BMCR 2009.05.31: Di Fazio on Bertolin Cebrian, Singing the Dead: A Model for Epic Evolution

Bryn Mawr Classical Review <[email protected]> Sun, 10 May 2009 13:05:41 -0400 (EDT)
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Reyes Bertoli/n Cebria/n, Singing the Dead: A Model for Epic Evolution.
New York:  New York, 2006.  Pp. 171.  ISBN 9780820481654.  $62.95.

Reviewed by Massimiliano Di Fazio, [email protected]
Word count:  2260 words
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Table of Contents
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Reyes Bertoli/n Cebria/n e\ una studiosa spagnola; formatasi in parte
in patria e in parte in Germania, attualmente lavora in Canada. Il suo
libro e\ costruito attorno alla proposta di un modello di sviluppo
dell'epica eroica greca a partire dal lamento funebre. Dopo una
introduzione che presenta le linee-guida, il volume e\ diviso in due
parti. Nella prima parte viene presentata e discussa la teoria che e\
al centro del libro, attraverso un inquadramento del genere-epica,
posto a confronto con altri generi letterari contemporanei. Nella
seconda parte la prospettiva si allarga ad esaminare il ruolo
dell'epica nel contesto sociale e culturale in cui questa si sviluppo\.
Vediamo ora brevemente un dettaglio dei capitoli che costituiscono il
libro.

Il primo capitolo ('In the Beginnig Was the Rite'), uno dei piu\ densi
del libro, si apre con una riflessione sull'associazione tra
letteratura e eventi sociali nelle epoche antiche, e sull'importanza
del prodotto letterario nell'ambito dei rituali. L'autrice passa poi
subito a proporre una definizione di rituale (p. 9), presa dalla
dissertazione di dottorato di Monika Vizedom del 1963.[[1]] Sarebbe
forse stato opportuno rifarsi in maniera piu\ ampia al dibattito
scientifico (tanto per fare qualche nome: Stanley Tambiah, Clifford
Geertz, Victor Turner, Catherine Bell), che avrebbe permesso ad esempio
di prendere in considerazione l'esistenza anche un aspetto non
religioso del rito. Ad ogni modo, da queste pagine emerge un punto
importante attorno al quale e\ costruito il modello proposto, ovvero il
valore "performativo" della parola e della letteratura, la sua forza
"illocutoria", secondo la celebre formula introdotta da J. L. Austin.
Secondo Bertoli/n Cebria/n l'epica perde la sua forza illocutoria nel
momento in cui viene separata da uno specifico rito. Acutamente
l'autrice sottolinea (p. 11) che un testo che nasce in collegamento con
un rito, e che dunque aveva in origine una forza illocutoria o
performativa, nel momento in cui perde questa forza deve compensare con
una maggiore descrittivita\. Questo, in nuce, e\ il passaggio dal testo
rituale, legato alla commemorazione funebre del defunto, al testo
epico, che ha perso il suo legame con il rituale funerario e deve
recuperare sostanza attraverso un piu\ ampio e piu\ dettagliato
racconto delle gesta del defunto. La commemorazione si trasforma cosi\
in racconto; alcuni di questi racconti diventano tradizionali, ed
assumono status di mito, di epica. Il primo capitolo prosegue con
interessanti osservazioni sul contesto rituale in cui nasce la
produzione letteraria in Grecia, grazie al prodursi di una situazione
eccezionale di separazione dall'ordinario che caratterizza il momento
rituale. In particolare, la produzione letteraria che nasce in questo
contesto e\ l'elegia, legata a occasioni diverse come battaglie,
simposi, funerali, festival (p. 22). L'elegia, come gia\ sottolineato
da M.L. West, ha in se/ un valore illocutorio, e per confermare questo
assunto Bertoli/n Cebria/n richiama una serie di esempi tratti dalla
letteratura greca, in particolare la produzione di Tirteo; a questi si
aggiungono pero\ riferimenti anche da diversi contesti culturali (ma
sempre indoeuropei), come la letteratura vedica degli Atharvaveda e
quella germanica dei Merseburger Zaubersprueche. E di nuovo viene
sottolineato il passaggio dall'elegia all'epica: la perdita
dell'aspetto performativo comporta un ampliamento in lunghezza, tipico
dell'epica, che non crea azione immediata: 'When there is no future
action to justify the words, memory to recall the past is further
necessitated' (p. 23). La separazione tra epica e contesto rituale e\
legata, come spiegato nell'Introduzione, alle migrazioni ioniche, che
separarono la popolazione dalle tombe degli antenati: su questo punto
l'autrice torna a soffermarsi nei capitoli successivi. Questa
riflessione ovviamente presuppone l'originaria coesistenza dei due
generi, che effettivamente oggi prevale sull'idea che il genere
elegiaco sia posteriore a quello epico.

Il capitolo 2 ('From Funeral Lament to Epic') e\ dedicato in
particolare allo sviluppo che porta dal lamento funebre all'epica: in
apertura Bertoli/n Cebria/n riespone la sua idea secondo cui l'epica
sarebbe nata dall'esigenza di ricreare il lamento funebre in un
contesto lontano dalle tombe degli eroi e degli antenati, il che
avrebbe indotto una espansione della parte narrativa. Un punto chiave
del capitolo e\ la definizione del concetto di 'eroe' all'interno di
una logica che assegna grande importanza al momento funebre: in
quest'ottica, l'eroe sarebbe 'a person to whom the praise or blame is
addressed' (p. 34).[[2]] La collocazione della figura dell'eroe in
questa ottica e\ indicata, secondo l'autrice, dall'aspetto che
distingue il dio dall'eroe, ovvero che quest'ultimo muore. E\ a partire
dall'undicesimo secolo che si sarebbe avuta la separazione tra antenato
reale ed eroe mitico, e di conseguenza la distinzione tra il lamento
per l'antenato e la narrazione epica per l'eroe (p. 37). Questo
processo, come gia\ accennato, affonderebbe le sue radici nella
separazione fisica che avvenne nell'ambito delle colonizzazioni
ioniche: a questa separazione l'autrice riconduce anche il revival dei
culti eroici che ebbe luogo in Grecia nel corso dell'ottavo secolo,
presumibilmente per ragioni politiche. Il capitolo, che e\ il piu\
lungo del libro, prosegue con una analisi dei generi letterari del
lamento funebre, ed in particolare del threnos e del suo legame con
l'elegia, di cui e\ di solito considerato un sottogenere. Uno dei punti
centrali di questa analisi e\ il rapporto tra il threnos ed il goos,
visti tradizionalmente il primo come espressione di lamento
'professionale' ed il secondo come lamento 'libero' espresso dai
parenti del defunto (p. 50). Bertoli/n Cebria/n propone in queste
pagine che l'elegia fosse il componimento poetico messo in atto in
occasione dell'agon funerario, e che threnos e goos fossero le sue
parti, affidate rispettivamente ai maschi ed alle femmine, con una
differenziazione quindi non di professionalita\ ma di genere: su questo
punto l'autrice torna poi nel capitolo 4. Anche in questo capitolo
vengono fatti riferimenti ad altre culture, in particolare all'Irlanda
medievale (dunque ancora nel solco della tradizione indoeuropea) ma
anche alla cultura Zulu dell'Africa meridionale.

Nel capitolo 3 ('Laments and other Genres') l'autrice procede a mettere
a confronto il genere epico, quale risulta dalle pagine precedenti, con
gli altri generi letterari contemporanei, tra cui i poemi di guerra, i
cataloghi, l'epinicio, e soprattutto la tragedia, ovvero l'altro genere
che in passato era stato gia\ collegato al lamento funebre (p. 80), ma
che a differenza dell'epica e\ piu\ legata ad idee democratiche. In
questo capitolo, come anche nel precedente, Bertoli/n Cebria/n mira a
presentare il contesto storico e culturale nel quale l'epica come
genere si cristallizza.

Il capitolo 4 ('Women's Funeral Lament') chiude la prima parte del
volume. In queste pagine l'autrice riprende alcuni spunti gia\
accennati nei capitoli precedenti, e mette l'accento sul legame tra
lamento funebre e sfera femminile da un lato, e tra epica e sfera
maschile dall'altro. Propria degli uomini sarebbe stata la celebrazione
delle gesta del defunto attraverso una gestualita\ controllata; propria
delle donne invece sarebbe stata l'espressione incontrollata del
dolore: questo confronto tra threnos maschile e goos femminile sarebbe
al centro dell'agon che si svolgeva per i funerali, e che per alcuni
aspetti assomiglia dunque agli agoni in occasione di matrimoni e in
ultima analisi alla stessa tragedia. Va detto peraltro che questa
prerogativa femminile del lamento e\ stata recentemente messa in
discussione,[[3]] ma il dibattito si puo\ considerare ancora aperto.
Piuttosto, un punto che a mio parere andrebbe precisato riguarda
proprio la gestualita\ del dolore. Gli studi sull'iconografia del
pianto rituale (in Grecia ma non solo)[[4]] hanno in realta\
sottolineato che anche gli atteggiamenti che possono sembrare piu\
scomposti e naturali hanno una loro calcolata ritualita\, e sono
riconducibili a definite serie e definiti gesti, schemata[[5]] tali da
definire una vera e propria 'grammatica del dolore'. Trovo dunque
discutibile l'ipotesi espressa riguardo al celebre vaso del Dipylon con
scena di prothesis, che secondo Bertoli/n Cebria/n rappresenta l'inizio
di una differenziazione tra ruoli maschile e femminile nel lamento
funebre, dal momento che alcuni uomini sono raffigurati sul vaso in
atteggiamento "femminile" di lamento, mentre altri sono raffigurati
virilmente mentre imbracciano armi (p. 98).[[6]] L'uso della
documentazione visiva avrebbe potuto essere piu\ ampio ed esauriente, e
condurre ad una analisi piu\ articolata anche su un ultimo importante
aspetto affrontato in questo capitolo, ovvero il controllo sociale sui
riti femminili ad Atene dopo le leggi di Solone. Le osservazioni svolte
su questo punto sono interessanti, ma dovrebbero misurarsi con la
circostanza per cui, nonostante le norme soloniane, le raffigurazioni
di prothesis non vengono meno nell'arte ateniese del sesto e quinto
secolo.[[7]]

La seconda parte si apre col capitolo 5 ('Epic and Sports'), che
sviluppa una analisi comparata dell'epica e dei giochi sportivi in
Grecia tra ottavo e sesto secolo, mostrando come entrambi i fenomeni
fossero legati alla societa\ contemporanea, ed in particolare alla
contrapposizione tra aristocrazie dominanti e classi medie. In questa
prospettiva viene individuato l'inizio del processo di testualizzazione
e di abbandono della produzione epica. Si tratta, a dir la verita\, di
un capitolo che rimane piuttosto estraneo nell'ambito del libro.

Il sesto ed ultimo capitolo ('Classical Funeral Orations and the Epic')
si apre con l'analisi dell'orazione funeraria ateniese di epoca
classica, che secondo diversi studiosi era legata proprio al lamento
funebre. Al centro dell'analisi e\ ovviamente l'orazione di Pericle per
i caduti della guerra peloponnesiaca, riportata da Tucidide, vista come
'programmatic for the epic, since these ideas are the foundation of the
heroic code of epic' (p. 130). Le orazioni funebri di eta\ classica
hanno lo stesso ruolo dell'epica: 'to transmit the values of society
and to inspire younger generations to noble deeds' (p. 132). In
aggiunta, esse avrebbero avuto una importante funzione di controllo
sociale, come mezzo per limitare le pratiche funebri aristocratiche. In
quest'ottica si colloca anche il passaggio da una societa\ orale ad una
basata sullo scritto, passaggio che in Grecia avrebbe avuto come
parallelo quello dalla poesia alla prosa: 'the passive spectator of the
funeral speech implies a society that is leaning towards written
records more than oral ones' (p. 133). Questo passaggio viene
esplicitato proprio nel discorso di Pericle, laddove si dice che gli
Ateniesi non hanno bisogno di un Omero che ne canti le virtu\ (Thuc.
2.41.4): l'epica appartiene al passato. La nuova cultura scritta,
peraltro, permette ad un piu\ ampio pubblico di avere un suo 'momento
di gloria' funerario. Inoltre, anche se il discorso funebre e\ legato
al rituale del seppellimento, perde ora il suo valore religioso e
magico, poiche/ e\ al servizio di un rito che ormai ha assunto un
valore civico e secolare. Le orazioni di Lisia offrono all'autrice
diversi esempi per queste riflessioni. Verso la fine del capitolo,
Bertoli/n Cebria/n ritorna sulla questione dell'eroe, sottolineando
come gli Ateniesi di eta\ classica, in virtu\ della loro origine
autoctona, non sentissero il bisogno di una divisione tra la figura
dell'eroe e quella dell'antenato, divisione legata alla visione
aristocratica per cui non tutti gli uomini sono nati uguali. Anche in
questo caso, dunque, la prospettiva politica assume il suo peso
nell'evoluzione dei generi letterari, e questo e\ forse l'aspetto piu\
convincente e piu\ riuscito dell'approccio di Bertoli/n Cebria/n.

Tre pagine sono poste a conclusione dell'opera, con l'obiettivo di
riassumere il contenuto del libro.

Il volume e\ infine chiuso da una appendice ('Did the Romans Have an
Oral Epic?') in cui l'autrice volge lo sguardo al contesto romano, per
verificare se il modello di evoluzione proposto nel volume puo\ essere
applicato anche ad altri contesti. Va detto che questa appendice si
presenta come una delle parti piu\ deboli dell'opera, e forse sarebbe
stato tutto sommato meglio ometterla, dal momento che nulla aggiunge
alla validita\ del ragionamento. Tra le principali debolezze del
capitolo, vi e\ una sottovalutazione della cultura orale nel mondo
romano: 'we do not know if the Romans ever had an oral epic' (p. 151).
Sarebbe stato utile leggere i lavori di T. P. Wiseman[[8]] per avere un
quadro della vitalita\ della tradizione orale nella Roma pre-quarto
secolo. Anche l'idea che nella cultura funeraria romana 'the image
takes the role of the word' (p. 156) si presta ad essere discussa,
specie dal momento che l'iconografia romana del lutto attinge
largamente da modelli elaborati in Grecia.[[9]] Infine, sarebbe stato
forse utile coinvolgere nella discussione anche un autore epico
rilevante, ancorche/ ingombrante, come Virgilio.

Dal punto di vista editoriale, l'idea che si ricava dal libro e\ che
sia stato realizzato con una certa fretta. Il testo purtroppo e\ pieno
di refusi, specie nella prima meta\. L'indice finale e\ decisamente
scarno e poco utile. Vanno segnalati anche alcuni rimandi bibliografici
che mancano nella bibliografia finale (M. Wilson 1957 a p. 29 nota 3;
Svenbro 1988 a p. 160). Infine, la stessa bibliografia contiene diverse
parole trascritte in maniera errata, soprattutto nei casi di titoli in
italiano (ad es. i titoli di Pagliaro e Palmisciano), e non sempre
rispetta l'ordine alfabetico (Ford precede Foley).

Il punto di forza del volume e\ che ha al suo centro un'idea: un'idea
fresca, suggestiva, che apre interessanti prospettive di lavoro, e che
e\ sviluppata grazie anche ad una apertura intelligente verso altre
discipline come l'antropologia e la semantica, e con il ricorso accorto
alla comparazione con altre letterature. Il punto debole sta nel fatto
che quest'idea e\ argomentata non sempre in maniera chiara e
consequenziale. L'intera esposizione avrebbe forse potuto essere piu\
sintetica, piu\ essenziale; nel testo infatti si notano diverse
ripetizioni, e spesso gli argomenti sono riproposti piu\ volte. Questo
non giova alla leggibilita\ complessiva, e in alcune occasioni il
discorso diventa poco lineare. Si aggiunga che l'appendice dedicata al
mondo romano avrebbe potuto essere eliminata, senza che il valore del
libro ne venisse diminuito. Rimane comunque, a mio parere, un testo che
offre spunti e stimoli interessanti: coloro che si occupano di
letteratura greca nei suoi aspetti sociali e culturali troveranno
certamente nel libro di Bertoli/n Cebria/n diversi utili spunti di
riflessione.


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Notes:


1.   Sarebbe stato forse piu\ opportuno rifarsi al volume della Vizedom
(Rites and Relationships: Rites of Passage and Contemporary
Anthropology, Beverly Hills, CA, 1976). La tesi risulta oltretutto
citata di seconda mano da un M. Wilson 1957 che pero\ manca in
bibliografia (pag. 29 nota 3).

2.   Forse alla discussione sul concetto di eroe avrebbe giovato tenere
in considerazione i lavori che ruotano attorno al Centre International
d'e/tude de la Religion Grecque Antique, come quelli raccolti in V.
Pirenne-Delforge-E. Sua/rez de la Torre, He/ros et he/roi+nes dans les
mythes et les cultes grecs, Actes du Colloque Vallodolid 1999, Kernos
Suppl. 10, Lie\ge 2000 (recensito in BMCR 2002.12.07
(http://bmcr.brynmawr.edu/2002/2002-12-07.html) ).

3.   K. J. Hame, "Female control of funeral rites in Greek tragedy:
Klytaimestra, Medea, and Antigone", Classical Philology 103.1, 2008,
pp. 1-15.

4.   Questo aspetto era stato gia\ individuato da E/mile Durkheim (si
veda al proposito l'analisi di P. Metcalf-R. Huntington, Celebrations
of death, Cambridge 1991, pp. 48 sgg.) e ribadito in pagine illuminanti
dall'antropologo italiano Ernesto de Martino (Morte e pianto rituale.
Dal lamento funebre al pianto di Maria, Torino 1958).

5.   Si veda di recente l'analisi in M. L. Catoni, La comunicazione non
verbale nella Grecia antica, Torino 2008, pp. 166 sgg.

6.   L'analisi sarebbe stata piu\ equilibrata se si fosse tenuto conto
del fondamentale lavoro di G. Ahlberg, Prothesis and ekphora in Greek
Geometric Art, Goeteborg 1971. Tra i lavori che sarebbero stati utili,
ricordo anche: M. Pedrina, I gesti del dolore nella ceramica attica
(VI-V secolo), Venezia 2001; I. Huber, Die Ikonographie der Trauer in
der Griechischen Kunst, Mannheim-Mohnesee 2001; J. H. Oakley, Picturing
Death in Classical Athens, Cambridge 2004; E. Brigger-A. Giovannini,
"Prothe/sis: e/tude sur les rites fune/raires chez les Grecs et chez
les e/trusques", MEFRA 116, 2004, pp. 179-248.

7.   Cfr. F. Cordano, "Morte e pianto rituale nell'Atene del VI sec.
a.C.", Archeologia Classica 32, 1980, pp. 186-197; H. A. Shapiro, "The
Iconography of Mourning in Athenian Art", American Journal of
Archaeology 95, 1991, pp. 629-656.

8.   Diversi contributi interessanti sono ora raccolti in T.P. Wiseman,
Unwritten Rome, Exeter 2008. Sul tema dell'orazione funebre romana e\
importante il breve articolo di E. Gabba, "Dionigi d'Alicarnasso
sull'origine romana del discorso funebre", Studi Classici ed Orientali
46, 1998, pp. 25-27.

9.   Al riguardo rinvio al lavoro di M. Carroll, Spirits of the Dead:
Roman Funerary Commemoration in Western Europe, Oxford 2006.