[dir] Amnesty: si apre il processo per il raid alla Diaz

gabri.cris-nc/[email protected] Mon, 4 Apr 2005 17:09:04 +0200
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Amnesty International - comunicato stampa

Italia/G8: si apre il processo per il raid alla Diaz

Mercoledì 6 aprile, a quasi quattro anni dalle operazioni di polizia che
caratterizzarono lo svolgimento della riunione del G8 del 2001 a Genova
e le manifestazioni ad esso collegate, 28 funzionari di polizia - alcuni
dei quali di alto grado - compariranno in giudizio. Il processo riguarda
il raid notturno compiuto dalle forze dell?ordine nei locali di una scuola
utilizzata come dormitorio per i manifestanti e segreteria del Genoa Social
Forum. Le accuse contro gi imputati comprendono l'abuso di autorità, la
fabbricazione di prove false e gravi lesioni fisiche.

Amnesty International giudica positivamente l'apertura del processo come
un significativo passo avanti per combattere l?impunità della polizia. Tuttavia,
l?organizzazione per i diritti umani lamenta il fatto che le autorità non
abbiano preso altre misure decisive in questa direzione, in relazione sia
ai fatti del G8 che a un più ampio contesto di frequente effettiva impunità
per le forze dell'ordine e per il personale carcerario, accusati di torture,
maltrattamenti e forza eccessiva, come registrato da molti anni da Amnesty
International.

Le 93 persone arrestate nel corso del raid all?interno della scuola dichiararono
di non aver opposto resistenza, come invece sostenuto dalla polizia, e di
essere state sottoposte a percosse deliberate e gratuite. Almeno 82 di esse
vennero ferite; 31 furono trasferiate in ospedale, in tre casi in condizioni
critiche. Alcuni di essi ricevono cure mediche ancora oggi. Gli arrestati
furono accusati non solo di resistenza a pubblico ufficiale ma anche di
furto, detenzione di armi e appartenenza a un?organizzazione criminale dedita
al saccheggio e alla distruzione della proprietà. Nel febbraio 2004, al
termine delle indagini, tutti i procedimenti furono chiusi per mancanza
di prove.

Sono solo 28 i funzionari di polizia sottoposti a processo: decine di agenti
che parteciparono al raid e che si ritiene avessero preso parte alle aggressioni
fisiche, non hanno potuto essere individuati poiché i loro volti erano pesantemente
travisati da maschere, sciarpe o caschi e non portavano targhe identificative
recanti nomi o numeri di matricola.

Amnesty International ha ripetutamente sollecitato l'Italia a recepire il
Codice di etica della polizia, adottato dal Consiglio d'Europa nel settembre
2001, e ad assicurare che i suoi pubblici ufficiali siano obbligati a mostrare
in maniera evidente alcune forme di identificazione individuale, come un
numero di matricola, al fine di evitare il ripetersi di situazioni d'impunità.

Un altro metodo riconosciuto a livello internazionale per prevenire lo sviluppo
di un clima d'impunità e ulteriori abusi da parte della polizia è la sospensione
dal servizio di coloro che sono sospettati di aver commesso reati come quelli
oggetto del processo, in attesa dell'esito dei procedimenti penali. Amnesty
International ha notato con preoccupazione che gli agenti che sono sotto
processo in relazione al raid di Genova non sono stati sospesi dal servizio
e, in alcuni casi, sono stati promossi.

La maggior parte delle persone arrestate nel corso dei raid venne trasferita
nel centro di detenzione temporanea di Bolzaneto. Vi transitarono oltre
200 persone, molte delle quali furono private dei fondamentali diritti riconosciuti
a livello internazionale ai detenuti, tra cui il diritto di avere accesso
agli avvocati e all'assistenza consolare e quello a informare i familiari
sulla propria situazione. Nel corso di un'udienza preliminare, i pubblici
ministeri di Genova hanno illustrato in modo efficace le prove degli abusi
verbali e fisici subiti dai detenuti. Hanno descritto, tra l'altro, come
i detenuti fossero stati presi a schiaffi, calci, pugni e sputi; sottoposti
a minacce, compresa quella di stupro, e ad insulti anche di natura oscena
e sessuale; obbligati a rimanere allineati e in piedi per ore, a gambe divaricate
contro un muro; privati di cibo e acqua per lunghi periodi; soggetti a perquisizioni
corporali effettuate in modo volutamente degradante, con uomini costretti
ad
 assumere posizioni umilianti e donne forzate a denudarsi di fronte ad agenti
di sesso maschile. I pubblici ministeri hanno citato singoli casi di abuso:
una ragazza la cui testa è stata spinta in un gabinetto, un ragazzo obbligato
a camminare a quattro zampe e ad abbaiare, il pestaggio di un detenuto non
in grado di rimanere in piedi per ore poiché aveva un arto artificiale.

La pubblica accusa ha chiesto l?incriminazione di 15 agenti di polizia,
11 carabinieri, 16 agenti di custodia e cinque membri del personale medico
per vari reati tra cui abuso di autorità, coercizione, minacce e lesioni
fisiche, accusandoli di aver sottoposto i detenuti a trattamenti crudeli,
inumani e degradanti in violazione dell'art.3 della Convenzione europea
sui diritti umani e le libertà fondamentali. I pubblici ministeri hanno
anche espresso il timore che, dato il tempo già trascorso, possa intervenire
la prescrizione e che gli accusati non potranno mai essere sottoposti alla
giustizia.

Amnesty International sottolinea che uno dei più efficaci modi per prevenire
la tortura, i maltrattamenti e la forza eccessiva è l?applicazione di sanzioni
adeguate - commisurate alla gravità del reato - da parte del sistema di
giustizia penale. Sapere che i tribunali sono pronti a infliggere pene severe
nei confronti di chi ordina, condona o perpetra la tortura e i maltrattamenti
costituisce uno dei più concreti fattori di dissuasione. Sottoporre alla
giustizia i responsabili non solo dissuade questi ultimi dal reiterare i
propri crimini ma rende anche chiaro ad altri che i maltrattamenti non saranno
tollerati, rassicurando al tempo stesso l'opinione pubblica che nessuno
è al di sopra della legge.

Nel luglio 2001, data la deprecabile assenza in Italia di un'istituzione
nazionale indipendente sui diritti umani o di un organismo indipendente
competente a ricevere denunce nei confronti della polizia e ad accertarne
le eventuali responsabilità, Amnesty International aveva chiesto l'immediata
costituzione di una commissione d'inchiesta, pubblica e indipendente, sull'operato
della polizia durante il G8 indicando alcuni criteri idonei a dare efficacia
a tale organismo. Da allora non è stato creato alcun organismo del genere,
ma la sua necessità permane ancora oggi; esso potrebbe costituire la base
per la creazione di un meccanismo permanente e indipendente di controllo,
col mandato di prendere in esame tutti gli aspetti delle operazioni di polizia.

L?importanza della volontà politica di contrastare l'impunità della polizia
non può essere minimizzata. Amnesty International richiama le chiare indicazioni
che il Comitato per la prevenzione della tortura del Consiglio d'Europa
ha diffuso l'anno scorso a tutti gli Stati membri 'Nessuno deve essere lasciato
nel dubbio che le autorità dello Stato non intendano combattere l?impunità.
Questo [impegno] rafforzerà le azioni intraprese a ogni altro livello. Quando
necessario, le autorità non dovranno esitare a trasmettere, mediante un
messaggio formale ai più alti livelli politici, il chiaro segnale che ci
dovrà essere tolleranza zero nei confronti della tortura e di altre forme
di maltrattamento'.

Amnesty International deplora che a diciassette anni dalla ratifica della
Convenzione dell'Onu contro la tortura e nonostante ripetuti solleciti da
parte di organismi intergovernativi - tra cui il Comitato dell'Onu contro
la tortura e il Comitato sui diritti umani - l'Italia non abbia ancora introdotto
nel codice penale il reato di tortura, così come previsto nella Convenzione
dell'Onu contro la tortura.

FINE DEL COMUNICATO Roma, 4 aprile 2005