[glo] I temi degli "annual meetings" di Banca Mondiale e FMI

"Chiodofisso :: Redazione" <[email protected]> Thu, 22 Sep 2005 17:41:19 +0200 (CEST)
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I TEMI DEGLI ANNUAL MEETINGS DI BANCA MONDIALE E FONDO MONETARIO (WASHINGTON, 24-25 SETTEMBRE)
 
Introduzione
 
L’edizione 2005 degli Annual Meetings delle Istituzioni di Bretton Woods arriva dopo due vertici internazionali come il G8 di Gleneagles ed il Summit di New York delle Nazioni Unite che hanno sostanzialmente deluso le aspettative riguardo un nuovo approccio per lo sviluppo dei paesi più poveri, in particolare di quelli africani. Il tutto al fine di raggiungere entro il 2015 gli Obiettivi di Sviluppo del Millennio delle Nazioni Unite. Ad oggi la Presidenza inglese del G8 e dell’Unione Europea non è riuscita ad assicurare un accordo per una significativa cancellazione del debito dei paesi poveri, un autentico aumento degli aiuti allo sviluppo e soprattutto una riscrittura delle attuali regole per il commercio internazionale, come richiesto a gran voce da tutta la società civile internazionale.
Sorprendentemente, a fronte del fallimento senza appello del summit di New York, la Banca mondiale ed il Fondo monetario si trovano a discutere nuovamente l’accordo provvisorio di Gleneagles, ulteriormente al ribasso, come temono in molti osservatori internazionali. Allo stesso tempo, nella dichiarazione finale del Summit di New York il ruolo che dovrà avere la Banca mondiale – il più grande finanziatore pubblico al mondo di interventi nei paesi in via di sviluppo - sugli Obiettivi del Millennio è citato solo due volte, di cui una in merito alla Peacebuilding Commission. Bisogna interpretare questo come un possibile passaggio da lotta alla povertà a interessi geo-politici legati alla ricostruzione post-conflitto, come farebbe intendere anche la nomina di Paul Wolfowitz al vertice dell’istituzione? In realtà è dal 2002 che il coinvolgimento della Banca mondiale nelle operazioni post-conflitto in Afghanistan e Iraq ha sollevato più di un dubbio sui possibili condizionamenti legati ad interessi economici e diplomatici da parte dell’amministrazione statunitense. Negli ultimi anni un quinto dell’intero budget annuale della Banca mondiale (che ammonta a circa 30 miliardi di dollari) è andato a finanziare attività post-conflitto. Allorché precedenti grossi clienti della Banca, India e Cina, iniziano ad operare in maniera autonoma, senza ricorrere a prestiti per la costruzione di grandi opere infrastrututrali, si verifica lo “sbarco” della stessa Banca in Iraq, per ridisegnare l’economia irakena. Uno sforzo che appare teso a favorire grossi interessi privati occidentali, il tutto senza un preciso mandato internazionale. Va segnalato che per ora i dati sui contractors beneficiari non sono disponibili. 
 
Debito
 
L’accordo di cancellazione dei 15 miliardi di dollari di debito dovuto dai 18 Paesi più poveri (di cui 14 africani), raggiunto a giugno durante il G7 dei Ministri dell’Economia di Londra è confermato dal G8 di Gleneagles, dovrà ora essere discusso agli Annual Meetings, per poi essere messo in pratica nei prossimi mesi. Ma le divisioni sulle modalità operative già non mancano, sia all’interno del Consiglio Esecutivo del Fondo monetario che all’interno della Banca mondiale. Già quattro direttori europei al Fondo (i rappresentanti di Belgio, Olanda, Svizzera e Norvegia) subito dopo il G8 si erano espressi in favore di una cancellazione graduale e con appropriate condizionalità, ulteriori rispetto a quelle già osservate dai paesi interessati negli ultimi anni. Nulla a che vedere con un provvedimento immediato e senza vincoli, come richiesto dalla società civile internazionale. Adesso sembra che, grazie alle pressioni delle Ong, almeno il governo svizzero e quello norvegese abbiano rivisto la loro posizione. 
Le preoccupazioni espresse lo scorso 3 agosto dai direttori esecutivi del FMI concernono soprattutto il pericolo che per la cancellazione dei debiti i fondi richiesti ai paesi donatori possano non arrivare subito, poiché il G8 non si è affatto impegnato nello stanziamento di fondi addizionali per tale scopo. Quindi in sostanza le istituzioni temono che si faccia ricorso alle proprie riserve interne, per quanto queste siano sostanziose e non sempre utilizzare al meglio.  
Il direttore esecutivo del FMI ha affermato che “la cancellazione del debito deve avvenire con cautela. Questo per non compromettere la capacità del Fondo di fornire il sostegno finanziario necessario per i paesi più poveri e per preservare il principio di uguaglianza nel trattamento di questi stessi paesi”.
Non meno esplicita la posizione della Banca mondiale, che vorrebbe legare alla cancellazione del debito una serie di condizioni che già in passato si sono rivelate fallimentari per numerosi paesi del Sud del mondo. Ad agosto, inoltre, la Reuters ha riportato stralci di un rapporto redatto da esponenti della Banca mondiale secondo cui l’accordo sul debito raggiunto dal G8 non prevederebbe delle compensazioni adeguate per il ramo della stessa Banca che presta a bassi interessi ai paesi più poveri (l’International Development Association – IDA). L’IDA, anche in base ai precedenti accordi sul debito, dovrebbe sostenere costi che arriverebbero fino a circa 50 miliardi di dollari. 
Sorprende una tale riluttanza delle istituzioni finanziarie internazionali, quando i paesi del G8 con il loro assenso poco tempo hanno fa deciso una cancellazione del debito di Saddam per oltre 30 miliardi di dollari, senza che sorgesse alcun problema.
 
Aiuto allo sviluppo in cambio di più liberalizzazioni commerciali (Aid For Trade)
 
In vista della cruciale conferenza ministeriale della Wto che si terrà ad Hong Kong il prossimo dicembre e che decreterà l’avanzamento oppure la crisi definitiva dell’attuale “agenda negoziale di Doha”, anche la Banca mondiale discuterà come contribuire alla riuscita del negoziato. Lo farà cercando di attenuare le preoccupazioni dei paesi in via di sviluppo, in particolare di quelli più poveri, rispetto ai benefici del libero commercio non materializzatisi affatto dopo l’applicazione per dieci anni degli accordi della Wto, tesi ad una maggiore liberalizzazione commerciale in vari settori.
Sorprendentemente la Banca mondiale, ed i governi dei paesi ricchi che la controllano, sembrano essere intenzionati ad offrire “aid for trade”, ossia prestiti mirati a tasso agevolato che vadano a compensare gli eventuali impatti negativi delle ulteriori liberalizzazioni commerciali nei paesi più poveri. Impatti che la Banca reputa solamente di breve periodo, anche se i dati empirici non suffragano questa tesi.
Tale dibattito posiziona ancora di più la Banca ed il Fondo sulla scia dell’approccio della Wto, nello spirito di una auspicata convergenza che dimentica però come le istituzioni di Bretton Woods, almeno formalmente, facciano parte del sistema delle Nazioni Unite, mentre la Wto è esterna. E nonostante tutte le difficoltà che questo fattore ha comportato per il corretto funzionamento delle agenzie delle Nazioni Unite, sempre più esautorate di importanza in materia commerciale e di sviluppo.
 
Democratizzazione del sistema di Bretton Woods
 
Proprio alla prima di Paul Wolfowitz a Washington di fronte ai governi azionisti di Banca e Fondo ritorna sulla stampa il dibattito sulla democratizzazione delle istituzioni finanziarie internazionali, dopo che la discussione interna a questo riguardo ha portato ad un nulla di fatto per l’opposizione della Casa Bianca e lo scarso interesse dei paesi europei possessori delle quote azionarie più grandi. Il direttore del Fondo monetario, Rodrigo Rato, ha riaperto recentemente all’ipotesi di una risistemazione dell’equilibrio di potere nei consigli delle due istituzioni per adattarle ad un mondo che cambia e permettere anche ai paesi africani di avere più voce in capitolo. E’ opportuno notare che, salvo minori aggiustamenti tecnici, il sistema di governo di Banca e Fondo è fondato ancora sul principio di “un dollaro-un voto”, che assegna di fatto la maggioranza ai governi del G8 ed agli Stati Uniti un potere di veto. I governatori della Banca mondiale riaffronteranno la questione agli Annual Meetings, anche se poche sono le speranze che si decida qualcosa che vada oltre una “paternalistica” assistenza tecnica da fornire ai paesi più poveri, per far sì che possano partecipare maggiormente alle attività delle due Istituzioni di Bretton Woods. Per la seconda volta la società civile internazionale, con il sostegno anche della CRBM, porterà a Washington rappresentanti di parlamenti del Sud del mondo al fine di facilitare incontri tra questi ed i governi, sulla base delle richieste della International Parliamentary Petition – www.ippinfo.org. 
 
Clima
 
Dopo il G8 di Gleneagles, dove il tema dei cambiamenti climatici era stato ampiamente discusso, sebbene senza che fossero stati raggiunti accordi di alcun rilievo, il presidente Wolfowitz aveva assicurato tutto il suo impegno, affermando che la Banca mondiale avrebbe preso la leadership per combattere il surriscaldamento globale e contribuito ad ampliare il dialogo sulle possibili soluzioni in merito. Un invito peraltro espressamente rivolto alla Banca mondiale nel comunicato finale dello stesso G8. Ma Wolfowitz non sembra avere le idee troppo chiare. Come riportato dal sito www.seen.org, l’ex sottosegretario alla Difesa di Bush, durante uno staff meeting, avrebbe eluso le responsabilità Usa riguardo ai cambiamenti climatici. E poi sono in tanti a chiedersi come farà ad occuparsi dell’emergenza clima un’istituzione che dal 1992 al 2004 ha finanziato progetti per l’estrazione dei combustibili fossili per oltre 28 miliardi di dollari ed a cui i governi dei paesi ricchi e delle economie emergenti chiedono ancora più investimenti in nuove estrazioni petrolifere ed oleodotti internazionali al fine di ridurre l’elevato prezzo del greggio. Nonostante una commissione indipendente e multi-stakeholder, nominata nel 2000 dall’ex presidente della Banca James Wolfensohn, abbia invitato l’istituzione a non finanziare più tali progetti entro il 2008. Una soluzione così radicale è giustificata dal fatto che, dopo anni di analisi sul campo e di consultazioni, la commissione ha riscontrato che buona parte di questi progetti non fa che aumentare il surriscaldamento globale, portando poco sviluppo alle popolazioni locali, spesso danneggiate dagli impatti socio-ambientali di oleodotti e gasdotti. Basta fare l’esempio della Chad-Cameroon Pipeline in Africa o dell’oleodotto BTC nella regione del Caspio (quest’ultima opera dovrebbe entrare a regime a fine ottobre con elevati rischi di attacchi terroristici e sversamenti di petrolio). Ma gli esempi da portare sono innumerevoli e conducono tutti alla stessa concl
nti della Banca mondiale per l’estrazione dei combustibili fossili sono le multinazionali del settore (tra cui figura anche l’italiana ENI), piuttosto che la lotta alla povertà e la ricerca dello sviluppo nei paesi del Sud del mondo. Un recente studio di un’organizzazione  americana – www.priceofoil.org – indica che quei paesi che hanno aumentato il loro export di petrolio negli ultimi trent’anni hanno vissuto un gigantesco aumento del proprio debito estero, contrariamente a quanto ritenuto dalle istituzioni di Bretton Woods.
 
Condizionalità
 
Nel 2005 la Banca mondiale ha condotto una revisione delle condizionalità che applica ai propri prestiti. Dell’argomento se ne dovrebbe discutere durante i prossimi Annual Meetings, tuttavia ci sono segnali che evidenziano come la questione possa essere tolta dall’agenda e gli possa essere dedicato molto poco spazio. Questo nonostante le condizionalità rivestano un’importanza sempre maggiore, soprattutto dopo la decisione dello scorso G8, che ha stabilito che una grande parte degli aiuti addizionali allo sviluppo su cui è stato raggiunto un accordo a Gleneagles saranno veicolati tramite la Banca mondiale – ovviamente in base alle condizionalità economiche e “politiche” imposte da questa istituzione. La stessa revisione è comunque giudicata inadeguata dalle Ong internazionali, che auspicano molte meno condizionalità, e come minimo l’eliminazione di tutte quelle economiche che seguono lo spirito dei devastanti piani di aggiustamento strutturale stabiliti da Banca e Fondo negli ultimi venti anni, al fine di permettere ai Paesi del Sud del mondo di determinare da soli le loro politiche di sviluppo. Attualmente, invece, le condizioni imposte dalla Banca mondiale appaiono sempre più intrusive, mentre è del tutto sottovalutato il problema delle condizioni economiche controverse, come la liberalizzazione del commercio e le privatizzazioni. La revisione riconosce il bisogno di una maggior armonizzazione nell’azione dei Paesi donatori, al fine di ridurre i costi di transazione per i Paesi in via di sviluppo, però assicura a questi ultimi un potere di controllo solamente in via di principio. Di fatto si tende a confermare uno status quo assolutamente inadeguato.