BMCR 2009.05.55: Franzoni on Osterkamp, Wissensaesthetik: Wissen ueber die Antike in aesthetischer Vermittlung. Transformationen der Antike; Bd. 6
Bryn Mawr Classical Review <[email protected]> Wed, 27 May 2009 14:18:52 -0400 (EDT)
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Ernst Osterkamp (ed.), Wissensaesthetik: Wissen ueber die Antike in
aesthetischer Vermittlung. Transformationen der Antike; Bd. 6.
Berlin/New York: Walter de Gruyter, 2008. Pp. x, 386. ISBN
9783110204919. $125.00.
Reviewed by Claudio Franzoni, Liceo-Ginnasio "Rinaldo Corso",
Correggio, Reggio Emilia, Italy
Word count: 3568 words
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Il volume raccoglie una serie di studi di ottimo spessore incentrati
sul tema della ricezione dell'Antico dal Medioevo fino al Novecento, ma
secondo un'angolazione ben precisa che il curatore, Ernst Osterkamp,
mette ben in evidenza nella premessa, quella cioe\ della trasformazione
della cultura classica attraverso la mediazione estetica; Osterkamp
sostiene insomma l'insostituibilita\ del tramite artistico nella
conoscenza del mondo classico e non a caso richiama il pensiero di
Novalis (p. VIII): "Si sbaglia di grosso se si pensa che ci siano degli
antichi. Solo ora comincia a formarsi l'antichita\, sotto gli occhi e
l'anima dell'artista. I resti antichi sono solo stimoli specifici alla
costruzione dell'antico. L'antichita\ non viene costruita a mano. Lo
spirito la suscita tramite l'occhio, e la pietra scolpita e\ solo un
corpo che riceve significato diventandone manifestazione" (qui nella
traduzione di S. Mati). Il confronto con l'antichita\, insomma, si
costituisce come occasione di una continua rielaborazione
dell'antichita\ stessa, in un processo che implica un ruolo attivo e
creativo da parte delle epoche successive che a quel mondo guardano.
I vari saggi sono ordinati appunto secondo le diverse fasi storiche, a
cominciare dal Tardoantico e dal Medioevo, che vengono considerati come
la prima epoca di trasformazione dell'Antico. Nel primo saggio Arnold
Esch ("Wahrnehmung antiker Ueberreste im Mittelalter", pp. 3-39) si
chiede quale fosse la percezione delle antichita\ nell'Europa
medioevale, in particolare nel XII secolo; il percorso proposto dallo
studioso, per quanto sempre ancorato a questa domanda, risulta
variegato e capace di abbracciare situazioni diverse: l'atteggiamento
di Impero e Papato di fronte ai possibili usi dell'antico,
l'atteggiamento dei Comuni; i racconti, spesso favolosi, dei "Mirabilia
Vrbis Romae" o dei "Gesta Treverorum", una sorta di "Mirabilia" di
Treviri. L'autore ribadisce lo sfondo colto e non popolare di questi
testi--ben diversi dal "Codex Einsidlensis" di eta\ carolingia (fig. 6,
p. 16) --, osservando giustamente che il problema dei "Mirabilia" e\
che sanno troppo e hanno una risposta per tutto (p. 17), anche se tale
risposta e\ spesso infondata. Eppure il modello interpretativo dei
"Mirabilia" non e\ affatto destinato a scomparire col Medioevo e ancora
nel XV secolo uno stesso monumento (il Pantheon ad esempio) puo\
suggerire descrizioni differenti o addirittura contrastanti, come del
resto capita anche nella pittura e nella miniatura.
Un altro aspetto rilevante della percezione medioevale dell'Antico e\
quello del reimpiego: qui Esch torna su un campo in cui e\ stato
letteralmente pioniere, se e\ vero che risale al 1969 un suo saggio
sull'argomento, ancora oggi piu\ che mai valido. Esch affronta dunque
le forme del reimpiego nelle grandi citta\ e nelle piccole pievi (ad
es. S. Martino a Poggio Moiano, in Sabina, p. 24) e si chiede quali
potessero essere le spiegazioni date dai parroci ai rispettivi fedeli
intorno ai marmi classici recuperati ed esposti in quei paramenti
murari medioevali. Anche i cambiamenti nelle forme del riutilizzo--come
un caso di reimpiego nella casa romana di Lorenzo Manili, datato e
precisato nella sua provenienza topografica (fig. 9, p. 21)--segnalano
il grande mutamento introdotto nel XV secolo dalla cultura umanistica.
Tale nuova prospettiva si riflette anche nei nomi propri all'antica, e
tra i vari interessanti esempi riportati dallo studioso spicca il caso
attestato nel 1465 di un commerciante di Magliano in Sabina di nome
Taliarcho (con chiara derivazione da Orazio, Carmina, 1.9).
In conclusione Esch torna su un argomento ben studiato anche di recente
(N. Gramaccini)--quello del confronto con le statue di divinita\
antiche--offrendo la suggestione di una foto (fig. 13, p. 30) col
disotterramento di una statua femminile nuda (Ostia, 1939), fotografia
che ci aiuta a ricostruire quella mescolanza di sorpresa, attrazione e
inquietudine che doveva suscitare in eta\ medioevale l'improvvisa
apparizione di immagini antiche come questa.
Nel saggio successivo ("'Eine andere Antike'. Fuer ein aesthetisches
Paradigma der Spaetantike", pp. 41-58) Marco Formisano parte da un'idea
di H.-I. Marrou, citata appunto nel titolo, secondo cui l'eta\
tardoantica fu appunto "une autre antiquite/, un autre civilisation",
per osservare come il cliche/ del Tardoantico come decadenza, presente
nella letteratura e nelle arti figurative del XVIII-XIX secolo, sia a
volte penetrato anche nella ricerca storica moderna. Lo studioso fa
notare come un contributo positivo a un diverso sguardo sull'epoca sia
stato offerto dagli storici dell'arte antica, Alois Riegl in
particolare; e cosi\ le indagini sul reimpiego (ad es. gli "spolia"
nell'arco di Costantino) hanno in un certo senso aperto la strada per
comprendere i meccanismi di adattamento della tradizione classica
ricorrenti nel Tardoantico. La ricerca contemporanea permette di
cogliere sempre piu\ la pluralita\ delle esperienze culturali di questi
secoli tardi, caratterizzate dalla continua modifica e
reinterpretazione dei modelli letterari tradizionali; si nota, in
particolare, un nuovo rapporto tra attivita\ creativa e opera di
commento e, anzi, il tardoantico si profila proprio come l'epoca per
eccellenza del commentario sotto forma di parafrasi, "epitomai",
"centones"; in questi ultimi si realizza appunto una singolare tensione
tra il ricupero e il rispetto degli autori classici utilizzati e lo
sforzo innovativo nella costruzione dei contenuti.
Susanne Moraw ("Zweifelhafte Gestalt oder Inbegriff von 'virtus' und
'sapientia'. Odysseus in der lateinischen Spaetantike", pp. 59-77)
riassume l'episodio omerico di Odisseo e Polifemo per affrontarne poi
la ricezione nell'iconografia tardoantica; l'episodio di Polifemo,
diffuso soprattutto nell'iconografia dell'Occidente romano, viene
trattato soprattutto nel momento dell'offerta del vino e in quello
della fuga dalla grotta di Polifemo; si direbbe che la figura di Ulisse
diventi simbolo di un uomo che se la sa cavare nelle difficolta\ della
vita, eroe in cui si puo\ cosi\ identificare la classe media. I testi
invece--Ps. Ausonio ("Periocha Odyssiae"), Boezio ("Consolatio
philosophiae"), Fulgenzio ("Expositio Virgilianae continentiae") --si
concentrano sul momento dell'accecamento del ciclope , letto come
simbolo della "superbia", mentre Ulisse diviene simbolo
dell'"ingenium". In conclusione l'autrice osserva brevemente la
ricezione rinascimentale dell'eroe, nell'emblema "Iusta vindicta" di
Andrea Alciati (1531) e negli affreschi col tema dell'Odissea nella
Galleria di Fontainebleau.
Ursula Rombach ("Wissen und Imagination--Distanzierung und Aneignung.
Transformationen des Amazonenbildes in der Alexanderdichtung des 12.
Jahrhunderts", pp. 79-95) si concentra in particolare
sull'"Alexandreis" di Walter de Cha^tillon (c. 1180) e sul "Roman
d'Alixandre" di Alexandre de Paris per osservare secondo quali
modalita\ venga delineata, all'interno delle narrazioni poetiche
medioevali su Alessandro, l'immagine delle Amazzoni; la "barbara
simplicitas" che le caratterizza nella prima opera, ancora legata al
testo di Curzio Rufo, va man mano stemperandosi nella seconda, e le
Amazzoni vanno acquistando i caratteri distintivi dell'ideale femminile
cortese; si compie cosi\ per la Amazzoni, ma del resto per pressoche/
tutti i temi del romanzo d'Alessandro, una vera e propria
trasformazione in senso cortese e cristiano del racconto pagano.
Thomas Haye ("Die Aesthetisierung der Zeitgeschichte aus dem Geist des
antiken Epos. Begruendungen lateinischer Panegyrik im fruehen und hohen
Mittelalter", pp. 97-109) si concentra sul tema dei panegirici
medioevali, soffermandosi in particolare su Guillaume le Breton che
scrive una "Philippis" agli inizi del Duecento dedicata al re Filippo
II Augusto di Francia, e offrendo cosi\ una piu\ generale riflessione
sul rapporto medioevale con i modelli classici e tardoantichi. Secondo
lo studioso, gli antichi--che avevano gia\ riletto in chiave artistica
la propria storia--diventano per gli scrittori medioevali vero e
proprio modello legittimante; anche lo scrittore del Medioevo puo\
ritenere dunque percorribile la strada di una rielaborazione poetica di
vicende e personaggi moderni o contemporanei. La cultura classica offre
in questo senso non solo, e non tanto, dei contenuti da adattare,
quanto un possibile metodo di trasfigurazione estetica degli
accadimenti storici.
La sezione dedicata all'eta\ barocca viene aperta da Tatjana Bartsch
("Transformierte Transformation. Zur 'fortuna' der Antikenstudien
Maarten van Heemskercks im 17. Jahrhundert", pp. 113-159), che affronta
il tema della ricezione dei disegni eseguiti da Maarten van Heemskerck
nel suo soggiorno romano (circa 1532-1537); come e\ noto i disegni
dell'artista fiammingo a Roma riguardano complessi di sculture (a
cominciare dalla celebri descrizioni delle collezioni, soprattutto
cardinalizie, di antichita\), singole statue, minutamente analizzate in
tutto o in parte, come accade per i Dioscuri del Quirinale (fig. 1, p.
115), monumenti antichi come il cosidetto "Ianus Quadrifrons" (fig. 2,
p. 116), infine opere del XV secolo o contemporanee. L'autrice parte
con l'osservare come il primo a usare--con citazioni e adattamenti--i
propri disegni romani sia stato proprio Heemskerck nelle opere eseguite
ad Haarlem, quindi si sofferma sull'interessantissimo ex-libris del
taccuino romano di Heemskercks (oggi separati l'uno dall'altro),
riportandone immagine e testo (fig. 5, pp. 120-121).
Tra i proprietari del taccuino ci fu anche Cornelis van Haarlem: alcuni
suoi dipinti a tema mitologico e a soggetto sacro (fig. 10, p. 126)
dimostrano, secondo l'autrice, l'uso dei disegni di Heemskerck, tanto
per quanto riguarda lo studio dell'antico (in particolare il Torso del
Belvedere), quanto per quello di Michelangelo (Cappella Sistina). Anche
Jacob Matham nelle sue "Antiquae aliquot elegantiae Romanae urbis
omnibus artium studiosis utiles" (c. 1610) inserisce diverse sculture
tratte dal libro di Heemskerck; ma se a Cornelis van Haarlem
interessava soprattutto la resa dei corpi, Matham guardo\
maggiormente agli elementi decorativi di carattere antiquario. Pieter
Saenredam venne in possesso del taccuino di Heemskerck nel 1639; da
esso derivano i dipinti con vedute di Roma (figg. 20-21, pp. 139-141),
citta\ in cui il pittore del resto non ando\ mai; particolarmente
interessante l'attribuzione a Saenredam di un disegno con una veduta
della piazza del Laterano (Firenze, Museo Horne) e di un altro foglio
con veduta del cantiere di San Pietro in collezione privata.
Altrettanto suggestivo il parallelo che l'autrice propone tra
l'impaginazione di alcuni disegni romani di Heemskerck e quella di
alcuni disegni di Saenredam con interni di chiese olandesi. Infine Jan
De Bisschop nei suoi "Signorum veterum icones" (1668-1669) e
"Paradigmata graphices variorum artificum" (1671) inserisce statue
antiche tratte dai disegni di Heemskerck accanto a opere di artisti
moderni, in una prospettiva classicista che fa riferimento
sostanzialmente al Rinascimento italiano.
Ludwig Braun ("'Fortia facta cano Lodoici'. Ueber die Heroisierung der
Gegenwart durch das transformierte Epos der Antike im 17. Jahrhundert",
p. 161-170) mostra come una serie di poemi seicenteschi prendano a
modello l'epica antica nel tentativo di celebrare episodi e personaggi
moderni; in particolare l'autore si occupa della "Rupellais" di Paul
Thomas (1630), che narra la vicenda dell'assedio di La Rochelle, e la
"Rhea Liberata" del gesuita Jean de Bussie\res (1655) che racconta gli
scontri avvenuti sull'isola Re/, nei pressi della stessa localita\.
Braun traccia piu\ che convincenti paralleli tra la prima opera e passi
dell'Eneide, tra la seconda opera e passi delle Metamorfosi di Ovidio,
ma apre anche lo sguardo ad altre opere del pieno Seicento che
rimodellano variamente l'epos virgiliano (e l'implicita celebrazione di
Augusto) per celebrare grandi eroi cristiani, Costantino, Clodoveo,
Carlo Martello, Goffredo di Buglione, san Luigi, Giovanna d'Arco,
Skanderbegh.
Cornelia Wilde ("Nathaniel Ingelos 'Bentivolio and Urania' als
philosophische 'romance'. Aspekte antiker Philosophien in
christilich-neuplatonischer Erbauungsliteratur", p. 171-198) presenta
la figura del teologo inglese Nathaniel Ingelo (1621-1683), che
appartenne alla cerchia dei cd. "Cambridge Platonists", caratterizzata
dalla ripresa della filosofia antica all'interno di problematiche
religiose e morali. Il romanzo 'Bentivolio and Urania' apparve nel 1660
ed ebbe immediatamente un grande successo come prova di letteratura
edificante cristiano-neoplatonica; puo\ essere un esempio di questa
prospettiva la premessa dell'opera, che sviluppa il tema della saggezza
e della conoscenza di se/ secondo il motto delfico. Il neoplatonismo
cristiano diviene cosi\ una sorta di arma diretta contro l'epicureismo
antico e lo scetticismo ateo moderno, mentre la complessita\ degli
argomenti viene temperata proprio dall'impostazione narrativa: come una
sorta di velo, il romanzo coprira\ abbellendola la verita\ filosofica,
ma nello stesso tempo la rivelera\ e la rendera\ piu\ abbordabile. Le
avventure dei tre fratelli Bentivolio, Urania e Panareto si intrecciano
dunque con quelle di eroi positivi (Alethion) e negativi (Antitheus), e
sottintendono dunque verita\ teologico-filosofiche altrimenti
difficilmente rappresentabili. I nomi dei protagonisti e dei luoghi
fantastici sono ricavati manipolando termini greci, latini e italiani,
ed e\ lo stesso autore a chiarire il loro significato allegorico: ci
sono dunque Bentivolio (dal cognome italiano Bentivoglio, letteralmente
"ti voglio bene") e Panareto ("del tutto virtuoso"); c'e\ un luogo che
si chiama Vanasembla e un altro Piacenza, senza alcun riferimento alla
omonima citta\ italiana, ma a "Pleasure", il piacere la\ venerato come
una divinita\; e c'e\ Alethion, l'eroe che ha raggiunto "the Peace of
Soul", in cui si incarnano e si saldano assieme i valori del
cristianesimo e della filosofia antica.
La sezione dedicata all'epoca dello storicismo inizia con un importante
saggio di Martin Doenike ("'Belehrende Unterhaltung':
Altertumskundliches Wissen im antiquarisch-philologischen Roman", p.
201-237) sulla storia del romanzo storico; si comincia dal "Voyage du
jeune Anacharsis" di Jean-Jacques Barthe/lemy (1788), in cui si narra
il soggiorno in Grecia di un giovane scita per ventisette anni dal 363
al 337 a. C.; la seconda opera affrontata e\ quella di August
Boettiger, "Sabina, oder Morgenszenen im Putzzimmer einer reichen
Roemerin" (1803), che prende spunto dal dipinto di Ercolano con la
cosidetta "Vestizione della sacerdotessa" (fig. 3, p. 214), con
l'obbiettivo di descrivere la vita privata dei Romani e di aiutare la
comprensione degli autori antichi; la terza opera presa in esame e\
quella di Franc,ois Mazois, "Le Palais de Scaurus ou description d'une
maison romaine, fragment d'un voyage fait a\ Rome, vers la fin de la
Re/publique par Me/rovir, prince des Sue\ves" (1819); vi si immagina
che l'architetto greco Crisippo mostri a un principe barbaro, Meroviro,
il palazzo di Marco Emilio Scauro, magnificamente costruito e decorato
(in riferimento a Plinio, 36, 2). Lo studioso mette in relazione queste
opere con un romanzo come "The last days of Pompeii" di Edward
Bulwer-Lytton (1834), scrittore che non a caso criticava gli eccessi di
erudizione e pedanteria dei suoi predecessori, Barthe/lemy in
particolare. Del resto il modello di Barthe/lemy era destinato a
sopravvivere a lungo, ad esempio nelle opere di Wilhelm August Becker
("Gallus, oder, roemische Scenen aus der Zeit Augusts: zur genaueren
Kenntniss des roemischen Privatlebens", 1838 e "Charicles: Bilder
altgriechischer Sitte, zur genaueren Kenntniss des griechischen
Privatlebens", 1840). Doenike ricorda opportunamente che Barthe/lemy,
Mazois, Boettiger e Becker erano tutti professionisti, in particolare
filologi e archeologi, e anche questo spiega, nelle loro opere, la
complessa relazione tra fiction e note erudite, excursus e digressioni,
in una tensione spesso irrisolta tra attenzione ai dati storici e
abbandono agli slanci fantastici.
Charlotte Schreiter ("Bildhauerische Technik und die Wahrnehmung
antiker Skulptur: Francesco Carradori Lehrbuch fuer Studenten der
Bildhauerei von 1802", p. 239-265) affronta il tema della riproduzione
della statuaria antica in eta\ neoclassica e prende per questo in esame
l'"Istruzione elementare per gli studiosi della scultura" (Firenze
1802) di Francesco Carradori, che era gia\ stato restauratore a Villa
Medici (1772-1785) e in questo stesso periodo copista dall'antico
(alcune sue copie sono oggi a Palazzo Pitti); dal 1799 fu direttore
dell'Accademia di Firenze, e anche questo spiega il taglio didattico
dell'operetta (37 pp.), corredata da 17 tavole incise (l'articolo ne
riproduce sei). Le tavole I e II dipendono dall'"Ecorche/" di
Jean-Antoine Houdon (1767) e, tramite questo, dall'Apollo del
Belvedere; le altre tavole descrivono l'interno del laboratorio di
scultura e si soffermano in particolare sui momenti della riproduzione
di originali antichi, e sulle varie tecniche adottate per misurare i
modelli ed eventualmente diminuirli o ingrandirli; Carradori si
riannoda ai metodi gia\ adottati nelle botteghe di scultori del
Seicento e del Settecento, come quelli descritti anche nei "Gedanken
ueber die Nachahmung der griechischen Werke (. . .)" di Winckelmann
(1755) e in "Dell'arte di ben restaurare le antiche sculture" di
Bartolomeo Cavaceppi (1768).
Il saggio di Adolf Heinrich Borbein ("Kunstgeschichte als aesthetisches
Ereignis. Die Kunst der Antike in deutschsprachigen wissenschaftlichen
Monographien fuer ein buergerliches Publikum im 19. und fruehen 20.
Jahrhundert", pp. 267-281) prende in considerazione il successo
editoriale e di pubblico del "Grundriss der Kunstgeschichte" (1860, ma
riedita ancora nel 1921) di Wilhelm Luebke e della "Geschichte der
griechische Plastik" di Joh. Overbeck (1857 e riedita ancora nel 1893).
Si tratta di opere indirizzate al pubblico colto (non necessariamente
agli specialisti), ma anche agli stessi artisti, in cui la dimensione
estetica--secondo la lezione di Hegel--serviva a far meglio abbracciare
l'intera dinamica storica. Uno dei problemi che Borbein affronta e\
quello dell'uso delle immagini nei volumi di Luebke e Overbeck, ma
anche nella "Geschichte der bildenden Kuenste bei den Griechen" (1824)
di H. Meyer, nella "Geschichte der bildenden Kuenste bei den Alten
(1833) di A. Hirt, nei "Meisterwerke der griechischen Plastik" (1893)
di Adolf Furtwaengler, in "Die Kunst der Griechen" di A. von Salis
(1919), fino a "Die Kunst der Antike (Hellas und Rom)" (1927) di G.
Rodenwaldt, e, ancora, in altre monografie scientifiche di lingua
tedesca. Lo studioso osserva dunque le illustrazioni di questi volumi
sia sotto il profilo della qualita\ e delle tecniche adottate (il
disegno, l'incisione, la fotografia), sia, soprattutto, sotto il
profilo del rapporto numerico tra documentazione iconografica e pagine
del testo; il diverso rapporto tra l'una e le altre riflette i
mutamenti della storiografia artistica tra XVIII e XX secolo, in
particolare nel progressivo ribilanciamento tra la analisi storica e
analisi estetica.
Achim Aurnhammer (Georg Ebers' 'Kleopatra': Kompromiss zwischen
Gelehrsamkeit und Popularitaet, p. 283-306) si concentra sulla figura
dell'egittologo Georg Ebers, allievo di Johann Gustav Droysen, che
scrisse una ventina di romanzi storici, perlopiu\ ambientati in Egitto;
tra essi "Kleopatra. Historischer Roman" (1894) ebbe un successo
notevole in Germania, ma, come dimostrano diverse traduzioni, anche in
altri paesi. Aurnhammer segue Ebers nel suo profilo della figura di
Cleopatra attraverso i vari capitoli: il procedimento e\ quello di
combinare fonti letterarie (in particolare Strabone per la topografia
dell'antica Alessandria e Plutarco nella vita di Antonio) e materiali
archeologici; in appendice vengono infatti riportate quattro lettere a
Ebers dell'amico Paul Walther da Alessandria (1892), sulla scoperta di
due statue che si presumeva raffigurassero appunto Cleopatra e Marco
Antonio. A commento dell'articolo l'autore pubblica incisioni relative
alla storia di Cleopatra comparse in "Aegypten in Wort und Bild" dello
stesso Ebers, non a caso in relazione con Lawrence Alma-Tadema.
L'ultima sezione del volume si propone di esaminare alcuni aspetti
della ricezione e dell'uso dell'antico nella contemporaneita\. Il
saggio di Marcus Junkelmann ("Parade und Triumphzug im Monumentalfilm",
p. 309-324) studia l'interpretazione e la resa delle parate trionfali
dell'antica Roma nel cinema; dopo aver giustamente rilevato le
affinita\ esistenti tra la pittura a tema storico della fine del XIX
secolo e i primi film a soggetto storico, l'autore fa osservare le
numerose improprieta\ nelle ricostruzioni del trionfo antico e
l'influenza che ebbero su queste produzioni cinematografiche il modello
delle parate militari del Fascismo e del Nazismo, ma anche un'opera
come "Triumph des Willens" (1934) di Leni Riefenstahl. I film su cui
Junkelmann maggiormente si sofferma sono "Quo vadis?" di M. LeRoy
(1951), "Ben-Hur" di W. Wylers (1959), "The Fall of the Roman Empire"
di A. Mann (1964), "Gladiator" di R. Scott (2000), ma anche la serie
televisiva "Rome" di A. Taylor (2005).
"Catilina's Riddle" di Steven Saylor (1993) e "Pompeii" di Robert
Harris (2003) sono i due romanzi--ambientati appunto nel 63 a. C. e nel
79 d. C.--al centro del saggio di Craig Williams ("Rom in der
Postmoderne. Darstellungen der Antike in zwei historischen Romanen",
pp. 325-344); una volta tracciate le caratteristiche del romanzo
storico postmoderno, l'autore sintetizza la trama dei due libri; mentre
nel XIX secolo uno dei temi preferiti era quello della vittoria del
cristianesimo sul paganesimo, i temi centrali sembrano ora quelli della
schiavitu\ (anche con riprese puntuali di fonti antiche come Catone,
Agr. 2.7), della sessualita\ (in particolare l'omosessualita\ e la
prostituzione), della tecnica (ad es. gli acquedotti in "Pompeii", il
mulino in "Catilina's Riddle"); notevole nel romanzo di Harris la
descrizione dell'eruzione del Vesuvio tanto dal punto di vista dei
protagonisti antichi, quanto da quello della scienza odierna, e il
conseguente contrasto stilistico e lessicale. Nello stesso libro e\
interessante notare come gli elementi paratestuali orientino il lettore
verso il tema della decadenza, della catastrofe imminente, della
corruzione, del resto abituali quando si parla di Roma nella cultura
popolare, sollecitando, ad es., il parallelo Pompei-11 settembre 2001.
Aspetti interessanti del saggio sono l'indagine sull'uso dei testi
antichi (ad es. il discorso di Catilina in Sallustio) e l'attenzione al
gioco di specchi tra fiction e storia, come quando il "Satyricon" di
Petronio viene imitato e, nello stesso tempo, citato come tale a
proposito della Cena Trimalchionis.
Matthias Dreyer ("Archiv und Kollektiv. Griechischen Tragoedien als
chorisches Theater, Einar Schleef, Theatercombinat und Theodoros
Terzopoulos", pp. 345-367) ripercorre rapidamente la storia delle
rappresentazioni della tragedia greca dagli anni '70 in poi (ad es.
Peter Stein, Christoph Nel. . .) rimarcando la continua tensione tra
rispetto della dimensione storica e desiderio di attualizzazione.
L'autore esamina in particolare il ruolo del coro della tragedia greca
come problema nel teatro del Novecento, in quanto figura posta ai
margini tra lo spazio del palcoscenico e quello degli spettatori, e in
quanto tale possibile tramite tra il processo drammatico e il pubblico.
A questo scopo Dreyer affronta "Muetter" di Einar Schleef (Frankfurt
1986)--dai "Sette contro Tebe" di Eschilo e dalle "Supplici" di
Euripide--ricordando la scelta registica del lunghissimo lamento del
coro e il rapporto che si venne cosi\ a instaurare tra coro e
spettatori. Si descrive quindi la messa in scena dei "Persiani" di
Eschilo (Genf, 2006) da parte del gruppo "Theatercombinat", con un coro
formato da un gran numero di cittadini di Genf, nell'intento di
riprodurre proprio i meccanismi teatrali dell'antica Atene e, allo
stesso tempo, rendere vivo e presente il testo antico. L'ultima
rappresentazione studiata e\ quella di "Aiace" di Theodoros Terzopoulos
(2006), tratto da Sofocle.
Il volume si conclude con un profilo biografico degli autori, con un
indice dei nomi (non indenne da qualche imprecisione, ad es. Andrea
Mantegna e Benedetto Antelami indicizzati secondo il nome di battesimo)
e con un indice delle cose notevoli.