[war] L'imam rapito a Milano dalla Cia

gabri.cris-nc/[email protected] Tue, 28 Jun 2005 10:37:40 +0200
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L'imam rapito a Milano dalla Cia
I silenzi e la complicità con Washington
I sequestri in Italia per costruire prove contro l'Iraq
di GIUSEPPE D'AVANZO

 
Abu Omar 
IL SILENZIO del governo è sempre più assordante. George W. Bush ha autorizzato
un'operazione illegale della Cia in territorio italiano nel febbraio del
2003, alla vigilia della guerra in Iraq (19 marzo). Diciannove agenti hanno
sequestrato un cittadino egiziano (Abu Omar) ospitato in Italia con l'asilo
politico, imam radicale in sospetto di terrorismo, per la procura di Milano.
Abu Omar è stato torturato nella base di Aviano. Trasferito in Egitto, e
ancora torturato, al fine di farne una spia americana. La missione degli
agenti di Langley ha violato la nostra sovranità territoriale e il diritto
internazionale; strapazzato la dignità nazionale e le regole non scritte
della schietta collaborazione tra alleati, ma Palazzo Chigi non ha nulla
da dire. Nessun commento. Non un fiato. 

Tacciono tutti, in coro: il presidente del Consiglio, Gianni Letta, autorità
politica che sovraintende al lavoro dei servizi segreti, Fini (forse a ragione,
non era ministro degli esteri nel 2003). Tacciono il ministro della Difesa
e dell'Interno. La loquacità del governo è come evaporata per l'imbarazzo
di dover dire qualcosa e di non poterlo dire per non essere clamorosamente
smentito. 

Oggi il silenzio del governo appare come una conferma che Roma ha offerto
un tacito assenso politico alla mossa di Washington e assicurato la neutralità
(che poi vuol dire complicità) dei nostri servizi di sicurezza e della nostra
polizia giudiziaria. 

Naturalmente, come scrive il New York Times, non c'è alcuna concreta probabilità
che l'amministrazione americana possa consegnare a una magistratura straniera
- anche se di un Paese alleato - agenti impegnati in un'azione antiterrorismo
autorizzata direttamente dal presidente, secondo le regole che gli Stati
Uniti si sono dati dopo l'11 settembre. 

L'affare non può essere dunque soltanto penale (se così fosse, sarebbe già
moribondo), ma politico. Perché politiche sono le questioni sul tavolo:
quale ruolo ha avuto l'Italia nella Guerra al Terrorismo pianificata da
Washington? Quali attività illegali o extralegali sono state autorizzate
dal governo e realizzate non solo dagli apparati di sicurezza, ma anche
dalla polizia giudiziaria? Quelle attività illegali o extralegali erano
necessarie per proteggere il Paese dal terrore o quali per "costruire prove"
contro i cosiddetti "Stati canaglia"? Qual è stato il grado di coinvolgimento
della magistratura e il livello di deformazione del paradigma del giudizio
penale, che poi vuol dire certezza del diritto, eguaglianza dei cittadini
di fronte alla legge, immunità dall'arbitrio inquisitorio? 

Se queste sono gli interrogativi che la violazione degli Stati Uniti si
trascina dietro, l'inchiesta del procuratore Armando Spataro è mutilata
fino alla zoppia. A partire da un'elementare considerazione. Il disvelamento
della cattura illegale di Abu Omar è il frutto del più agevole esercizio
investigativo. Si raccolgono i numeri dei cellulari presenti nel luogo del
rapimento. Se ne sviluppano le tracce. Si incrociano i contatti. Si registrano
i movimenti. Si accertano le identità. Si controllano le presenze alberghiere
e da qui, lungo la "scia" delle carte di credito, si può ricostruire chi
era presente in quel luogo; da dove veniva; come ci è venuto; dove è andato;
chi è o chi ha detto di essere; con chi ha avuto contatti. Ora se questa
pratica investigativa è di assoluta routine, perché non è stata portata
a termine in due lunghi anni dal pubblico ministero, Stefano Dambruoso,
che ha preceduto Spataro nell'inchiesta? 

La circostanza rende cauti e invita a muoversi a ritroso lungo le iniziative
del pool antiterrorismo di Milano (Dambruoso ne è stato punta di diamante
fino all'aprile del 2004). Si scorgono alcune mosse sconnesse. In Milano,
Bagdad, un libro pubblicato nel maggio del 2004 con la collaborazione di
un giornalista del Corriere della Sera (Guido Olimpio), Stefano Dambruoso
definisce Abu Omar "l'iman radicale faro di un nucleo estremista a Milano"
(pag.43); "l'egiziano che, fino alla sua sparizione, ha diretto con il pugno
di ferro i militanti di Al Qaeda a Milano" (pag. 22) e, con qualche disprezzo,
"bizzarra dietrologia" che sia stata la Cia a rapirlo, nonostante nel maggio
del 2004 sia chiaro a tutti che l'imam è stato sequestrato da un'intelligence
occidentale (lo scrive il giudice Guido Salvini). 

Naturale chiedersi come la procura di Milano abbia potuto liquidare con
tanta negligenza l'ipotesi della Cia quando sarebbe stato un gioco da ragazzi
accertare la presenza, nel luogo del sequestro, di una ventina di americani
con telefono cellulare che poi, a cose fatte, chiamano addirittura la Virginia
e il consolato Usa a Milano. Come è del tutto illogico non aver chiesto,
fino al 5 aprile di quest'anno, l'arresto di Abu Omar, l'imam radicale sospettato
addirittura di essere il ragno della rete terroristica italiana. 

Dambruoso nel suo libro la racconta così: "Abbiamo la certezza che la cellula
italiana è centrale in una filiera europea di mujahiddin da inviare nel
Kurdistan iracheno. Combattenti, volontari e gente da addestrare. Lo stesso
network, poi, provvede al finanziamento delle cellule attraverso un intricato
trasferimento di somme di denaro che dall'Italia, via Germania, raggiungono
Siria e quindi le basi di Al Ansar Al Islam" (pag.12). Ansar Al Islam, come
Abu Omar, è più o meno una "scoperta" della procura di Milano secondo la
quale il gruppo addirittura "ha sostituito, in Occidente e in Medioriente,
Al Qaeda unendosi ai membri della banda di Abu Musab Al Zarqawi". 

È una "certezza" che convince Dambruoso ad abbandonare tutti gli altri filoni
d'investigazione (Gia, Jihad, Gama'a Al Islamiya). È un'altra stravaganza.
Ansar Al Islam è soltanto una piccola e marginale organizzazione curda di
ispirazione islamica senza nessun rapporto, come è oggi da tutti accettato,
né con Osama Bin Laden né con Abu Musab Al Zarqawi (che peraltro in quegli
anni ha in odio lo sceicco saudita). 

La sola logica che può spiegare la girandola di errate conclusioni della
procura di Milano sulla centralità dei curdi di Ansar al Islam e di Abu
Omar non si afferra nelle evidenze probatorie delle indagini milanesi: all'esame
dell'aula e del giudice, quelle, sono andate a ramengo. Questa ridefinizione
delle relazioni di alcuni gruppi integralistici islamici con Al Qaeda e
Bin Laden è soltanto coerente con le operazioni di influenza e le manipolazioni
in corso in quegli anni per mano dell'intelligence americana. 

Una fonte indipendente, Jason Burke caporeporter del prestigioso settimanale
londinese Observer, nel suo eccellente Al Qaeda, spiega che "nell'estate
del 2002, il presidente Bush, i falchi della Casa Bianca e il primo ministro
Blair hanno cominciato a parlare di "ampi legami" tra il regime di Saddam
e al Qaeda, con Ansar Al Islam quale tramite principale. Sono stato nel
Kurdistan iracheno per indagare su queste accuse e ho scoperto che erano
totalmente infondate". 

Quell'intreccio Saddam-Al Qaeda-Ansar al Islam e, in Italia, Abu Omar, guida
dal "pugno di ferro", appare oggi per quel che è: soltanto un capitolo della
combinazione intelligence-guerra psicologica-guerra dell'informazione ingaggiata
da Washington e Londra per giustificare l'invasione dell'Iraq. Le cose possono
essere andate così. La procura di Milano riceve dallo spionaggio americano
brandelli di intelligence senza alcuna attendibilità - "bufale" costruite
a tavolino per necessità politica - e, a indagine conclusa, gliela restituisce
con il timbro di attendibilità di un'inchiesta giudiziaria, in un circolo
vizioso che può anche essere, né più né meno, una tecnica di disinformazione.


Soltanto in questo contesto, che chiama in causa Casa Bianca, governo italiano,
servizi segreti italiani e stranieri, polizia giudiziaria, magistratura,
possono trovare una ragione accettabile le negligenze della procura di Milano,
che (1) non fa arrestare Abu Omar; (2) non lo tiene d'occhio come meriterebbe
lasciando così campo libero agli agenti della Cia; (3) non conclude, a ridosso
del sequestro, la più sbrigativa delle indagini con l'analisi dei tracciati
telefonici. 

Se non trova un perché a questi passi zoppi, l'inchiesta del procuratore
Armando Spataro appare soltanto il modo dell'ufficio del pubblico ministero
di Milano per salvare la faccia, come si dice, per "mettere le carte a posto"
senza affrontare il vero nodo della questione: il governo ha saputo e assentito
alla violazione della Cia? I servizi segreti italiani e la polizia giudiziaria
hanno collaborato all'impresa? La procura si è lasciata intimidire dall'antica
collaborazione con l'intelligence americana confondendo o attardando l'obbligo
dell'azione penale? Sono interrogativi che si lasciano dietro un inquieto
disagio che qualche mossa di Spataro accentua. Perché il solo agente Cia
che non ha lasciato l'Italia (Robert Seldon Lady, capostazione dell'Agenzia
a Milano) non è stato arrestato con un pericolo di fuga così concreto che
poi si è naturalmente realizzato? Perché non sono stati ancora ascoltati
Gianni Letta, i capi di Sismi e Sisde, il direttore del Cesis che li coordina,
il capo della Digos e del Ros di Milano? 

L'inchiesta sul sequestro di Abu Omar consente di liberarci dal ragionato
dubbio che, nella pianificazione dell'invasione dell'Iraq, l'Italia, con
il consenso del governo, sia stata la sponda su cui far rimbalzare - rafforzandole,
rendendole credibili e persausive - le operazioni d'influenza e di disinformazione
di Washington e Londra. La procura di Milano ha oggi l'opportunità e il
dovere di venire a capo della nostra "guerra sporca" riconciliandoci con
la realtà. 

È un'opportunità che ha avuto anche la procura di Roma quando ha indagato
lo stravagante personaggio che mise insieme e consegnò agli inglesi e (con
la complicità dell'intelligence italiana) agli americani, il falso dossier
sull'uranio nigerino che divenne, nelle parole di Bush, la "prova" che Saddam
radunava armi di distruzione di massa. Lo spione ammise, in un'intervista,
di aver fatto quel lavoro "per conto del Sismi". Come da copione del Porto
delle Nebbie, la procura di Roma ha archiviato il caso in gran fretta. È
proprio la complicità di coloro che sono chiamati a ricostruire la verità
dei fatti, alla fine, a proteggere il tenace silenzio del governo.

Fonte: Repubblica