BMCR 2008.12.18, Werner Riess, Paideia at Play: Learning and Wit

Bryn Mawr Reviews <[email protected]>
Newsgroups gmane.education.publications.bryn-mawr-classical-review
Message-ID <[email protected]>
Werner Riess (ed.), Paideia at Play: Learning and Wit in Apuleius.
Ancient Narrative. Supplementum, 11.  Groningen:  Barkhuis Publishing;
Groningen University Library, 2008.  Pp. xxi, 302.  ISBN 9789077922415.
EUR 85.00.

Reviewed by Lara Nicolini, Scuola Normale Superiore, Pisa
([email protected])
Word count:  6847 words
-------------------------------
To read a print-formatted version of this review, see
http://ccat.sas.upenn.edu/bmcr/2008/2008-12-18.html
To comment on this review, see
http://www.bmcreview.org/2008/12/20081218.html
-------------------------------

[Authors and titles are listed at the end of the review.]

Il volume rappresenta il resoconto del Congresso internazionale
svoltosi presso l'University of North Carolina a Chapel Hill nel Marzo
2007. Il titolo della discussione era in effetti originariamente
"Apuleius and the Second Sophistic: an Orator at Play", ma sullo sfondo
dell'ambiente della cosiddetta Seconda Sofistica emerge come tratto
peculiare il concetto piu\ ristretto della "paideia", centrale in tutto
il pensiero greco e tratto distintivo di identita\ anche civica, che
qui viene proposto come strumento di indagine piu\ penetrante (e, in
parte, come vedremo, piu' produttivo).  Sul concetto di paideia, come
fenomeno letterario, e insieme strumento per la costruzione di
un'identita\, indispensabili puntualizzazioni sono offerte
dall'introduzione di Werner Riess (che cura, con mestiere, il volume ed
e\ anche autore di uno dei contributi). Cio\ che per noi conta
maggiormente e\ l'idea che il possesso di certe competenze culturali, e
connesse abilita\ declamatorie, potesse costituire una sorta di
"codice" che un'e/lite di pepaideumenoi greci e romani riconoscevano e
usavano per comunicare tra loro; come Apuleio si inserisse all'interno
di questo ambiente elitario, come ne sfruttasse i codici per i suoi
scopi letterari e soprattutto personali, e come differenti aspetti
della sua propria paideia si dispieghino nelle sue opere piu\
importanti, si ricostruisce abbastanza bene da molti dei saggi
contenuti nel volume. In tal modo questo concetto "sociale", usato come
chiave di lettura, diventa capace (talvolta anche inaspettatamente) di
porre sotto una luce nuova aspetti del testo gia\ discussi e ben noti,
e di acquisire qualche elemento di novita\ nell'interpretazione
generale del testo. Ugualmente convincente e\ l'ulteriore suggestione
che l'insieme dei saggi prospetta, che cioe\ la paideia apuleiana
avesse fondamentalmente un carattere giocoso, ludico, oltre che
auto-consapevole: non sara\ un caso che uno dei termini piu' ricorrenti
in tutti i saggi sia 'self-conscious' Questo aspetto, di per se/, non
si pone in contraddizione con i possibili intenti seri dell'opera
apuleiana, in modo del tutto coerente con la prassi, altrove piu\ volte
analizzata, dello spoudaiogeloion; anzi dello spoudaiogeloion, inteso
come fine, questa paideia brillante e arguta diviene strumento
privilegiato.

Gli interventi si dividono in due gruppi, il primo dei quali
specificamente dedicato all'Apologia, il secondo al romanzo. Ciascuna
sezione si compone di sei riflessioni che, pur partendo da zone del
testo e presupposti diversi, spesso finiscono per incontrarsi,
sovrapporsi, richiamarsi, in un continuo gioco di rimandi e intrecci
decisamente stimolante (naturalmente c'e\ spazio anche per le
contraddizioni e le divergenze, ma la possibilita\ di ripensamento,
confronto e revisione offerta dal tempo intercorso tra la presentazione
dei papers e la loro riproposizione in una versione "riveduta e
corretta" apre piu\ facilmente spazio al dialogo che alla polemica).
L'eterogeneita\ dei problemi affrontati -- e, bisogna dirlo, dei
risultati raggiunti -- esige pero\ una recensione individuale e mirata
per ciascun lavoro. Nel riassumere e commentare i diversi contributi,
seguiro\ dunque l'ordine in cui essi si susseguono nel libro, con una
sola eccezione: lo spostamento del saggio di Riess dopo quelli di
McCreight e Tilg (tale sequenza e\ utile ad evincere una
contrapposizione tra i differenti tipi di metodo).

Il contributo di Stephen Harrison, tra i piu\ originali a parere di chi
scrive, rilegge una parte delle digressioni apuleiane, specie quelle
relative alle cosiddette imputazioni extra causam, come una sorta di
presentazione del retore al suo nuovo pubblico a fini, per cosi\ dire,
auto-promozionali: effettivamente fa una certa impressione rileggere in
sequenza i passi dell'Apologia in cui dettagliatamente Apuleio si
sofferma sul ricordo dei suoi esperimenti poetici, delle sue ricerche
scientifiche, delle sue famose orazioni pubbliche e delle (probabili)
incursioni nel campo della storia dell'arte. Certo, tutto questo era
indubbiamente utile a delineare la figura dello studioso eclettico e
impegnato in ben altro che nella seduzione, a base di intrugli magici,
di ricche e sprovvedute vedove (e come e\ stato piu\ volte rilevato,
avrebbe sicuramente fondato un terreno di complicita\ con il dotto
giudice Claudio Massimo), ma la lunga e dettagliata lista sciorinata da
Apuleio assume in effetti l'aspetto di un curriculum studiorum con
acclusa lista delle pubblicazioni. E se, da una parte, un tale
curriculum si pone certamente tra gli elementi a favore dell'imputato,
questo dispiegamento di qualita\ non mira solo all'assoluzione, ma
diventa una sorta di spot letterario del prestigio e delle competenze
del giovane retore in cerca di un nuovo palcoscenico. Particolarmente
convincente risulta l'analisi di Harrison quando individua nel testo
speciali tasselli (e.g. il titoletto, apparentemente casuale, naturales
quaestiones) che potevano fungere da "parole d'ordine", segnali
allusivi al patrimonio letterario precedente  nel quale il
pepaideumenos Apuleio intendeva inscrivere le sue opere; ma e\ giusto
anche segnalare lo scarto tra la nonchalance con cui Apuleio menziona i
suoi libri o i suoi "scritti greci" - sempre al plurale - e
l'impressione con cui tali accenni dovevano essere accolti. Il fatto
poi che nell'impressionante curriculum vantato manchi l'accenno al suo
capolavoro (un'opera che, con un po' di impegno retorico, avrebbe anche
potuto essere presentata in termini persino favorevoli alla causa) si
pone come ulteriore conferma della tesi (da Harrison gia\
convincentemente sostenuta altrove, e su diverse basi) secondo cui
all'epoca del processo le Metamorfosi non erano ancora state ancora
scritte.

Anche il denso saggio di James Rives sostiene in definitiva che il
dispiego di tanta dottrina avesse un doppio fine; del resto nessuno
crede piu\ a un'esibizione gratuita di dottrina ed erudizione, sebbene
Rives sia onesto a menzionare anche questa possibilita\.[[1]] Il primo
fine coincide con quello riconosciuto anche da Harrison (e in generale
unanimemente riconosciuto come scopo fondamentale),  e cioe\ l'effetto
pratico di "sedurre" un giudice a sua volta pepaideumenos e collocare,
insieme a questo, il retore africano su un piano ben distante dai rozzi
accusatori. Ma sul secondo scopo perseguito da Apuleio Rives ha idee
diverse. Si tratterebbe in effetti di un tentativo, piu\ o meno
subliminale, di "rassicurare" la platea (e la societa\) sul suo lavoro
e i suoi interessi. I mezzi di cui Apuleio si serve per difendersi da
alcune accuse secondarie, e insieme per dispiegare la sua enorme e
poliedrica dottrina, coincidono con alcune pratiche canoniche della
retorica classica come la citazione, la lista di esempi, la
proposizione e la discussione di un problema: che Apuleio non sia un
mago, ma un innocuo letterato, e\ provato insomma anche dalla forma con
cui egli presenta i contenuti delle sue conoscenze, contenuti
familiari, onesti e "socialmente rispettabili" . Questo e\ il nucleo
della tesi che pero\ Rives rimanda alla seconda parte del suo lavoro.
Una prima parte di ricostruzione storica interessante, pur se a tratti
ripetitiva, riprende e chiarisce alcuni elementi troppo spesso dati per
scontati (anche da chi scrive): importante, ad es., la ridefinizione
degli ambiti coperti dalla Lex Cornelia, in base alla quale, come
comunemente si sostiene, Apuleio sarebbe stato imputato. La
ridefinizione di Rives lascia propendere per il fatto che il processo
al retore rientrasse piuttosto in una procedura extra ordinem;
quest'acquisizione permette inoltre a Rives di soffermarsi con qualche
elemento di novita\ sulla strategia legale adottata da Apuleio.
Sicuramente piu\ vivace e accattivante la sezione successiva, che
convincentemente dimostra la tesi esposta sopra, cioe\ che la forma
stessa in cui la conoscenza e la dottrina vengono presentate segue dei
modelli tradizionali e riconoscibili (e per cio\ stesso rassicuranti).
Particolarmente ben condotta la rassegna degli esempi che illustrano
gli schemi tipici e familiari in cui si dispiega la dottrina apuleiana:
citazione, lista e "problema" (cosi\ Rives, "for lack of a better
term", ma per quest'ultima categoria forse si potrebbe considerare il
termine filosofico quaestio). Se un difetto deve riconoscersi in questo
bel saggio, denso ed erudito, e\ che talvolta una certa ansia
demonstrandi, con l'accumulo di esempi, prove e citazioni a corroborare
ogni singola affermazione, ostacola una lettura limpida e scorrevole
del testo e toglie incisivita\ al percorso logico. Peraltro e\ ottimo
l'uso delle fonti e la capacita\ di integrare argomenti di natura
diversa che Rives, conformemente alla sua consistente formazione di
storico, sa impiegare nella ricostruzione dei fatti.

Il contributo di Vincent Hunink mira ad inserire, all'interno
dell'esibizione di paideia, una familiarita\ con Omero, dispiegata in
forme diverse. Dalle precise citazioni in greco (praticamente assenti
dal resto dell'opera apuleiana) ad allusioni piu\ criptiche al subtesto
omerico, queste forme di intertestualita\ prevedono naturalmente un
ascoltatore-lettore altrettanto ben educato e colto.

Ma il brillante gioco di rimandi, normalmente interpretato come una
precisa strategia per trasformare un pezzo giuridico in un testo
letterario (cosi\ da ricollocare Apuleio, dalla scomoda posizione di
imputato, in quella piu\ consona di filosofo e letterato), conosce
anche qualche rischio, secondo Hunink ben calcolato. Le allusioni a
Paride[[2]] o ad Odisseo[[3]] possono generare in chi ascolta
sovrapposizioni non sempre convenienti per l'imputato in un processo.
Tale ipotesi e\ condivisibile anche senza immaginare che il gioco
intertestuale portasse addirittura gli ascoltatori a identificare
Pudentilla con Elena -- basta del resto a smontare quest'idea il
ritratto di Pudentilla che emerge dal resto dell'opera. E se tanta
baldanza poteva servire a provocare gli avversari o a ben impressionare
un giudice erudito, non era troppo alto il rischio di trovarsi
immedesimato in personaggi quantomeno discutibili dal punto di vista
morale, oltre che non sempre limpidi? Implicitamente, quasi
silenziosamente (la proposta e\ avanzata solo nell'ultima nota, con la
sobrieta\ che sempre caratterizza il metodo di Hunink) si aggiunge un
argomento ai tanti che dovrebbero portare a sospettare della reale
storicita\ dell'orazione di autodifesa e a considerare perlomeno la
possibilita\ che anche il De magia sia in effetti al pari dei Florida,
un pezzo di bravura, recitato non davanti a un tribunale ma ad una
platea di appropriati connoisseurs.

Tra le accuse secondarie rivolte al filosofo-mago c'e\ quella della
poverta\ (un elemento che avrebbe potuto spingerlo alla seduzione
illecita della ricca vedova); Thomas Mc Creight si concentra sul
celebre passo della laus paupertatis con cui Apuleio risponde a tale
imputazione: grazie alla lente d'ingrandimento dell'analisi lessicale
la lunga digressione, basata su elementi tradizionali e materiale
convenzionale, rivela nuovi livelli di intertestualita\ e qualche
malizioso ammiccamento di Apuleio ai suoi ascoltatori/lettori che
finora non era stato osservato. Suona pertanto quasi paradossale la
giustificazione che McCreight adduce per il suo approccio lessicale
("decried now as overly reductive"), un esempio di metodo oltre che un
punto di partenza fondamentale e la piu\ solida base nella nostra
disciplina, contro la soggettivita\ della speculazione che troppo
spesso si libera dal rapporto col testo. Certamente giusta ad es.,
contro le traduzioni standard, la reinterpretazione di vernacula come
diminutivo di verna (un uso che probabilmente inizia proprio con
Apuleio e che e\ del resto documentato anche nel romanzo, cf. Met. 1,
26) e che ricollega il passo all'argomento dei servi precedentemente
trattato. Che i nessi aemula laudis e parvo potens sottintendessero un
richiamo testuale ad autori divenuti gia\ classici ai tempi di Apuleio
come Virgilio e Cicerone mi pare molto plausibile, con probabilita\
maggiore, a mio parere, per il richiamo virgiliano, non solo per la
celebrita\ del passo citato, ma anche per la peculiarita\ del nesso
ossimorico in questione e per alcuni elementi di attinenza o
connessione tra i due luoghi, come il catalogo degli uomini virtuosi, o
la proverbiale poverta\ di Fabrizio. Sull'origine del conio benesuada
io sono piu\ incline a credere nello stimolo plautino, fonte di una
gran parte delle neoformazioni apuleiane (ma sui rapporti tra Plauto e
Apuleio andava certamente citato il recente volumetto di L. Pasetti,
Plauto in Apuleio, Bologna 2007, e colgo l'occasione per rilevare che
forse qualche titolo italiano in piu\ poteva essere considerato nella
bibliografia generale). Qualche eccesso di zelo didattico non toglie
verve e ed efficacia all'ultima parte dell'analisi. L'ipotesi del
leggero slittamento semantico di circumspectatrix non puo\ che trovarmi
favorevole; il conio ostentatrix e\ certamente suggerito dal contesto a
formare la coppia di reciproci. E mentre era forse superfluo, a
proposito del doppio conio repertrix-conditrix, notare come il suffisso
-trix sia il femminile del suffisso -tor del nomen agentis, e\
interessante rilevare che, al di la\ dell'arcaicita\ dei suffissi in
-trix, sono di assoluta rarita\ (probabilmente a causa della cacofonia)
i nomi in -trix preceduto da consonante, e dunque il primo conio
apuleiano e\ doppiamente audace. Concludo ricordando che questo bel
saggio andra\ di certo tenuto in considerazione in occasione di
qualsiasi nuova traduzione o commento dell'Apologia e osservando che
quando ci si a\ncora fortemente al testo si e\ sempre ben ricompensati.

E buone ricompense ottiene infatti anche S. Tilg, che adotta un metodo
simile nell'analisi dei passi di Ap. 5-13 -- gli stessi che Harrison
ritiene parte di un curriculum apuleiano offerto al suo nuovo pubblico
e che Hunink collega invece variamente all'accusa piu\ specifica di
magia -- con particolare attenzione alla digressione sull'eloquenza.
Distaccandosi in parte dalle interpretazioni dei colleghi, Tilg
analizza questa "eloquenza giocosa" e ne spiega caratteri e
significato, interpretandola come parte di un programma letterario:
come sara\ evidente, soprattutto dall'analisi di certe precise scelte
lessicali (di matrice neoterica) e da alcuni paralleli ben scelti,
questa sezione della difesa non ha solo una funzione strettamente
pragmatica ma anche quella, meno immediata ma altrettanto urgente, di
prender posizione nella piu\ ampia disputa sulla natura e la funzione
della letteratura. Interessante e ben condotta la discussione sul cap.
5, intessuto di giochi di parole etimologici (anche se forse, accanto
al carattere virtuosistico-letterario si poteva enfatizzare quello
sofistico dell'argomentazione apuleiana, cosi\ adatto ad ottenere
ragione sul momento e dunque al contesto della discussione giuridica).
Ha ragione Tilg nel puntare molto sulla ridefinizione etimologica di
eloquenza ("as outspokenness") retoricamente utile a spostare in una
posizione piu\ comoda il retore incriminato. Sulle conclusioni generali
di Tilg in questa parte mi trovo dunque d'accordo, sebbene non mi sia
del tutto chiara o persuasiva l'interpretazione del passo centrale di
5, 3 ('si verum est quod Statium Caecilium ... scripsisse dicunt
innocentiam eloquentiam esse'), specificamente per quel che riguarda la
ripartizione dei ruoli di definiendum e definiens rispettivamente tra
eloquentia e innocentia, su cui invece Tilg appare certo (cf. n. 12).
E\ vero che l'eloquenza e\ stata a questo punto gia\ identificata come
oggetto della discussione, e dunque sembrerebbe naturale ripartire da
questo concetto (invece che da quello di "innocenza"), ma qui non e\ la
definizione di eloquenza che ad Apuleio interessa. L'argomento
proverbiale desunto da Cecilio Stazio e\ semmai un elemento a fortiori
per spiegare perche/ Apuleio sia tanto eloquente. E\ proprio la sua
innocenza a conferire facundia, e tale innocenza va necessariamente
data come scontata e presupposta, e non come acquisita grazie alle
chiacchiere, cio\ che deriverebbe dall'interpretazione opposta. Questa
lettura e\ del resto confermata dall'ulteriore word-play che
contrappone, con ammiccamento etimologico, l'aggettivo facundus  al
sostantivo nefas. E in effetti il proverbio di Cecilio costituisce il
naturale reciproco di espressioni altrettanto proverbiali che
identificavano il silenzio con l'ammissione di colpa,[[4]] topos che lo
stesso Apuleio adopera altrove (cf. Met. 7, 3 'ne mala coscientia tam
scelesto crimini... viderer silentio consentire').  E suggerisce tale
interpretazione anche il sillogismo che segue: se l'innocente e\
persona eloquente allora io (in quanto assolutamente privo di colpe)
sono il piu\ eloquente di tutti. Infine dire il contrario sarebbe una
grossolana caduta retorica, perche/ equivarrebbe ad ammettere: se basta
parlare ed essere eloquenti per dimostrarsi innocenti, allora io dovro\
essere riconosciuto innocente (ma solo per quello!). Essendomi fin
troppo dilungata su questo argomento sintattico, mi limito a segnalare
l'originale reinterpretazione delle tante ammissioni di Apuleio, che si
puo\ affiancare come un ultimo tassello alla lettura comune secondo cui
ammettere i fatti, ma contestarne l'interpretazione e\ il nucleo di
un'efficace strategia difensiva:[[5]] si tratta cioe\ di chiudere il
cerchio sull'identita\ unica e senza infingimenti di Apuleio. Infine,
due parole sull'allettante congettura degere di Lipsius riproposta da
Tilg in un passo (16, 11) che obiettivamente presenta difficolta\
logiche. Premetto che in un contesto fitto di termini che fanno
chiaramente riferimento alla visibilita\ e/o all'oscurita\, sembra
improbabile la congettura tergere di Watson, totalmente estranea a
questo campo semantico e alla metafora che Apuleio sta sviluppando. Con
degere le cose stanno diversamente. Sebbene io ritenga il testo
difendibile (accettando ad es. una traduzione del tipo: ho sempre
preferito 'tenere al riparo' (scil. dalla curiosita\ maliziosa degli
altri] i miei sbagli che andare a indagare su quegli degli altri), sono
molto attratta da questa congettura che ricostruirebbe un gioco
etimologico per risemantizzazione del prefisso (un mezzo di cui Apuleio
si serve spesso)[[6]] e un conseguente pun ossimorico tra degere e
indagare. Contro gli elementi a favore (primo fra tutti l'uso plautino)
si porrebbe la norma apuleiana (degere sempre nel senso di 'passare,
trascorrere la vita'), ma questo eventuale scarto dalla norma non
costituirebbe un caso unico. Per concludere, l'attenta lettura del
testo si dimostra ancora il presupposto da cui partire per cercare
novita\.

I rischi di ancorarsi poco al testo sono a mio parere evidenti in
esperimenti di interpretazione come quello di Werner Riess, che indaga
in modo originale sul possibile modello socratico del pepaideumenos
perseguitato dai rustici accusatori. L'idea di base e\ assolutamente
rispettabile, e in parte condivisa, ma se si prova a enfatizzarla
troppo, non da\ grandi frutti. Alcune analogie appaiano avventurose: il
fatto, ad es. che sia Socrate che Apuleio  presentassero, peraltro in
termini diametralmente opposti, "contradictory images of their own
body" mi pare una similarita\ forzata; che le accuse principali fossero
tre sia per Socrate che per Apuleio mi pare piu\ una coincidenza che
un'effettiva prova di imitazione. Peraltro la separazione tra accuse
minori e principali e\ essa stessa fortemente soggettiva, come vien
fuori da una lettura degli altri saggi del volume; ancora, lo stesso
Reiss ammette che le citazioni del nome Socrate non possono essere
considerate come similarita\ col modello o stretti riferimenti ad esso.
E\ immediata la constatazione di quanto sproporzionato sia il rapporto
(anche in termini di spazio nell'articolo) tra le supposte somiglianze
e le tante differenze che lo stesso Riess non manca onestamente di
elencare. Questa sproporzione dovrebbe suggerire che, una volta
riconosciuto un possibile modello, resta comunque azzardato esagerarne
la portata, anche in considerazione del fatto che il pubblico avrebbe
riconosciuto piu\ facilmente un'allusione generale, piu\ o meno velata,
che un vero e proprio ipotesto su cui fossero "costruite" a bella posta
analogie e discrepanze. A parte il fatto che in qualsiasi confronto le
analogie sono presupposte alle differenze, sembra ad es. difficile
condividere con Riess che l'ironia apuleiana "is also created trough
semantic lacunae" (per es. nel caso dell'omissione del tema della
morte). Mi pare inverosimile che un ascoltatore potesse desumere ex
silentio il contrasto con un testo in cui un altro personaggio
analogamente accusato facesse deliberatamente e disinvoltamente
riferimento alla morte. Sono differenze che noi siamo liberi di
rilevare a posteriori, ma e\ duro immaginare che fossero trasparenti
per un pubblico che ascoltava (o anche rileggeva) un'arringa. Mi trovo
dunque d'accordo con Riess sull'associazione generale e presupposta col
modello socratico, come sulla profonda consapevolezza che Apuleio
doveva avere di tale possibile confronto; meno sull'effettiva portata
delle allusioni, sulla tensione che ne deriverebbe, sulle conseguenze
che tale modello avrebbe avuto nella costruzione dell'artificioso e
"ibrido" io narrante del processo.

La seconda parte, dedicata alle Metamorfosi, si apre con un agile
contributo di M. Zimmerman che propone (pur con qualche cautela) una
"symposiastic reading" del romanzo. Tenendo opportunamente conto di
molta bibliografia recente, l'autrice torna a incoraggiare una lettura
dell'opera che sappia conciliare i motivi giocosi con le possibilita\
di un messaggio serio, secondo la tradizione dello spoudaiogeloion,
categoria spesso invocata per il romanzo apuleiano,[[7]] ma che la
Zimmerman riconosce contemporaneamente come elemento fondamentale della
conversazione (prima ancora che della letteratura) simposiastica. Di
qui il passaggio a una rilettura dell'opera nella chiave "del
banchetto": dal rapporto che il narratore instaura col suo lettore, al
carattere per cosi\ dire intimo di tale relazione, all'invito della
voce narrante a una partecipazione attiva, gia\ gli elementi di
cornice, i meri atti stilistici vengono reinterpretati come tipici
"modi" della conversazione simposiastica; dai racconti inseriti nella
cornice del convivium a quelli dove un banchetto compare almeno per
allusione o nel ricordo di chi parla, fino alla presenza di personaggi
che ricordano i protagonisti dell'epigramma scoptico (genere di casa
appunto nei banchetti), una quantita\ di elementi vengono accumulati, a
dimostrazione di quanto fosse sollecitato nella mente del lettore il
pensiero del banchetto e a conferma della possibilita\ che il romanzo,
tramite tali elementi, in qualche modo alludesse anche a se stesso, al
suo carattere di opera conviviale. Tutto cio\, bisogna dirlo, con
risultati alterni. I piu\ convincenti riguardano i casi in cui l'idea
del banchetto e\ associata al genere dell'epigramma scoptico: molto
produttiva l'idea di ricercare nei racconti delle Metamorfosi elementi
e ingredienti di questo sotto-genere letterario. Tra i meno persuasivi
annovererei il tentativo, a mio parere forzato, di evocare l'idea del
banchetto per la cenetta, pur seguita da chiacchiere, tra Aristomene e
Socrate. La proposta finale, secondo cui il romanzo potrebbe essere
stato concepito come una lettura conviviale destinata a una ristretta
e/lite di fortunati commensali, indipendentemente dalla sua
verosimiglianza, conferma ancora una volta la probabilita\ della
mescolanza di un dulce (indiscutibile) e di un utile (possibile) nella
complessa tessitura dell'opera.

Ad un'altra categoria sociale si richiama anche Robert Vander Poppen.
Di per se/ non strettamente collegato al tema della paideia, il
concetto di hospitium proposto in questo saggio come nuova possibile
chiave di lettura del romanzo si rivela pero\ idea interpretativa tanto
originale quanto velleitaria. L'autore ha ragione nel ricordarci il
valore anche politico dell'istituto sociale dell'hospitium; ma e\
questo un elemento che, come molti altri del racconto, semplicemente
appartiene all'orizzonte storico-culturale in cui e\ ambientata la
vicenda; esso rispecchia una pratica sociale dell'epoca, com'e\ normale
nell'epopea borghese e nel contesto per molti aspetti realistico del
romanzo di Apuleio. Ma immaginare che la prassi dell'hospitium in
quanto tale occupi "a key place in the literary program of the work" e\
semplicemente un'appropriazione indebita. L'autore si spinge anche
oltre, ipotizzando addirittura che l'importanza che Apuleio conferisce
al tema potesse derivargli dalla sua propria esperienza di vita, dato
che "Apuleius' own legal troubles, stemming from a supposed violation
of the hospitium of his future wife, may provide the reason for the
prominence of the theme" (p. 158).  Al di la\ di qualsiasi altra
osservazione, indebito e\ gia\ il passaggio logico immediato
dall'osservazione della semplice presenza di un tema -- peraltro a piu\
livelli, dall'effettiva rintracciabilita\ a una solo possibile, per non
dire forzatamente riconosciuta, allusione ad esso -- alla sua
elevazione a chiave di lettura.  Tra gli studi che hanno rivolto
attenzione a questo elemento, Vander Poppen cita a supporto il commento
di Keulen; ma Keulen sostiene, in maniera del tutto legittima, e
limitata ad alcuni episodi del libro I, la rivisitazione parodica di un
modulo ampiamente diffuso nella narrativa; ingiusta poi la critica a M.
Ferna/ndez Contreras che ha "ristretto" il campo della sua analisi a
un'osservazione in termini analoghi (di rapporto col modello, di gioco
con alcune ben note convenzioni epiche, specificamente omeriche): ma la
Ferna/ndez Contreras non ha fatto che fermarsi dove ci si doveva
fermare. L'istituto dell'hospitium e\ certamente presente nelle
Metamorfosi (tra i tanti riferimenti e paradigmi culturali che
caratterizzano l'ambientazione dell'opera): ma da cio\ non scaturisce
affatto che le Metamorfosi possano essere lette come "a story about a
quest for suitable hospitium". Per motivi di spazio Vander Poppen
analizza solo i due casi piu\ importanti in cui si dispiegherebbe la
centralita\ del tema dell'hospitium; e gia\ questi bastano a mostrare
come la pretesa sia decisamente troppo ambiziosa. Alcune conclusioni
paiono arbitrarie e non ricavabili dal testo, (cf. in particolare
l'analisi del motivo dell'hospitium presso Milone). Ma e\ soprattutto
il fatto che la caduta di Lucio scaturisca dalla rottura del vincolo
dell'hospitium tanto quanto dalle ossessioni ben piu\ strutturanti nel
romanzo come la curiositas unita alla superficialita\ del giudizio e le
serviles voluptates, a porsi come lettura decisamente non autorizzata.
Quanto al presunto hospitium di Iside ("the worthy hostess") solo
qualche puntualizzazione: inaccettabile la proposta per cui l'abluzione
sacra, elemento centrale non solo nei culti misterici, ma nella
stragrande maggioranza delle religioni, possa essere equiparata al
bagno offerto dall'ospite; e ugualmente che il cubile su cui l'asino si
lascia cadere stremato sia il dono con cui "Isis shows the generosity
of a good host, granting Lucius much needed divine sleep" (peraltro, se
si vuole ragionare in termini positivistici, ricordo che il sintagma
apuleiano in questione contiene un imbarazzante determinativo: Lucio
dice 'in eodem illo cubili sopor ... oppressit', 'il sonno mi avvolse
... in quello stesso giaciglio dove mi trovavo', scil. il giorno prima,
quando di Iside non vi era traccia!); o infine, che le rose-antidoto
del cap. 6 equivalgano all'elemento di ospitalita\ del pasto.

Io non credo che indagini di questo genere contribuiscano a una
migliore comprensione di un testo che peraltro mostra come sua
caratteristica fondamentale l'irriducibilita\. Del resto, dai tempi di
Riefstahl in poi, tutti i tentativi di identificare temi unificanti, di
rintracciare richiami interni e allusioni precise nella semplice
ricorrenza di temi e motivi simili, o di far rientrare episodi tra loro
assolutamente legati in precise categorie interpretative, hanno dato
ben pochi frutti. Per non dire di quanto un metodo rigido e schematico
porti in molti casi a sminuire o perdere del tutto gli elementi comici
o piu\ chiaramente milesii della narrazione: l''interlocking of themes
and meaning'[[8]] nelle Metamorfosi ha spesso piu\ un carattere casuale
che simbolico.   Allora si potrebbe sostenere, con lo stesso diritto (e
la stessa probabilita\) la centralita\ di qualsiasi altro tema si
voglia isolare nel romanzo; un tema rintracciabile ad esempio potrebbe
essere quello della milizia: dalla militia amatoria di Lucio con
Fotide, alla "milizia" dell'asino presso i ladroni prima e nel mondo
dopo (e commilitones sono spesso definiti bestie e schiavi compagni di
Lucio); dalla falsa milizia di Tlepolemo-Emo, alle imprese dei ladroni
(i quali si esprimono in un chiaro sermo militaris), alla sancta
militia isiaca abbracciata dal protagonista nel finale. Ma quanto senso
avrebbe inferirne che ognuno di questi episodi giochi una parte nel
percorso di Lucio e che dunque il tema si possa utilizzare come chiave
interpretativa?

Un approccio di tipo storico tenta anche Elizabeth Greene che, nella
commistione tra riflessioni serie su aspetti precisi della realta\
storica e i toni scherzosi, vede un indizio per definire meglio il
genere letterario delle Metamorfosi; l'autrice in particolare
rintraccia nel romanzo apuleiano analogie tematiche con le satire di
Giovenale, e se ne serve per confermare come la lettura migliore sia
quella che contempla insieme il fine serio e l'intrattenimento (e su
questo siamo d'accordo), e per inscrivere le Metamorfosi appunto nel
filone piu\ ampio della scrittura satirica e assegnare cosi\ ad Apuleio
un posto tra gli scrittori di "critica sociale" (e su questo siamo un
po' meno d'accordo). Ora, non avrebbe certo senso negare che nella
composita struttura dell'opera si possano trovare spunti di satira
sociale o temi gia\ trattati dalla satira in versi; cosi\ come e\ vero
che in piu\ occasioni Lucio esprime un giudizio, in modo piu\ o meno
ironico, sui comportamenti umani; ma ne/ la visione moralizzante assume
mai nelle Metamorfosi un carattere strutturale, ne/ il bonario, e
spesso comico, sorriso apuleiano (pur camuffato da indignatio asinina)
di fronte alle prodezze di un'adultera o di un ladrone, puo\ in alcun
modo accostarsi alla risentita e amara invettiva del poeta satirico. In
altre parole i possibili elementi in comune tra i due testi non
garantiscono una connessione tra i due autori e le loro rispettive
opere. Cio\ che conta non e\ la mera presenza di elementi simili, ma il
trattamento che ciascun autore ne fa. Il testo stesso smentisce, mi
pare, che l'elemento del social commentary possa giocare una parte
cosi\ rilevante nell'opera apuleiana, cosi\ da divenire "the very
characteristic of the novel that allowed for safe, even subtle
criticism". Non mi pare verisimile che Lucio, prima della
trasformazione, rappresenti in qualche modo "the elite classes of the
empire corrupted by their serviles voluptates and curiositas" (p.184) o
che attraverso il tema della nobilta\ di sangue vs nobilta\ di cuore "a
strong relationship with the Satires of Juvenal is visible" (p. 185), o
che "the abandonment of his family, the marker of his aristocratic
self, is a prerequisite for Lucius' salvation" (p. 187). Ne/ possiamo
ancora dire, dopo tanti dibattiti sull'argomento, che la trasformazione
di Lucio iniziera\ dall'acquisire coscienza dei suoi cattivi
comportamenti; nelle Metamorfosi non c'e\ affatto un percorso di
apprendimento morale, non c'e\ un progresso verso la redenzione.[[9]]
Peraltro Apuleio mostra continuamente, dal prologo in poi,
un'elevatissima coscienza del genere in cui si sta esibendo,[[10]]
quello della narrativa d'invenzione: inglobare materiale di provenienza
diversa, "giocare" con i generi, e\ perfettamente confacente a questa
forma letteraria, che pero\ Apuleio stesso preferi\ associare alla
Milesia, un tipo di letteratura per noi piuttosto sfuggente ma che
certamente aveva come caratteristica il puro intrattenimento, privo di
fini morali o educativi; questi materiali si possono identificare (lo
ha fatto bene in tempi recenti M. Zimmerman e si mostra capace di farlo
anche la Greene), ma la loro natura molteplice non deve confonderci:
trovare connessioni e analogie e\ sempre un esercizio stimolante,
sovraccaricare di significato queste connessioni e\ spesso rischioso.

Giocare con i generi e\ un'operazione affascinante quando e\ condotta
consapevolmente da un autore classico. Molto piu\ pericoloso se a
giocare con i generi siamo noi moderni: e con questo vengo al saggio di
Amanda Mathis, un tentativo quantomeno incauto di dimostrare il ruolo
"fondamentale" ricoperto dall'elegia nei primi due libri del romanzo.
"Close similarities in wording establish an unmistakable link between
Apuleius and Propertius, Ovid and Tibullus" e\ la promessa
dell'abstract, e la Mathis si sforza di dimostrare l'indimostrabile,
cominciando con il reclutare tutti i personaggi e i ruoli (con
sovrapposizione non sempre chiara di questi due concetti) del mondo
elegiaco per ritrovarli del tutto inaspettatamente nei piu\ vari
contesti delle novelle apuleiane, salvo giustificare eventuali
incoerenze e discrepanze (perche/ i personaggi apuleiani proprio non
vogliono saperne di assolvere ai ruoli rigidamente imposti dal codice
elegiaco) con il ricorso al metodo del "role-switching": ogni
personaggio assumerebbe cioe\ di volta in volta, e a seconda del
contesto, piu\ di un ruolo elegiaco, e la domina (ad es. Meroe) puo\
diventare saga, tornare puella e farsi persino exclusus amator, in un
vorticoso e caleidoscopico inseguirsi di travestimenti che
proporrebbero al lettore una sorta di "who's who" letterario. Ora, io
credo che a "imbarcarsi in un complesso gioco letterario" qui non sia
Apuleio ma proprio la Mathis. Mi accontentero\ di discutere qualche
elemento e lascero\ ancora una volta il giudizio al lettore.  Tra le
supposte analogie situazionali, la Mathis comincia con l'assimilare la
condizione disgraziata in cui versa Socrate con la condizione
dell'amante elegiaco: in tal modo si equipara alla sofferenza d'amore
la mera sofferenza materiale a cui e\ ridotto il personaggio apuleiano,
descritto semplicemente come un mendicante (e se pure vogliamo
camuffarla da sofferenza d'amore, quest'ultima non e\ peraltro
patrimonio esclusivo dell'amante dell'elegia, dato che soffrono anche
l'adulescens della commedia, il protagonista dell'epigramma ecc.).
Ancora, le angoscianti caratteristiche fisiche del protagonista, luror
(non pallor tra l'altro) e macies, segnali della disperazione in cui lo
ha ridotto la magia (e che peraltro prefigurano l'orribile morte che
egli incontrera\), vengono assimilate ai tratti tipici dell'innamorato
pallido e disfatto dall'amore; ma magrezza e pallore non sono segnali
univoci dell'amore non corrisposto (a meno che non si voglia
considerare un'innamorata infelice persino la terribile Erichto,
descritta da Lucano con caratteri simili, cf. , Lucan. Phars. 6, 515
ss.). Essi sono piuttosto, qui e piu\ avanti, sintomi e annunci di
morte, segnali funzionali che dovrebbero mettere in allarme Aristomene,
il quale invece, come Lucio, crede di volta in volta alla verita\ che
gli fa piu\ comodo (ottima analisi in Keulen ad loc.). Ricordo,
incidentalmente, che e\ stato Socrate a stancarsi della maga e ad
abbandonarla, e non il contrario, come appunto la stessa Meroe
lamentera\ (Met. 1, 12): come faccia un tale personaggio a ricoprire le
vesti del servus amoris proprio non capisco. Sull'altro esempio
(incontro tra Lucio e Fotide), se e\ vero che il rapporto sessuale tra
i due protagonisti e\ descritto attingendo al complesso metaforico
della militia amoris, questo non significa automaticamente che "the
sexual relationship is unmistakably set in elegiac terms" e che i due
protagonisti assurgano al ruolo dei protagonisti dell'elegia. E se
Fotide non puo\ certo essere assimilata a una Cinzia, assolutamente
paradossale e\ poi che la si ritrovi ridotta al rango della lena, solo
perche/ fa da tramite fra Lucio e gli esperimenti magici di Panfile.
Va anche peggio quando la Mathis si lancia nella ricerca di supposte
affinita\ lessicali rivelatrici di tale rapporto. Un campanello
d'allarme e\ costituito, all'inizio della discussione, dalla pretesa
che l'esclamazione idiomatica me miserum, sia pure col suo colorito
tragico,[[11]] possa essere confinata al dizionario dell'elegia, e che
dunque gia\ questa basti a posizionare Socrate nello scomodo ruolo
dello sventurato amante elegiaco sottoposto alle vessazioni della
domina crudele. Peraltro la frase si incontra all'inizio del racconto
di Socrate e serve come commento alla condizione miserabile in cui
versa e come incipit al racconto delle sue disavventure. Insomma, se
proprio si vuole assimilare questo me miserum a quello pronunciato da
Properzio o dal narratore ovidiano bisognera\ pure dare qualche
importanza al contesto.[[12]] Ora, non e\ solo questione di
sensibilita\ linguistica, ma anche di metodo. L'analogia lessicale non
si puo\ riconoscere ovunque. E\ necessario che tra i due testi chiamati
in causa si attivino livelli diversi di connessione. Si puo\ partire ad
es. da un'analogia contestuale, che da sola puo\ bastare a far
riconoscere, nella scelta di uno solo o di un gruppo di termini,
l'allusione; oppure dalla stessa peculiarita\ di un nesso, che richiami
indubitabilmente un precedente famoso (un buon esempio e\ il famoso
'quousque tandem cantherium patiemur istum?' di Met. 3, 27); altrimenti
e\ necessario che i termini in questione non siano termini neutri, ma
in qualche modo marcati. E di conseguenza bisognera\ saper riconoscere
cio\ che nel testo e\ informazione lessicale neutra rispetto a cio\ che
e\ caratteristico: termini marcati (e quindi possibili "parole chiave")
sono ad es. quelli che all'interno di un preciso genere letterario si
fanno portatori di un preciso senso, tipico solo di quel genere
letterario, termini che vengono quasi "transcodificati" (per l'elegia
ad es. servitium, fides, militia, patientia, nequitia, ecc.) in
coerenza con l'ottica parziale imposta dal genere. Ad es. se davanti
all'amante Lucio avesse invocato la fides, o rinfacciato il suo
servitium, avrebbe parlato come un amante elegiaco: ma nel nostro caso,
anche se e\ vero che il paraklausithyron e\ un elemento tipico
dell'elegia, non vi e\ nulla che possa assimilare la scenografica
entrata della strega a un paraklausithyron; e non si puo\ invocare come
"analogia lessicale" tra la scena apuleiana e un paraklausithyron
l'ovvia ricorrenza di parole comuni (indispensabili alla narrazione)
come ianua, reserata, e addirittura cardinibus (cf. p. 203). Allo
stesso modo, poco piu\ sotto (p. 209), la pura e casuale ricorrenza di
verbi come respicio o discedo non basta per stabilire una parentela tra
le scene di Met. 2, 6 e i passi di Tibullo dove gli stessi verbi
compaiono. Che il risultato di queste "coincidenze verbali" sia quello
di assimilare Fotide a Delia e\ un'illazione indebita.  Non proseguo.
Se Apuleio ci invita a divertirci, come la Mathis piu\ volte ci
ricorda, non possiamo esagerare: un lettore attento, come quello a cui
la Mathis piu\ volte fa riferimento, deve anche sapersi porre dei
limiti.

Nel saggio successivo (la cui connessione col tema della paideia appare
per la verita\ piuttosto lassa) David Carlisle si occupa del tema del
sogno, ricorrente nel romanzo e significativo anche in un contesto
problematico come quello della conversione di Lucio. E\ proprio
al'interno di un sogno che, nel finale, il sacerdote di Osiride riceve
l'ordine di impartire l'ultima consacrazione a quello che fino a poco
prima era Lucio di Corinto e che adesso, con il famoso aprosdoketon di
Met. 11, 27, diventa il Madaurensis. In qualche modo e\ un sogno ad
oltrepassare i confini della finzione e a dare "ufficialmente" inizio
al problema di interpretazione. E\ certamente vero che la categoria del
sogno assume spesso, all'interno del romanzo, un peso importante
nell'interpretazione degli eventi; altrettanto interessante e\
osservare che i sogni, collocati in punti cruciali della vicenda,
svolgono una funzione doppia, dal momento che all'interno della
narrazione si assumono il ruolo di comunicazioni supplementari (e in
qualche modo contribuiscono alla "sospensione dell'incredulita\") e, a
un livello superiore, possono detenere il potere di dare una chiave (o
di complicare le cose) al lettore per la corretta interpretazione
dell'intera storia.  Al di la\ del nostro personale giudizio su alcune
conclusioni, o persino sull'importanza da attribuire a questo elemento
della narrazione, l'indagine e\ di sicuro ben condotta, con una certa
solidita\ nell'ancorarsi al testo e una matura tendenza a resistere
agli eccessi e a non lasciarsi sviare da certe recenti
sovrainterpretazioni. Carlisle sceglie di soffermarsi in particolare
sulla presenza del sogno nella novella di Aristomene e in quella di
Carite per mostrare i vari modi in cui questo tema viene sfruttato,
e.g. per conferire autorita\ a un evento o per minarla del tutto, per
sbloccare la trama o per complicarla: questo uso libero (o questa
ambiguita\) della categoria sogno implica naturalmente che nel finale
un nuovo bivio si ponga tra la possibilita\ che il sogno "autorizzi"
una storia o viceversa che una storia narrata dia conferma (e
autorita\) a un sogno. La questione diventa cruciale, perche/ finisce
col coincidere con quella dell'interpretazione generale del romanzo, su
cui pero\, mi pare, l'autore non si sbilancia molto.

L'ultimo saggio, di Niall Slater, torna a un rapporto piu\ stretto col
"contenitore" della paideia, affrontando un tratto caro alla
declamazione quanto alla narrativa (specie quella che subisce
l'influenza della seconda sofistica), quello della digressione
artistica.  Le arti visuali, e la teoria della visione in generale,
acquisirono nell'eta\ della seconda sofistica un'importanza sempre
maggiore: coerentemente con questo interesse, si accumulano nei romanzi
i casi di ekphrasis letterarie, giustamente definite come l'equivalente
della retorica epidittica nella novellistica. Ora, come lo stesso
Slater giustamente rileva, e\ difficile liquidare le ekphraseis
apuleiane come mere interruzioni artistiche nel flusso del racconto:
esse hanno quasi sempre rilevanza semantica o meglio attinenza tematica
con i concetti, cruciali nel romanzo, della visione, della curiosita\ e
del desiderio. L'analisi di Slater si concentra su due descrizioni in
apertura di libro (II: Lucio che osserva Ipata, e V: Psiche alla
scoperta del palazzo divino) e propone, attraverso esse, un esame del
diverso trattamento cui Apuleio sottopone non solo la tecnica
dell'ekphrasis ma la stessa teoria della visione. Slater si concede
qualche esagerazione o considerazione di parte: rilevo ad es. come non
sia vero che nel primo passo Apuleio abbia (e di proposito) escluso
tutti i verbi che concernono la visione. Non si possono liquidare i
participi come aspiciens, quasi che la posizione gerarchicamente
inferiore nella sintassi ne limiti anche la portata semantica; inoltre
lo stesso verbo principale considerabam puo\ ben ascriversi tra i verbi
di vedere (e mi resta anche il dubbio che circumeo sia usato come
equivalente di perlustro). Quanto alle altre scelte verbali (che
secondo Slater rappresenterebbero fondamentalmente modi di percezione
alternativi alla visione), esse rispondono alla solita ricerca
apuleiana di varieta\ e simmetria. In ogni caso, colpisce la differenza
col passo di Psiche in cui l'elemento della visione e\ davvero
enfatizzato (e ai verbi sottolineati da Slater potevano aggiungersi i
successivi rimatur, conspicit, e il gioco etimologico tra admirationem
e mirificum). Sebbene le conclusioni non siano immediatamente chiare
per chi legge, il saggio propone almeno una suggestiva rilettura dei
passi in questione.

In conclusione, il volume risulta interessante soprattutto per le
possibilita\ di rilettura che riesce ad offrire anche per passi molto
famosi. Naturalmente, come e\ sempre vero per le raccolte di saggi, la
qualita\ dell'analisi varia (anche in modo importante) da un saggio
all'altro, ne/ e\ sempre rispettato il presupposto tematico che il
congresso, prima ancora che il titolo della silloge, sceglieva come
lente d'ingrandimento. Ancora, se l'intertestualita\ e\ mezzo
prediletto di sfoggio della paideia, proprio in occasione delle analisi
del testo in questa chiave i risultati sono quanto mai deludenti. Piu\
in generale mi sembra che la paideia come chiave di lettura funzioni
meglio (e produca risultati migliori sul piano dell'interpretazione)
nel caso dell'orazione di difesa che non per il romanzo; gioca contro
probabilmente anche l'enorme mole di contributi all'interpretazione di
cui le Metamorfosi hanno goduto negli ultimi anni, cio\ che rende
davvero difficile addurre ulteriori elementi originali al dibattito.

INDICE DEI CONTRIBUTI


I THE APOLOGY
STEPHEN J. HARRISON, The Sophist at Play in Court: Apuleius' Apology
and His Literary Career
JAMES B. RIVES, Legal Strategy and Learned Display in Apuleius' Apology
WERNER RIESS, Apuleius Socrates Africanus? Apuleius' Defensive Play
VINCENT HUNINK, Homer in Apuleius' Apology
THOMAS D. MCCREIGHT, The "Riches" of Poverty: Literary Games with
Poetry in Apuleius' Laus Paupertatis (Apology 18)
STEFAN TILG, Eloquentia ludens - Apuleius' Apology and the Cheerful
Side of Standing Trial


II THE METAMORPHOSES
MAAIKE ZIMMERMAN, Cenatus solis fabulis: A Symposiastic Reading of
Apuleius' Novel
ROBERT E. VANDER POPPEN, A Festival of Laughter: Lucius, Milo, and Isis
Playing the Game of Hospitium
ELIZABETH M. GREENE, Social Commentary in the Metamorphoses: Apuleius'
Play with Satire
AMANDA G. MATHIS, Playing with Elegy: Tales of Lovers in Books 1 and 2
of Apuleius' Metamorphoses
DAVID P. C. CARLISLE, Vigilans somniabar: Some Narrative Uses of Dreams
in Apuleius' Metamorphoses
NIALL W. SLATER, Apuleian Ecphraseis: Depiction at Play
------------------
Notes:


1.   Rives cita F. Gaide Apule/e de Madaure a-t-il prononce/ le De
Magia devant le proconsul d'Afrique? LEC 61, 1993, che riteneva
addirittura "del tutto inappropriate" molte sezioni della prima parte
dell'opera.

2.   Che solo qui Apuleio chiami il personaggio omerico col nome di
Alexander mi sembra gia\ ben giustificato dallo stesso Hunink come
derivazione diretta e immediata dall'ipotesto (p. 78); non c'e\ bisogno
di andare a scomodare inverosimili contemporanee allusioni ad
Alessandro il Grande.

3.   Confesso di restare piuttosto scettica sulla possibilita\ che in
Apol. 18, 6-8 (la digressione sulla paupertas) Apuleio, attraverso la
menzione di Omero, alluda in effetti direttamente ad Odisseo. Lo stesso
contesto, la simmetria della lista (che associa personaggi famosi
poveri con una virtu\ apparentemente conseguenza della stessa poverta\)
scoraggia dal pensare che, solo nel caso di Omero, il lettore fosse
portato a "scollare" personaggio menzionato e qualita\ associata, e
ipotizzare altri riferimenti sottostanti. Non vedo difficolta\ nel
giustificare il nesso paupertas diserta come un analogo del concetto,
quasi di repertorio, espresso dall'oraziano carm. 2, 2, 51 s.
'paupertas inpulit audax ut versus facerem'.

4.   E\ questo un motivo risalente all'Ifigenia in Aulide di Euripide
che viene variamente declinato anche in latino (Cic. de inv. 1, 32, 54;
pro Sext. 18, 40; Sen. contr. 10, 2, 6; Hier. adv. Ruf. 3, 2) e ritorna
persino nei testi giuridici (col giureconsulto Paolo in Dig.  50, 17,
42), ma su questo basti un'occhiata ai repertori di proverbi e frasi
idiomatiche.

5.   su questo nello stesso volume, Rives, p. 27, con alcuni esempi.

6.   Come ho mostrato in un mio recente contributo, cf. L. Nicolini,
'Ad (l)usum lectoris', MD 58, 115-180.

7.   Ultimamente analizzato in questa prospettiva con grande lucidita\
da L. Graverini, Le Metamorfosi di Apuleio. Letteratura e identita\ ,
Pisa 2007, pp. 119-149 in particolare.

8.   Come ha ben dimostrato in tempi passati C. Schlam, The Scholarship
of Apuleius since 1938, CW 64, 1971, p. 295 in particolare.

9.   Che la salvezza del protagonista non arrivi per meriti ma
gratuitamente e\ idea largamente condivisa, ma rimando da ultimo al
saggio di introduzione in L. Nicolini, Apuleio. Le Metamorfosi, Milano
2005, pp. 20 ss.

10.   Su questo benissimo da ultimo Graverini 2007, pp. 47-55 in
particolare.

11.   Rimando ancora a Keulen ad loc. per questa esclamazione tragica
(o tragicomica) che nella struttura tipica della miseratio, mirava a
destare la compassione nell'uditorio (Quint. Inst. 6, 1, 24) e che,
frequente anche nella commedia, conosceva addirittura delle
prescrizioni sulla pronuncia (era raccomandato prolungarne le vocali).

12.   Un'ottima discussione proprio su questa esclamazione (a common
piece of verbal furniture in a wide range of discursive situations i
latin) e\ contenuta in S. Hinds, Allusion and Intertext. Dynamics of
appropriation in Roman poetry, Cambridge 1998, pp. 30-34; con
riferimento all'ipotesi di McKeown secondo cui la ripresa di questo
tassello in Ovidio celerebbe una precisa allusione a Properzio, Hinds
ne analizza diffusione, ambiti di utilizzo e, conseguentemente,
effettivo grado di allusivita\. E lascio alle sue parole la conclusione
anche sul nostro passo: "So, with the theatres, the speakers'
platforms, perhaps the very streets of Rome resounding with the cry me
miserum, how can a non-exclamatory Propertian miserum me make itself
heard above the hubbub?"
lmpx.com only provides a reader for public news (NNTP) servers. It is not affiliated with the servers or forums shown here and is not responsible for the content of articles, which is written by their respective authors.