*[war] Noi, killer ai checkpoint, le regole non ci sono più

gabri.cris-nc/[email protected] Thu, 10 Mar 2005 11:25:43 +0100
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"Noi, killer ai checkpoint, le regole non ci sono più"
di RICCARDO STAGLIANO'

 
Il sergente Jimmy Massey è stato nei marines per 12 anni prima di finire
in Iraq. Nell'aprile 2003 al checkpoint che comandava sono stati uccisi,
in 48 ore, una trentina di civili: "Ci sono voluti due giorni perché ci
spiegassero che il nostro alzare il braccio per intimare l'alt era interpretato
come un gesto di saluto". Ha cominciato a non dormire più e ha protestato
con i superiori. Rispedito a casa per "disordine da stress post-traumatico"
è stato "congedato con onore" nel dicembre 2003. Oggi gira l'America raccontando
quello che ha visto "perché in Iraq tutte le regole d'ingaggio e la Convenzione
di Ginevra sono saltate". 

Com'è possibile un malinteso del genere? 
"Ricevevamo quotidianamente intelligence che ci mettevano in guardia contro
gli attacchi suicidi, la nostra ansia veniva ingrassata da inviti a sospettare
di donne e bambini, delle ambulanze: tutti gli iracheni erano dipinti come
terroristi. Le dita scattano più facilmente sul grilletto con un trattamento
del genere". 

Sì, ma le regole d'ingaggio? 
"Prima alzavamo il braccio - o accendevamo un faro di notte - poi una raffica
di avvertimento (in un paese dove tutti sparano per aria per festeggiare)
e quindi si mirava all'auto. Ma l'intervallo tra queste tre fasi si riduceva
sempre più. Avevamo chiesto delle vere barricate per costringere al rallentamento
ma i nostri genieri ci dissero che non erano essenziali. In verità si era
pronti a correre il rischio di fare vittime innocenti per dimostrare chi
fosse il più forte in campo". 
 
Erano davvero terroristi? 
"Nessuno, dalle auto su cui abbiamo sparato, ha mai risposto al fuoco. E
mai, nelle perquisizioni sulle vetture, abbiamo trovato armi. Soldi in contanti,
piuttosto, di gente che cercava di scappare. Ricordo la faccia insanguinata
di una bambina di 6 anni, e gli occhi dell'unico sopravvissuto di una Kia
rossa dalle parti dello stadio di Bagdad che continuava a ripetermi: "Perché
avete ucciso mio fratello?"". 

E lei cosa ha fatto? 
"Io sono andato dal mio comandante e gli ho detto che stavamo facendo dei
massacri inutili. Lui mi ha detto che avevo bisogno di riposo e di vedere
uno psicologo. Mi hanno rimandato a casa". 

I suoi soldati la pensavano come lei? 
"Non è il loro mestiere mettere in discussione gli ordini. Erano ragazzi
contenti del loro lavoro. E quando qualcuno ha cominciato a venire da me
con dei dubbi, il mio compito era di mantenerli motivati per far sì che
tornassero a casa interi. A loro dicevo "tornate a combattere", ma dentro
non resistevo più. Violavamo tutte le regole che ci avevano insegnato".


Ha letto dell'agente italiano ucciso? 
"Sì, e sapendo come funzionano i checkpoint non mi sorprende affatto: prima
si spara, poi si fanno le domande. Non c'era alcuna linea guida sulla velocità
dell'auto. Lo vado dicendo in giro da un anno ormai. Sapevo che era questione
di tempo prima che lo scandalo venisse a galla. Tragicamente ci voleva una
vittima famosa per denunciare anche i tanti iracheni morti".

Fonte: Repubblica