[dir] Il nuovo schiaffo dell'Italia alle vittime del naufragio

gabri.cris-nc/[email protected] Wed, 13 Apr 2005 12:41:43 +0200
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Il nuovo schiaffo dell'Italia
alle vittime del naufragio


Zabihullah Bacha se n'è andato il 31 marzo con un volo Fiumicino-Karachi.
Il giorno dopo era nuovamente nella sua casa di Tordher, nel nord del Pakistan,
con in cuore la certezza che suo figlio Syed Habib non avrà mai giustizia.

Syed Habib è una delle 283 vittime del naufragio del Natale 1996, il cosiddetto
"naufragio fantasma" per il quale proprio oggi, davanti alla corte d'assise
di Siracusa, è fissata l'ennesima udienza di un processo che si trascina
stancamente da mesi.

Ma la delusione di Zabihullah, che nella sua regione è un'importante autorità
religiosa, non deriva dal processo, né dal fatto che nella lista degli imputati
ci sia solo un nome (o al massimo due, secondo come andrà a finire una complicata
disputa tecnico-giuridica ancora in corso), né dalla constatazione che tutti
gli altri responsabili della tragedia - un'ottantina di persone, buona parte
delle quali individuate - l'abbiano fatta franca.

Tutto sommato a quest'ingiustizia s'era rassegnato. Ormai da anni, da quando
i genitori delle altre vittime gli hanno conferito il mandato di rappresentarli
in tutte le sedi internazionali, Zabihullah ha a che fare con i tribunali
italiani, greci e maltesi. E ha imparato che, a dispetto di quel che c'è
scritto nelle loro costituzioni, i paesi occidentali danno un peso diverso
alla vita e alla dignità umana. E' un uomo di mondo.

La delusione del padre di Syed Habib è fatta di sorpresa, di sconcerto,
di amarezza. In effetti, quel che gli è capitato lascia sbalorditi.

Quando, alla fine dello scorso dicembre, arrivò a Fiumicino, in molti lo
notarono. Piccolo di statura, turbante, tunica e barba bianchi, attraversò
i corridoi dell'aeroporto sorridente e cordiale, si sedette al tavolino
di un bar e bevve un cappuccino solennemente: come se compisse un rituale
d'amicizia con l'Italia. Poche ore prima aveva ottenuto il visto e aveva
preso il primo aereo per Roma. Una bella fatica per un uomo di settant'anni
già molto provato dalla vita. Eppure quel giorno Zabihullah era soddisfatto.
Avrebbe potuto, finalmente, raccontare a un giudice la storia di Syed Habib
e dei suoi 282 compagni di sventura.

L'ha fatto a Siracusa nell'udienza del 19 gennaio. A volte la commozione
l'ha costretto a interrompersi ma, alla fine, è riuscito a dire tutto ciò
che gli premeva. In particolare che gli stessi trafficanti che nel 1996
organizzarono il viaggio della morte continuano a operare come prima, tranquilli
e indisturbati, arricchendosi sulla pelle di migliaia di migranti asiatici.

Le sue dichiarazioni sono state totalmente ignorate dai giornali e dalle
tv che pure avevano appena finito di recitare un corale mea culpa sull'indifferenza
assoluta, la sciatteria professionale e il cinismo coi quali, nel 1996,
trattarono la tragedia.

Ma nemmeno di questo Zabihullah si è stupito. Ormai ha una certa esperienza
di Occidente. La cosa più importante per lui era esserci in questo Occidente:
testimoniare, con la sua presenza, l'amore per Syed Habib i cui resti -
come quelli di tutte le altre vittime - continuano a giacere nel fondo del
Canale di Sicilia nonostante da quasi quattro anni si sappia esattamente
dove si trovano e nonostante un altro mea culpa, quello recitato della classe
politica dopo che, nel 2001, il relitto ancora circondato dai resti umani
dei migranti fu individuato a filmato nel Canale di Sicilia.

Tutto sembrava andare per il meglio. Il presidente della Corte d'assise
non aveva avuto alcuna difficoltà a rilasciargli una dichiarazione che attestava
il suo ruolo di testimone. Si trattava solo di andare in questura e avere
un permesso di soggiorno per motivi di giustizia valido fino alla conclusione
del processo. Il problema è nato a questo punto. La dichiarazione del magistrato
di Siracusa, a quanto pare, non bastava. Ci voleva qualcosa di più: un decreto.
Questo, almeno, è quanto ha capito Zabihullah prima di ritrovarsi in un
pantano burocratico, in una di quelle situazioni dove si fa fatica a individuare
la persona o l'ufficio cui rivolgersi.

Nemmeno questo l'ha colto di sorpresa. Conosce molto bene la burocrazia
italiana. E' stata, assieme ai mercanti di uomini, il killer di suo figlio.
Syed Habib, infatti, viveva in Italia fin dall'inizio degli anni Novanta
e nel gennaio del 1996 aveva presentato regolare domanda di permesso di
soggiorno. Il documento purtroppo non era ancora pronto quando, due mesi
dopo, la madre s'ammalò. Tornò in Pakistan senza alcun problema, perché
per partire non ci vogliono autorizzazioni. Per tornare invece sì: dovette
rivolgersi ai trafficanti ed ebbe la disgrazia di imbattersi proprio negli
organizzatori del viaggio della morte.

La memoria delle cause della tragedia della sua famiglia, in un certo senso
tranquillizzava Zabihullah. Pensava, come gli avevano assicurato, che quel
problema formale sarebbe stato risolto. Riteneva, a torto, che i meccanismi
burocratici trovino un limite nell'umana pietà.

Così c'è rimasto malissimo quando, qualche giorno dopo Pasqua, la polizia
l'ha fermato per un controllo, ha constatato che non aveva i documenti in
regola, che insomma era un clandestino, e l'ha portato in un commissariato.
Sarebbe anche finito in un centro di permanenza temporanea se, informata
della vicenda, Tana De Zulueta, uno dei pochissimi parlamentari italiani
che si sono occupati della tragedia del Natale del 1996, non avesse telefonato
alla polizia spiegando che quel vecchio non era un clandestino ma solo un
padre disperato che cercava giustizia.

Dunque Zabihullah è uscito dal commissariato, è tornato nella casa degli
amici pakistani dai quali era ospite, ha fatto la valigia, ha acquistato
il biglietto per Karachi e, in silenzio, se n'è andato via. 

(13 aprile 2005) 

Fonte: Repubblica