[ces] CTM. Lettera aperta sull'inclusione delle grandi multinazionali nel settore del fair trade
"Chiodofisso :: Redazione" <[email protected]> Tue, 18 Oct 2005 15:15:03 +0200 (CEST)
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| Message-ID | <[email protected]> |
Alla Direzione di Fairtrade Labelling Organisation (FLO)
Al Consiglio Direttivo dell'International
Fair Trade Association (IFAT)
Al Consiglio Direttivo del Network of
European World Shops (NEWS)
Al Consiglio Direttivo dell'Assemblea
Generale Italiana Commercio Equo e Solidale
(AGICES)
Al Consiglio Direttivo della Federazione
Europea del Commercio Equo (EFTA)
Al CdA di Fairtrade-Transfair Italia
Ai soci del Consorzio Ctm altromercato
Verona, 18/10/2005
e p.c.:
A tutte le Botteghe del Mondo italiane
Agli operatori dei mezzi di informazione
LORO INDIRIZZI
Oggetto: lettera aperta sull'inclusione delle grandi compagnie
transnazionali nel settore del fair trade
Il presente documento =C3=A8 per condividere alcune considerazioni in=
merito
all'inclusione di grandi compagnie transnazionali (c.d. TNC) nel circui=
to
del commercio equo e solidale (fair trade). La riflessione ovviamen=
te
prende la mossa dalla recente "vicenda Nestl=C3=A8" (il lancio di un=
a linea
certificata di caff=C3=A8 equo e solidale nel Regno Unito), ampiamente =
ripresa
dalla stampa nazionale e internazionale, che sta scatenando in tutto =
il
mondo una spontanea reazione di protesta da parte di organizzazioni =
di
commercio equo e solidale, volontari, consumatori consapevoli, attori del=
la
societ=C3=A0 civile.
Questa protesta nella maggior parte dei casi si focalizza sul fatto c=
he
Nestl=C3=A8 =C3=A8 al centro di un'azione di boicottaggio a livello int=
ernazionale.
Anche l'organismo che gestisce il marchio di certificazione in Italia (=
il
consorzio Transfair-Fairtrade) ha utilizzato questo argomento in una no=
ta
ufficiale con la quale ha "preso le distanze" dalla decisione deg=
li
omologhi inglesi.
Pur condividendo appieno questa preoccupazione, riteniamo necessar=
io
chiarire che il problema non si riduce a un giudizio sul profilo eti=
co
della TNC di turno (oggi Nestl=C3=A8), ma investe lo stesso conc=
etto di
commercio equo e solidale, ovvero il modello economico sotteso a ques=
ta
definizione.
Nella nostra visione, il fair trade consiste in una partnership economi=
ca
tra comunit=C3=A0 di piccoli produttori svantaggiati del Sud del Mond=
o e una
rete di organizzazioni del Nord che fanno del commercio equo il cent=
ro
della loro missione.
Organizzazioni che si occupano di sviluppare un mercato per le merci d=
ei
produttori partner, di sostenere percorsi di auto-sviluppo che consenta=
no
il recupero di condizioni di vita e lavoro dignitose, di sensibilizza=
re
cittadini e istituzioni perch=C3=A9 vengano corretti i meccanismi econom=
ici che
generano marginalit=C3=A0 e sottosviluppo. Meccanismi economici che, i=
n molti
casi, sono generati dalla pratica commerciale delle maggiori TNC, c=
he
controllando la domanda in interi settori possono imporre condizio=
ni
produttive insostenibili (si pensi al mercato dei principali prodot=
ti
agroalimentari coloniali: caff=C3=A8, cacao, banane).
Le organizzazioni con caratteristiche sopra citate - internazionalmen=
te
note come Fair Trade Organisations, c.d. FTO - hanno costruito negli an=
ni
una vera e propria filiera alternativa, e dimostrato la capacit=C3=
=A0 di
risultare efficaci anche in termini commerciali, riuscendo a coinvolge=
re
milioni di consumatori consapevoli e raggiungendo dimensioni rilevan=
ti
anche in termini economici (basti pensare che da soli, i prodotti del=
la
nostra organizzazione hanno raggiunto un valore al dettaglio di oltre =
50
milioni di euro, corrispondenti al 25% del mercato britannico, secondo=
i
dati pubblicati da Repubblica). Un successo ottenuto anche attraverso =
la
collaborazione con operatori della distribuzione tradizionale, ma semp=
re
all'interno di un rapporto che vede il protagonismo delle FTO come atto=
ri
della catena commerciale e garanti del mantenimento dell'opzio=
ne
preferenziale verso i piccoli produttori.
Questa visione gi=C3=A0 di per s=C3=A9 configura un modello radicalm=
ente diverso
rispetto a quello secondo cui il fair trade diventa una sempli=
ce
caratteristica di uno specifico prodotto, a prescindere dalla natura del=
le
organizzazioni che gestiscono la relazione con il produttore. Riteniamo c=
he
un tale modello abbia insito in s=C3=A9 il rischio di impoverire il co=
ntenuto
stesso del concetto di equo e solidale, riducendolo a quello ? necessari=
o,
ma non sufficiente - di prodotto "pagato il giusto", venendo a perdere og=
ni
significato di sostegno alle istanze di giustizia economica promosse dal=
le
FTO.
Quando poi =C3=A8 una TNC come Nestl=C3=A8 (ma lo stesso varrebbe per =
colossi come
Chiquita, Kraft, Sara Lee, Procter&Gamble) a lanciare una linea di prodot=
to
fair trade la contraddizione tra i due modelli sboccia drammaticamente. =
Se
una impresa di questo tipo non opera una sostanziale revisione del=
le
proprie pratiche commerciali nei mercati che controlla, l'operazione =
si
riduce a una mera azione tattica per guadagnare quote di mercat=
o,
"pescando" nella nicchia dei consumatori sensibili.
Riteniamo che la vicenda Nestl=C3=A8 debba prima di tutto servire a t=
utto il
movimento del commercio equo, a livello globale (FTO, attivisti =
ma
soprattutto consumatori sensibili), per interrogarsi ulteriormente =
in
merito alla reale possibilit=C3=A0 di fare convivere entrambi i =
modelli
all'interno dello stesso concetto.
Allo stesso tempo, prendiamo spunto dalla vicenda per ribadire nel segui=
to
le nostre convinzioni in merito all'inclusione delle TNC nel settore.
Riteniamo che a nessuna delle TNC con posizione dominante dovrebbe esse=
re
concessa la possibilit=C3=A0 di realizzare prodotti fair trade senza aver=
e prima
dimostrato di avere applicato in modo strutturale misure di responsabili=
t=C3=A0
sociale di impresa, a partire dal rispetto delle convenzioni ILO e =
il
pagamento di salari adeguati, in tutta la loro produzione.
Inoltre, riteniamo che sarebbe necessario permettere a una TNC c=
on
posizione dominante di pubblicizzare il proprio coinvolgimento nel fa=
ir
trade solo dopo essersi compromessa nell'acquistare una parte significati=
va
della propria produzione da piccoli produttori marginalizzati.
Vi preghiamo di credere che queste nostre considerazioni non partono d=
al
timore che le FTO si possano trovare ad affrontare la concorrenza di T=
NC
nel sostenere la proposta di commercio equo. Le straordinarie capacit=C3=
=A0 di
investimento in comunicazione delle TNC otterrebbero sicuramente l'effet=
to
di diffondere ulteriormente la conoscenza del fair trade, e dunq=
ue
allargherebbero notevolmente le possibilit=C3=A0 di risultato commerc=
iale di
tutti. Ma verrebbe a diluirsi quel portato di valori, credibilit=C3=
=A0 e
innovazione nella gestione delle relazioni commerciali che hanno costitui=
to
il carattere distintivo del movimento del commercio equo nei su=
oi
cinquant'anni di vita.
Alla luce di tutte queste considerazioni, chiediamo:
- Alle organizzazioni di rappresentanza delle FTO (e prima di tutto IFAT=
)
di attivarsi per sollecitare dagli organismi associati in FLO una revisio=
ne
dell'attuale strategia di allargamento della certificazione a TNC e grand=
i
piantagioni;
- Agli organismi che gestiscono il marchio di certificazione (e prima di
tutto al loro coordinamento FLO) che si interroghino in merito alle
conseguenze di procedere con decisioni fondamentali - destinate a
modificare in maniera irreversibile il significato stesso di fair trade ?
senza ricercare il confronto e il consenso all'interno del movimento dell=
e
FTO, di fatto ponendosi in posizione alternativa ad esso;
- Ai consumatori che sostengono l'equo e solidale, di sostenere le
iniziative delle FTO e di considerare nella propria scelta di acquisto
anche la natura dell'organizzazione che importa e realizza i prodotti.
il Consiglio di Amministrazione del
Consorzio Ctm altromercato Soc. Coop.