BMCR 2009.02.53, Mario Capasso, Scripta. An International Journal

Bryn Mawr Reviews <[email protected]> Sat, 28 Feb 2009 12:02:19 -0500 (EST)
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Mario Capasso, Francesco Magistrale (ed.), Scripta. An International
Journal of Codicology and Palaeography. Volume 1 (2008).  Pisa/Roma:
Fabrizio Serra Editore, 2008.  Pp. 173.  ISBN 1971-9027.  Subscription:
Italy: EUR 60.00 (individuals); EUR 90.00 (institutions, with
online edition); Abroad: EUR 90.00 (individuals); EUR 120.00
(institutions, with online edition); EUR 140.00 (single issue).

Reviewed by Stefano Valente, University of Bologna
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Word count:  1686 words
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La nascita di una nuova rivista specializzata e\ un evento da salutare
con favore, qualora si sia in presenza di un prodotto accurato, ricco
di contributi stimolanti, vagliati e garantiti da un valido comitato
scientifico. E tali requisiti si riscontrano in Scripta. An
International Journal of Codicology and Palaeography.

Sotto il profilo formale, il volume si caratterizza per l'ampio
formato; il testo e\ disposto su due colonne per pagina; numerose sono
le tavole, generalmente di buona qualita\ ma stampate solo in bianco e
nero. Quanto alla lingua, dei 13 contributi di questo primo volume, 9
sono in italiano, 3 in francese ed uno in inglese.[[1]]

Il volume e\ introdotto dalla "Presentazione" (p. 7) dei direttori
Mario Capasso e Francesco Magistrale, nella quale sono esposti
sinteticamente gli scopi di questa nuova rivista di paleografia e
codicologia, che intende porsi nel solco del glorioso periodico
Scrittura e civilta\, cessato nel 2001. Di conseguenza, l'ispirazione
di Scripta vuole percio\ essere di stampo malloniano (paleografia
intesa nel senso piu\ ampio di storia della cultura scritta),
proponendosi di "aprirsi ad un'indagine, su qualsiasi tipologia
testuale e su un panorama linguistico assai ampio, che raccordi la
tradizione greca e latina, quella del medioevo volgare ed il mondo
grafico arabo, armeno, copto, egizio, georgiano, persiano e slavo".
L'interesse sara\ quindi focalizzato attorno alla cultura scritta
nell'ambito della civilta\ europea e mediterranea ed ai suoi supporti
materiali, con attenzione alla loro evoluzione storica.

Questo vasto panorama e\ in effetti contemplato, con poche eccezioni,
nel presente volume: per meglio chiarire gli argomenti e gli scopi
della rivista si fornira\ qui un riassunto, necessariamente conciso,
dei singoli contributi.

Colette Sirat nel suo "Hommage a\ Jean Irigoin" (pp. 9-10) traccia un
rapido profilo della carriera scientifica e professionale del grande
paleografo e codicologo francese, scomparso nel febbraio del 2006.

La breve nota di Mario Capasso, "<greek>*SI/TTUBA</greek> in una statua
del museo greco-romano di Alessandria" (p. 11), concerne
l'identificazione di questo dispositivo (un'etichetta di papiro,
pergamena o pelle applicata sul margine di un rotolo per indicarne il
contenuto) in una raffigurazione scultorea di una figura maschile
togata: ai suoi piedi, appoggiati sopra una capsa, si osservano due
rotoli che sembrano provvisti di tali etichette e che costituiscono
percio\ "l'unica rappresentazione scultorea" conosciuta.

Mario Capasso e Natascia Pelle/ ("Frederic George Kenyon e la
paleografia dei papiri ercolanesi", pp. 13-25) pubblicano per la prima
volta alcuni estratti del corso di paleografia greca tenuto da Kenyon
all'Universita\ di Cambridge nel 1900-1901 per le Sandars Lectures in
Bibliography. L'importanza di questo ciclo di lezioni, intitolato The
development of Greek Writing B.C. 300-A.C. 900, va al di la\ delle
analisi paleografiche compiute sui singoli manufatti e consiste
soprattutto nel fatto che esse rappresentano "lo stadio piu\ completo e
piu\ moderno per struttura e metodi" (p. 25) dello studio di Kenyon nel
campo della paleografia ercolanese. Distinguendosi per ricchezza di
esempi e di argomentazioni, questo corso costituisce percio\ il sicuro
anello di congiunzione tra The Palaeography of Greek Papyri (London
1899) e The Palaeography of the Herculaneum Papyri (in Festschrift
Theodor Gomperz. Dargebracht zum siebzigsten Geburtstage am 29. Maerz
1902 von Schuelern Freunden Kollegen, Wien 1902, pp. 373-380).

In "Uno sconosciuto frammento innografico di Terra d'Otranto" (pp.
27-31) Marco D'Agostino identifica in un foglio pergamenaceo utilizzato
come copertina di un codice cartaceo dell'Archivio di Stato di Roma
(Stato Civile - Appendice: Libri parrocchiali 1565/1725, I/1) un
frammento di un libro innografico tipico della liturgia italogreca, la
<greek>*Paraklhtikh\ th=s qeoto/kou</greek>, sino ad ora conosciuto
solo tramite manoscritti di provenienza calabrese. Dal momento che la
scrittura e\ identificabile nella cosiddetta barocca otrantina
(databile alla fine del XIII secolo), questo foglio rivela il suo
valore come unico testimone attualmente conosciuto di quest'opera
liturgica ascrivibile all'area salentina. In considerazione di cio\
D'Agostino fornisce un'edizione degli inni qui contenuti.

Flavia De Rubeis si occupa de "La capitale romanica e la gotica
epigrafica: una relazione difficile" (pp. 33-43), analizzando le
interferenze tra questi due sistemi grafici nelle scritture esposte: a
seguito dello studio di iscrizioni italiane di XIII e XIV secolo,
l'adesione piu\ fedele al canone della gotica libraria e\ riscontrabile
nelle aree dove maggiori sono le influenze dei centri di cultura,
specialmente universitari, come Bologna, Padova e Napoli.
Allontanandosi invece da questi poli di irradiazione, come, ad esempio,
a Venezia, in Puglia ed in Sicilia, la gotica epigrafica si mostra
aperta ad accogliere anche elementi allotri, derivanti ora dalla
capitale romanica, ora dalla maiuscola epigrafica greca.

Nello studio "La de/coration des manuscrits grecs et slaves (IXe-XIe
sie\cles)" (pp. 45-59) Axinia Dzurova focalizza la propria attenzione
sul rapporto intercorrente tra la decorazione dei codici
costantinopolitani e slavi di questi secoli. La generale poverta\ di
motivi ornamentali nei manoscritti slavi e\ ulteriormente confermata
dal confronto con alcuni testimoni greci poco conosciuti, il Sofia,
Ca^rkoven istoriko-arhiven institut, gr. 803 ed il Sofia, Narodna
Biblioteka Sv.sv. Kiril-i-Metodij, gr. 95 (che originariamente
costituivano un unico codice, contenente opere di Gregorio Nazianzeno e
di san Basilio), il Sofia, Centralen da^rzaven archiv, Rizov 3 (uno
sticherario) ed il Plovdiv, Narodna biblioteka Ivan Vazov, P 99 (un
evangeliario), tutti databili tra X e XI secolo e caratterizzati da
un'ornamentazione nel cosiddetto stile blu. Rispetto ai codici
costantinopolitani, la decorazione dei manoscritti cirillici appare
asincrona, dal momento che quelli prodotti tra IX e XI secolo per la
quotidiana pratica religiosa sembrano ignorare i contemporanei stili
presenti nei codici bizantini in minuscola, che inizieranno invece ad
essere impiegati, in varianti semplificate, solo a partire dal XIII
secolo.

Paolo Fioretti ("Composizione, edizione e diffusione delle opere di
Gregorio Magno. In margine al Codex Trecensis", pp. 61-75) discute del
volume di A. Petrucci (a cura di), Codex Trecensis. La "Regola
Pastorale" di Gregorio Magno in un codice del VI-VII secolo: Troyes,
Me/diathe\que de l'Agglome/ration Troyenne, 504, I-II, Firenze 2005,
aggiungendo alcune interessanti riflessioni circa la metodologia
compositiva delle opere di Gregorio Magno e sui centri di copia tra
tarda antichita\ e medioevo.

Maria Rosa Formentin ("Uno scriptorium a Palazzo Farnese?", pp. 77-102)
analizza i manoscritti greci farnesiani, attualmente conservati per lo
piu\ nella Biblioteca Nazionale di Napoli, fornendone un esauriente
inventario (specialmente per quanto concerne i codices Neapolitani con
le segnature III AA, III B, III C, III D, III E) ed aggiungendo anche
un utile indice delle filigrane. La studiosa conclude che si tratta di
una collezione non omogenea ed eclettica, priva di una progettualita\
definita: pertanto, in un contesto simile, "si deve negare l'esistenza
di un luogo di copia, ma anche di un laboratorio di restauro" a Palazzo
Farnese (p. 86).

Judith Olszowy-Schlanger e Patricia Stirnemann ("The twelfth-century
trilingual Psalter in Leiden", pp. 103-112) studiano il codice Leiden,
Bibliotheek der Rijksuniversiteit, BGP 49 (a. 1170-1180 ca.) sotto il
profilo codicologico, paleografico e testuale: esso preserva uno
Psalterium Quadruplex, cioe\ un salterio ripartito su quattro colonne
contenenti rispettivamente il testo ebraico, la versione latina di San
Gerolamo, la versione greca e la cosiddetta Gallicana latina. Il testo
e\ stato redatto da un copista (se non da piu\ d'uno) cristiano ed
occidentale ed il manufatto, nel suo complesso, e\ stato prodotto nella
Francia sud-occidentale, forse per ragioni legate al culto piu\ che
allo studio ed alla consultazione quotidiana. La sua importanza, in
ogni caso, e\ dovuta proprio alla sua provenienza, poiche/ esso
"testifies to a particular sophisticated linguistic milieu in a region
often neglected by modern scholars" (p. 112).

In "Un atto di vendita di un manoscritto ebraico dei Profeti e degli
Scritti stilato a Bologna l'8 febbraio 1485 nel frammento 5
dell'Archivio Capitolare di Modena" (pp. 113-120) Mauro Perani edita
per la prima volta il testo ebraico di questo documento, conservato nel
codice Modena, Archivio Capitolare, Fr. ebr. B. XXII.5. Oltre a
corredare il testo di una traduzione in italiano, egli provvede ad
inquadrarlo nel contesto della comunita\ ebraica di Bologna e Modena
tra XV e XVII secolo.

Paolo Radiciotti ("Romania e Germania a confronto: un codice di Leidrat
e le origini medievali della minuscola carolina", pp. 121-144) studia
un codice in protocarolina appartenuto a Leidrat, arcivescovo di Lione
tra il 798 e l'814, e contenente una miscellanea teologica e
filosofica, identificandone il contesto culturale di riferimento nella
cerchia di Alcuino presso la corte di Carlo Magno. In un secondo
momento, tenendo conto dei risultati di questa indagine, l'autore
ritorna sulla vexata quaestio riguardante le origini della carolina,
per concludere che "gli scribi-intellettuali di eta\ carolingia, che
sono in contatto diretto coi manoscritti tardoantichi in minuscola
libraria, attuano un processo interno alla loro scrittura usuale, nel
senso di una semplificazione della tradizione corsiva [...] attraverso
la riduzione dei legamenti" (p. 144). Proprio in questi contesti
eruditi, e specialmente nelle scritture personali di singoli scribi,
vanno pertanto identificati i primordi di tale grafia, che affonda le
proprie radici nella minuscola latina tardoantica.

In "Vingt manuscrits (hebreux, grec, latin-grec, grec-arabe, arabes)
pour un seul palimpseste" (pp. 145-156) Colette Sirat, Franc,ois
De/roche, Uri Ehrlich e Ada Yardeni analizzano il palinsesto Milano,
Biblioteca Ambrosiana, L 120 sup., contenente nella scriptio superior
un Paterikon e redatto verisimilmente a cavallo tra XI e XII secolo nel
monastero di Santa Caterina del Sinai. Lo studio dettagliato dei
singoli fascicoli permette di determinare che il codice e\ stato
costituito mediante il reimpiego di almeno 20 manoscritti, specialmente
arabi ed ebraici, che sono studiati singolarmente e di cui si fornisce
una sintetica ma accurata descrizione materiale, grafica e
contenutistica.

Gaga Shurgaia, "La scrittura georgiana. Storia e nuove prospettive"
(pp. 157-173), ripercorre la storia dell'evoluzione di questa scrittura
con ricchezza di dettagli, precisando che "l'alfabeto georgiano nasce
come asomtavruli [cioe\ maiuscola] angolosa, dalla quale si sviluppa la
variante rotonda, attestata nel I-II secolo d.C." (p. 172). Da questa
trae probabilmente origine la minuscola angolosa, chiamata nusxuri,
forse nel corso dell'VIII secolo, da cui si sviluppa in seguito la
forma rotonda (come esito di una progressiva corsivizzazione) che e\
alla base dell'attuale scrittura georgiana, la "mxedruli, attestata
gia\ nel corso del X secolo."

In conclusione, il primo volume di Scripta, che si distingue anche per
una bassa percentuale di refusi, e\ ricco di contributi stimolanti e
costituisce un valido inizio; ci si augura che in futuro la rivista
possa godere di una cadenza regolare e di una costante ampiezza di
orizzonti.


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Notes:


1.   Trattandosi di una rivista che intende proporsi come
internazionale, secondo la dicitura del sottotitolo, a mio giudizio si
avverte solo l'assenza di abstracts relativi ai singoli contributi, che
possano facilitare una prima fruizione; in tal senso, inoltre,
potrebbero essere approntati anche un indice dei materiali citati
(epigrafi, manoscritti, papiri e sculture) e delle illustrazioni. Si
tratta comunque di lievi mancanze, che potranno essere utilmente
sopperite nei prossimi volumi.