BMCR 2009.05.48: Moreschini on Bonazzi, Platonic Stoicism - Stoic Platonism: The Dialogue between Platonism and Stoicism in Antiquity. Ancient and Medieval Philosophy. Series I; 39

Bryn Mawr Classical Review <[email protected]> Wed, 20 May 2009 09:01:31 -0400 (EDT)
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Mauro Bonazzi, Christoph Helmig (ed.), Platonic Stoicism - Stoic
Platonism: The Dialogue between Platonism and Stoicism in Antiquity.
Ancient and Medieval Philosophy. Series I; 39.  Leuven:  Leuven
University Press, 2007.  Pp. xv, 310.  ISBN 9789058676252.  EUR 69.50.

Reviewed by Claudio Moreschini, Dipartimento di Filologia Classica,
Universita\ di Pisa ([email protected])
Word count:  2808 words

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Questa raccolta di saggi vuole affrontare un tema di particolare
importanza nella storia della filosofia dell'eta\ imperiale, e
precisamente il rapporto, ora di attrazione, ora di conflitto, tra le
due 'scuole' piu\ importanti e piu\ conosciute. Non si tratta di
cogliere nel platonismo dell'eta\ imperiale, che e\ piu\ tardo, dei
prestiti dallo stoicismo, ma soprattutto di vedere lo sviluppo e
l'interazione che le due filosofie hanno reciprocamente esercitato. Il
volume non vuole avere una caratterizzazione complessiva, affrontando
tutti i problemi, ma ci presenta studi dedicati in gran parte a
questioni dell'etica platonico-stoica e, in minor numero, alla
metafisica delle due scuole di pensiero.

In questo secondo ambito di ricerche si colloca il saggio di G.
Reydams-Schils, "Calcidius on God" (pp. 243-258), l'ultimo del volume.
L'argomento rientra negli interessi per Calcidio, frequentemente
coltivati dalla studiosa in piu\ di un saggio. La ricostruzione della
teologia di Calcidio e\ sostanzialmente esatta: il filosofo si attiene
ad un blando dualismo, il che e\ in linea con la tendenza teologica del
medio platonismo. Ma l'osservare che in questo Calcidio si differenzia
da Macrobio, e\ cosa scontata e gia\ osservata da altri (anche da noi).
Inoltre non e\ presa in considerazione la componente cristiana del
pensiero di Calcidio, nonostante che essa sia un elemento centrale
della sua filosofia, anche se non apertamente manifestato. E\ quindi
difficile spiegare altrimenti la presenza di Filone in Calcidio. Solo
se si affronta su una base storica il problema di Calcidio, medio
platonico e cristiano insieme, si puo\ chiarire la sua posizione. Lo
stoicismo, nella teologia di Calcidio, e\ molto relativo, e
probabilmente era presente gia\ nei testi del medioplatonismo greco, da
lui usati.

Passando, poi, ai problemi attinenti alla fisica e all'etica
incontriamo un notevole saggio di R. W. Sharples, "The Stoic Background
to the Middle Platonist Discussion of Fate" (pp. 169-188). Si tratta di
un problema centrale nei rapporti tra le due filosofie, e che aveva
avuto un precedente nella discussione sul fato che si legge
nell'omonima opera di Cicerone (nella quale, comunque, il platonismo e\
assente). Su questo tema molti si e\ scritto in passato, e anche
recentemente; i testi relativi sono ben noti: il de fato dello Pseudo
Plutarco, Alcinoo, Didaskaliko\s, Calcidio e Nemesio; accanto ad essi
si collocano altri riferimenti piu\ brevi. E\ difficile sintetizzare
una trattazione ampia e articolata, e dedicata ad un tema
particolarmente astratto; Sharples trova che la polemica antistoica dei
medioplatonici si basa su presupposti differenti da quelli che erano
stati creduti in passato, e precisamente contro "deviazioni stoiche da
originarie concezioni platoniche". Quindi la polemica antistoica si
riallaccia sostanzialmente ad una difesa della 'ortodossia' platonica e
lo studioso ritiene che anche il platonismo abbia influenzato le
posizioni stoiche nella discussione piu\ tarda sul fato.

R. Chiaradonna, "Platonismo e teoria della conoscenza stoica tra II e
III sec. d. C.", pp. 209-241, invece, affronta un problema di
epistemologia, sottoponendo a esame il concetto di 'concezioni comuni'
(koinai ennoiai) nell'interpretazione data da filosofi del II e III
secolo (Alcinoo, Galeno, Porfirio e Plotino). Chiaradonna fornisce un
contributo particolarmente denso e ricco di osservazioni, in
particolare per la sezione riguardante Galeno. Il termine di
'concezioni comuni' in Alcinoo era gia\ stato sufficientemente chiarito
dalla critica del XX secolo (penso in primo luogo a Strache, Theiler,
Luck) per quanto riguarda la sua origine stoica (pp. 209-215; essa e\
ben definita all'inizio del saggio, p. 209); invece la sua presenza in
Galeno, esaminata nelle pp. 215-228, costituisce una parte molto acuta
e intelligentemente costruita di questo studio, il quale enuclea, nella
posizione di Galeno, un ampio retroterra aristotelico, ben
comprensibile nel II secolo, e che serve a caratterizzare la
'concezione comune' e la dottrina della conoscenza. Alla
interpretazione di Galeno si avvicina quella di Porfirio, in
particolare per quello che riguarda la distinzione tra definizione
concettuale e definizione essenziale, che si basa sulle Categorie di
Aristotele. Le conclusioni (pp. 239-241) sono ricche di osservazioni
metodologiche, sul modo di intendere la presenza di dottrine comuni a
questi filosofi. I Platonici non volevano affatto "costruire una
filosofia 'ibrida', nella quale il loro platonismo fosse contaminato da
elementi estranei". Fermo restando questo, Chiaradonna ribadisce (p.
214 n.) la validita\ di formule come 'platonismo aristotelizzante' o
'stoicizzante': forse non sono corrette per ricostruire le intenzioni
dei Platonici di eta\ imperiale (come avevamo sostenuto noi nel lontano
1964), ma caratterizzano assai bene il risultato a cui essi pervengono.

Un maggior numero di contributi e\ dedicato ai rapporti tra platonismo
e stoicismo nell'ambito dell'etica. Thomas Be/natoui+l ha scritto su
"Le de/bat entre platonisme et stoi+cisme sur la vie scolastique :
Chrysippe, la Nouvelle Acade/mie et Antiochus", pp. 1-21. Il lavoro e\
interessante e ben centrato: forse, pero\, sarebbe stato opportuno
cercare di precisare meglio che cosa si intende con 'vita scolastica' e
in che cosa la vita scolastica si differenzia dalla 'vita
contemplativa' o dall'idea piu\ generale della paideia e della cultura
in quanto tale. Bene individuata la polemica di Crisippo contro la
tradizione accademico-peripatetica e la ricostruzione dei suoi
argomenti. Interessante una osservazione di carattere storico (rare in
questo volume): "Cette position pourrait s'expliquer d'abord par les
origines sociales modestes des premiers scholarques stoi+ciens, qui
devaient les rendre me/fiants a\ l'e/gard des apologies aristocratiques
de la vie contemplative propose/es par Platon et Aristote. Socialement
et intellectuellement plus proches de cyniques, les premiers
stoi+ciens, etc." (p. 9). Alla scelta accademica e peripatetica si
oppone quella 'logica' degli Stoici, basata sul valore assoluto della
virtu\. Alla loro critica replicano la Nuova Accademia ed Antioco.

F. Alesse si occupa di offrire "Alcuni esempi della relazione tra
l'etica stoica e Platone" (pp. 23-39). L'argomento rientra in una
tematica ampiamente studiata dalla autrice. Alesse vuole "presentare
alcuni esempi delle relazioni che e\ possibile intravedere tra alcuni
testi platonici e l'etica stoica". A questo scopo la studiosa
innanzitutto osserva che, per quello che riguarda l'insegnamento di
Socrate, gli Stoici hanno preso in considerazione la tradizione
platonica piu\ che non quella di Senofonte e di Aristotele. Una prima
serie di passi del Protagora e del Lachete riguarda il problema che poi
gli Stoici hanno etichettato con la concezione della antakolouthia
delle virtu\; il Gorgia, l'Eutidemo ed il Menone ed anche il Lachete
sono invece alla base della rielaborazione stoica della articolazione
delle cose in beni, mali e indifferenti. Alesse considera poi la storia
della considerazione dei dialoghi platonici nel II-I sec. a.C. ed in
eta\ imperiale. Lo studio e\ svolto in modo attento e preciso e con una
scelta calzante di testimonianze.

Sophie Aubert ("La lecture stoi+cienne du laconisme a\ travers le
filtre de Platon", pp. 41-61) parte da un passo contestato del Fedro
platonico (260e), espunto del tutto o in parte dagli ultimi editori (ma
conservato da Burnet e Reale (1998), il quale riprende l'edizione di
Burnet), ove si dice che, "secondo l'affermazione dello Spartano, una
vera arte della parola, se non si ricollega alla verita\, non esiste e
non puo\ esistere". La studiosa inizia osservando (e a mio parare con
ragione, anche se debbo correggere il testo da me pubblicato presso Les
Belles Lettres nel 1985, ove avevo espunto la frase in questione, che
probabilmente e\ autentica di Platone), che tale frase si inquadra
nell'ammirazione per la civilta\ spartana, della quale abbiamo piu\ di
un esempio nell'opera platonica (pp. 41-45). Meno chiaro e\ il rapporto
di incontro / scontro tra Platone agli Stoici a questo proposito. Se
Platone apprezzava la brachiloghia, mentre gli Stoici parlavano di
syntomia, in fondo il passaggio dall'uno all'altro concetto non e\
difficile, anche se Platone applicava la brachiloghia alla dialettica,
in opposizione agli Stoici, indipendentemente dall'intervento di
Diogene di Babilonia sul problema, che la studiosa opportunamente
introduce. E\ certo, comunque, che "il laconismo e\ stato uno strumento
di questa trasformazione" (p. 61). Numerosi testi sono esaminati da
Aubert con attenzione e con intelligenza.

M. Bonazzi ("Eudorus' Psychology and Stoic Ethics", pp. 109-132)
presenta una interpretazione della dottrina dell'anima secondo Eudoro,
sulla base della citazione che ne ha fatto Stobeo, Ecl. II 42,5-6 e
45,7-10. Bonazzi vede in Eudoro un rappresentante del platonismo
(definito anche 'filosofia accademica') della prima eta\ imperiale,
perche/ Eudoro professa una dottrina dualistica dell'anima, in
opposizione al monismo degli Stoici. L'atteggiamento aperto al
platonismo di Panezio e di Posidonio, non deve essere inteso come una
volta, quale una rinuncia alla dottrina tradizionale degli Stoici.
Eudoro, quindi, aveva ancora motivo di ribadire la concezione platonica
dell'anima, in quanto Panezio e Posidonio non avevano mostrato nessun
cedimento sostanziale al platonismo. La psicologia di Eudoro, del
resto, trova un sostegno in alcune testimonianze di Cicerone, che
richiamano Antioco di Ascalona. Eudoro, quindi, e\ all'origine di una
rinascita del platonismo, che trova conferme nelle opere di Plutarco
(per la psicologia nel de virtute morali); l'impiego di una
terminologia stoica da parte di Eudoro non significa un suo
avvicinamento allo stoicismo, ma la ripresa delle dottrine
platonico-aristoteliche con una terminologia piu\ aggiornata. Non si
tratta, quindi, di accomodamenti tra le due scuole filosofiche, ma,
come ha sostenuto Pierluigi Donini, di una costante interferenza e
volontaria contaminazione tra di esse. Il ragionamento e\ ben condotto
e la dimostrazione convincente; interessanti le osservazioni che Eudoro
e\ non solo filosofo indipendente, ma anche storico della filosofia; va
osservato, tuttavia, che Bonazzi ricava forse troppo da una semplice
notizia di Stobeo e che questo atteggiamento, di un interesse per la
'storia della filosofia', era tipico dell'epoca: iniziato probabilmente
da Filone di Larissa, era coltivato anche da Antioco di Ascalona e da
Cicerone a sostegno delle proprie convinzioni filosofiche. Inoltre il
considerare la testimonianza di Eudoro nel solco della tradizione
platonica era gia\ stato individuato dalla critica dei primi anni del
XX secolo (ad esempio, H. Strache e Theiler), e che gia\ intorno al
1960 gli studiosi del medioplatonismo si erano accorti che Alcinoo
considerava di origine platonica certe dottrine stoiche.
L'interpretazione del de virtute morali di Plutarco avrebbe potuto
giovarsi del commento di Francesco Becchi.

A Seneca sono dedicate due relazioni: una e\ quella di Teun Tieleman,
"Onomastic Reference in Seneca. The case of Plato and the Platonists",
pp. 133-148, l'altra quella di Brad Inwood, "Seneca, Plato and
Platonism: The case of Letter 65", pp. 149-167. Entrambi gli studiosi
intendono innovare il metodo dell'approccio a Seneca. Tieleman pensa
che si debba partire da una ricerca sui nomi dei filosofi citati da
Seneca e sul numero delle volte che essi sono citati (pp. 135-138).
Questa ricerca e\ un po' meccanica, ma produce un elemento
interessante: il filosofo non ha percepito la opposizione di Posidonio
a Crisippo, quale evidenziera\ nel secolo successivo Galeno nel De
placitis Hippocratis et Platonis. Tieleman si sofferma poi, come vuole
l'argomento del volume, sulle citazioni e sulle allusioni, con
riferimento a Platone e agli Accademici (Seneca distingue, a differenza
di altri, tra le due definizioni e le due 'scuole'). Platone e\
ricordato per aver detto qualcosa di notevole (p. 147), ma quello che
e\ essenziale e\ l'accordo tra il nome ed un particolare fatto o una
particolare affermazione. "This understanding anticipates the
present-day concept of onomastic reference as involving a deeply felt
relation between audience and what the person referred to represents".
In sostanza -- e questo e\ il risultato metodicamente piu\ rilevante --
Seneca, conformemente alla mentalita\ romana, connette dei fatti o dei
detti memorabili alla figura autorevole di Platone.

Piu\ interessante e innovativo il contributo di Brad Inwood. Partendo
proprio da una epistola che e\ stata oggetto di numerose ricerche per
la storia del platonismo nella prima eta\ imperiale, vale a dire la n.
65, Inwood intende esaminarla non secondo il vecchio metodo della
Quellenforschung e nemmeno cercando un testo preciso dal quale Seneca
avrebbe attinto, ma rivolge la sua attenzione all'ambiente culturale
nel quale Seneca viveva e agli interessi che lo animavano. Ne consegue
che -- a parere di Inwood -- il contenuto platonico della lettera 65 e\
in realta\ una mescolanza di dottrine platoniche (comprendenti il
Fedone accanto al Timeo) e ciceroniane, vale a dire la discussione
sulla 'idea' contenuta nell'Orator. Inwood sostiene (p. 149) che non si
possono  considerare le lettere di Seneca esclusivamente come una fonte
per trovare qualcos'altro. Esse hanno il medesimo valore 'evidentiary',
di evidenza, che hanno gli altri testi filosofici. La lettera, quindi,
e\ stata scritta sulla base di una serie di discussioni tra Seneca ed i
suoi amici, non e\ solamente un testo scritto. Inwood ritiene che,
nella societa\ neroniana, la cultura orale continui ad avere il suo
ruolo accanto a quella scritta. Si tratta, dunque, di una tesi nuova,
che induce a leggere diversamente la lettera senecana.

Ad un altro stoico dell'eta\ imperiale, e precisamente Marco Aurelio e\
dedicato il saggio di Ch. Gill, "Marcus Aurelius' Meditations: how
Stoic and how Platonic?" (pp. 189-207). Alcune concezioni di Marco
Aurelio, infatti, erano state in passato interpretate come, se non
manifestamente platoniche, almeno a mezza strada tra lo stoicismo di
base dell'imperatore e un'apertura verso il platonismo (soprattutto
nell'ambito della psicologia). Gill vuole dimostrare, invece, che i
passi che sembrano esprimere concezioni platoniche in realta\
"esprimono idee stoiche, anche se formulate in un modo piuttosto
insolito". Si tratta, quindi, di una varieta\ di espressioni, non di
concezioni, e Gill dimostra la sua tesi conducendo un esame attento di
alcuni passi controversi delle Meditazioni di Marco Aurelio. Gill
accetta, ma in modo molto generico, la tesi di Pierre Hadot, che
l'opera dell'imperatore costituisca un programma di etica pratica
rivolto a se stesso (da qui le deviazioni apparenti, che Gill intende
invece solo come deviazioni dal modo usuale di esprimersi degli Stoici)
(p. 190). Gill sostiene che il suo scopo e\ quello di 'refine or
nuance' la tesi di Hadot, piuttosto che contraddirla (p. 207), anche se
a me sembra che la sua interpretazione si differenzi da quella dello
studioso francese piu\ di quanto Gill non voglia ammettere.

Di alcuni contributi sono meno convinto. Il primo e\ quello di Valery
Laurand, "L'e/ro^s pe/dagogique chez Platon et les Stoi+ciens", pp.
63-86. Nonostante una lunga discussione, non sempre perspicua, non e\
facile capire in che cosa consista, secondo l'autore, l'eros -- ed
ancor meno l'eros pedagogico -- di cui parlano Platone e gli Stoici.
Anche la presentazione riassuntiva di questo saggio, ad opera degli
Editori (p. XI), fa pensare che anch'essi non abbiano ben capito le
intenzioni dell'autore. Laurand riprende l'osservazione di B. Inwood,
che gli Stoici si sarebbero serviti, per definire l'amore, soprattutto
del discorso di Pausania nel Simposio platonico. Le testimonianze
addotte non sempre chiariscono i dati del problema, e la conclusione
rimane nel vago. L'autore parte da un passo di Epitteto di
interpretazione particolarmente controversa, ma e\ difficile vedere la
sua attinenza con il problema discusso. Avrei da fare anche delle
riserve a proposito del modo di esaminare l'aspetto linguistico e
filologico di alcune testimonianze.

Non convincente, a mio parere, e\ il saggio di John Stevens, "Platonism
and Stoicism in Vergil's Aeneid", pp. 87-107. Si tratta di un argomento
a meta\ tra la tematica etica e quella fisica. In ogni caso e\ gia\
stato affrontato da grandi studiosi tedeschi della fine del secolo XIX
- inizi del XX (Heinze e Norden), e poi da numerosi altri della prima
meta\ del XX secolo (Poetschl), purtroppo non presi in considerazione
da Stevens, come nemmeno la ricchissima bibliografia al riguardo. La
tesi generale secondo cui "la struttura dell'Eneide riflette la
divisione platonica dell'anima, mentre il suo scopo riflette le teorie
platoniche dell'amore ed il progresso epistemologico nelle due versioni
della dottrina delle forme" (p. 87) appare incomprensibile e non e\
dimostrata da Stevens. Comunque il problema non puo\ essere discusso
nei modi che qui troviamo, spesso frutto di letture sforzate:
accostamenti arbitrari tra Virgilio e Platone (come se Virgilio fosse
stato un attento discepolo della scuola platonica); non capisco che
c'entri Boezio a p. 88 a proposito dell'epos di Virgilio; ricorso ad
assurde etimologie, allo scopo di piegare il testo ad una opinione
preconcetta; interpretazione filosofica dei termini piu\ normali della
lingua latina: recens a vulnere (VI 450) e\ "a nod to the Stoic
textbook definition of pathos as doxa prosphatos"; parallelo tra la
dottrina delle forme nel Simposio e la divinizzazione di Enea.

Considerato nel complesso, il volume costituisce un buon contributo
all'esame dei vari problemi affrontati. La maggior parte degli studi
che lo costituiscono sono bene informati, soprattutto per quanto
riguarda la bibliografia recente; si sarebbe desiderato una maggiore
attenzione verso la ricerca piu\ antica, anteriore al 1990. Essa, anche
se per certi versi appare superata (ma questo avviene in ogni campo),
conta pur sempre nomi di grande prestigio, come quelli di Diels,
Theiler, Waszink, Hadot, Dillon. Sarebbe stato utile anche dedicare una
maggiore attenzione alle tematiche non strettamente filosofiche di
scrittori, come Cicerone, Seneca, Virgilio, Plutarco, che fanno da
contorno alla filosofia dell'ultima eta\ ellenistica e della prima eta\
imperiale. Anche la filosofia cristiana contemporanea al medio
platonismo e allo stoicismo della prima eta\ imperiale (Clemente
Alessandrino e Origene, soprattutto; ma anche Giustino e Atenagora)
avrebbe potuto essere consultata con profitto.