (strade, trasporti, commercio,
tecnologia). Tuttavia, a prescindere da queste annotazioni strutturali,
nella sostanza la trattazione di ogni paragrafo del capitolo appare
ricca e informata. Entrando in alcune annotazioni critiche di maggiore
dettaglio, qualche piccola incongruenza si rileva nella trattazione
della cittadinanza romana, dove (p. 97), esaminandosi l'organizzazione
locale nell'Italia repubblicana, i municipi vengono presentati come
alleati della Urbs e si aggiunge che tra i diversi fattori che
avrebbero facilitato l'integrazione e l'assimilazione naturale di
"questi alleati" con Roma, vi sarebbe stata la colonizzazione: in tal
modo, l'autore sembra avere messo in relazione tra loro entita\ locali
che avrebbero dovuto essere meglio differenziate. Circa il rapporto tra
diritto romano e diritti locali, sempre con riferimento all'Italia
repubblicana, sarebbe stato opportuno tenere presenti, tra gli studi
recenti, quelli di Luigi Capogrossi Colognesi (ci riferiamo,
soprattutto, al volume Cittadini e territorio. Consolidamento e
trasformazione della "civitas romana", Roma 2000) e la bibliografia in
essi discussa. Trattandosi della Constitutio Antoniniana de civitate
(p. 121), non sarebbe stato inutile una considerazione maggiormente
ravvicinata del testo di P.Giss. 40. A proposito dell'organizzazione
territoriale dell'impero e delle aree di influenza romana (pp. 136
ss.), contemplanti municipi, colonie, province, citta\ libere, reges
socii, sarebbe stato opportuno rilevare che la maggior parte di tali
organizzazioni esisteva gia\ in epoca repubblicana. Viceversa, si
sarebbe potuto valorizzare maggiormente l'aspetto di novita\ del
princeps, come contrapposto al senato. Quanto al tema dell'economia
globale e del world-system, si sarebbe potuto sottolineare il fatto
che, su scala molto minore, un'economia di respiro assai ampio fu
attuata dai Romani gia\ a partire dal terzo secolo a.C.

Le riserve sin qui avanzate, tuttavia, nulla tolgono al valore del
libro di Bancalari Molina, che e\ in definitiva uno studio solido, a
tratti ricco di spunti originali e molto informato sia sulla ricca
bibliografia moderna sia sulle fonti (di cui sarebbe stata peraltro
opportuna la presenza di un indice alla fine del volume). Se qualcuno
dei singoli temi specifici puo\ apparire non molto approfondito, questo
e\ pienamente comprensibile in base al taglio dello studio compiuto
dall'autore, che ha inteso offrire una panoramica generale e agile sul
tema della romanizzazione nei primi due secoli dell'impero, pervenendo
a risultati che dovranno essere tenuti in considerazione da chi altri,
in futuro, vorra\ occuparsi della materia.

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Notes:


1.   J. Malitz, "Globalisierung? Einheitlichkeit und Vielfalt des
Imperium Romanum", in W. Schreiber (ed.), Vom imperium Romanum zum
Global Village. "Globalisierungen" im Spiegel der Geschichte, Neuried
2000, 37-52; M.J. Hidalgo de la Vega, "Algunas reflexiones sobre los
li/mites del oikoume/ne en el Imperio Romano", in Gerio/n 23 (2005),
271-285; D. Favro, "Making Rome a World City", in K. Galinsky (ed.),
The Cambridge Companion to the Age of Augustus, Cambridge 2005,
234-263; R.J. Sweetman, "Roman Knossos: The Nature of a Globalized
City", in American Journal of Archaeology 111 (2007), 61-81; R.B.
Hitchner, The First Globalization: The Roman Empire and Its Legacy in
the 21st Century, Oxford 2007.
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