Ergastolo per i 10 imputati per la strage di S.Anna di Stazzema

"Chiodofisso :: Redazione" <[email protected]> Thu, 23 Jun 2005 11:11:26 +0200 (CEST)
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Cari amici,

l'armadio della vergogna che custodiva i segreti delle stragi naziste in Italia è stato aperto, e forse l'orrore che conteneva  non del tutto è stato svelato.
Se non lo avete ancora fatto, vi consiglio di andare a S.Anna di Stazzema, parlare con i sopravvissuti, visitatre il parco della memoria, salire fino all'ossario: aiuta a capire l'importanza di questa sentenza, che coinvolge moralmente nella condanna anche quanti, tra gli italiani, si macchiarono della complicità di questo eccidio (12 agosto 1944).
Per conoscere meglio la storia di questa strage nazista, allego più sotto qualche pagina che tengo tra i miei documenti. Conto di ritornare presto a S.Anna; se interessa anche a voi ci potremo organizzare.

Lucia - [email protected]
 

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CONDANNATI ALL'ERGASTOLO I DIECI IMPUTATI PER LA STRAGE DI S.ANNA DI STAZZEMA
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Si e' conclusa questa sera, con la condanna all'ergastolo per 10 ex militari tedeschi delle SS, la tragica vicenda della strage perpetrata dai nazisti a Sant'Anna di Stazzema, in provincia di Lucca, costata la vista a 560 civili inermi il 12 agosto del 1944. 
Il tribunale militare di La Spezia, infatti, dopo sette ore di camera di consiglio, ha accolto le richieste del pm Marco De Paolis. Commozione per i sopravvissuti all'eccidio che erano presenti in aula al momento della lettura della sentenza.
I dieci imputati tedeschi, ex SS della 16/a divisione Panzergrenadier, sono stati condannati anche al risarcimento dei danni alle parti civili ed al pagamento delle spese processuali. 
Si tratta del tenente Karl Gropler, 82 anni, del luogotenente Georg Rauch, 84, del sottotenente Gerard Sommer, 84, dei sergenti Alfred Schoneberg, 84, Ludwig Heinrich Sonntag, 81, Alfred Concina, 86, Horst Richter, 84, Werner Bruss, 85, Heinrich Schendel, 83, e del caporale Ludwig Goering, 82 anni.
 
{Fonte: rainews 24}

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Dossier: L'eccidio di S'Anna di Stazzema
 
A Sant'Anna di Stazzema, nelle colline sopra Lucca, il 12 agosto 1944   arrivarono quattro compagnie di SS del secondo Battaglione, la quinta, la sesta, la settima e l'ottava. Si preannunciarono con il lancio di quattro razzi rossi. Gli uomini, pensando alla rituale retata, se la dettero a gambe per la valle. Su, in alto, rimasero in gran parte solo vecchi, donne e bambini. Evelina Berretti in Pieri era nella sua casa. Aspettava la levatrice. Furono loro, i militari, a far da levatrice. Li guidava il fu capitano Anton Galler, un ex fornaio. I suoi uomini aprirono il ventre di Evelina con le baionette e lanciarono il feto per aria, sparandogli alla testa. Testimone, tra gli altri, fu l'ex rabbino capo di Roma Elio Toaff, che l'ha raccontato nel suo libro "Perfidi giudei, fratelli maggiori". 

Il marito di Evelina fu trucidato con i suoi fratelli, qualche metro più in là. Quella mattina la furia omicida si scatenò anche contro una bambina di 20 giorni, Anna Pardini: morirà un mese dopo, troppo piccola per sopravvivere alle ferite. I nazisti radunarono vari gruppi di persone, trascinandole fuori di casa, per ucciderle: alla fine le vittime di questa strage furono 560, tra cui molti anziani, donne e bambini. I tedeschi buttarono le bombe e poi diedero fuoco alle case. Enio Mancini, che da una vita cura il Museo di Stazzema, ricorda: «Io allora avevo sette anni, mi portarono via insieme con mia madre, le due nonne e il mio fratellino. Mio padre no, era scappato all'alba. Ci misero al muro, piazzando davanti a noi la mitragliatrice. Subito dopo, il comandante di quella compagnia, non so chi fosse lui e quale fosse la sua compagnia, ci disse «Raus, raus, schnell schnell", via, via, svelti, svelti. Ci salvò la vita. Un gesto di umanità, in mezzo a tanta ferocia...». 

Tra quei massacratori c'erano anche degli italiani: lo dimostra una targhetta, che ora è nel museo, con la scritta "Stalag IB-NR 749 I". IB è la sigla del campo, che secondo ricerche fatte da Mancini è nei pressi di Stettino, in Polonia, NR 749 è la matricola del soldato, la I indica la nazionalità italiana: evidentemente un militare del nostro paese passato ai tedeschi. Una riprova? L'hanno fornita Alba e Ada Battistini, 17 e 15 anni all'epoca dei fatti: bloccate, mentre cercavano di fuggire, da un gruppo di cinque miliziani. Quattro parlavano perfettamente l'italiano, usando anzi tipiche espressioni dialettali della zona. Furono loro ad ammazzare i genitori delle ragazze, salve grazie all'intervento dell'unico vero tedesco: con un cenno fece capire ad Alba e Ada di allontanarsi mentre sventagliava in aria una raffica di mitra.

Entrò in azione anche un discreto numero di collaborazionisti, almeno una quindicina. Guidarono i nazisti per le impervie mulattiere che portavano a Sant'Anna, si caricarono sulle spalle cassette di munizioni. Una particolare citazione merita Aleramo Garibaldi, noto fascista locale. L'11 agosto, il giorno prima della strage, aveva cercato un rifugio per la moglie e le due figlie: un indizio macroscopico che l'eccidio era stato veramente programmato. Una testimone, Maria Luisa Ghilardini, riconobbe in lui l'uomo che, mitragliatrice alla mano, fece fuori 17 persone del suo gruppo, ferendo anche lei a un polmone, trapassato da un proiettile. Lo rivide qualche anno dopo al mercato di Pietrasanta: gli saltò al collo, lo graffiò, gli strappò i capelli e lo prese a morsi. Intervennero i vigili urbani e scoprirono che lui portava ancora con sé un lasciapassare tedesco. L'uomo si mise a piagnucolare dicendo che anche sua moglie Andreina Genovesi e le due figlie erano state uccise. Era vero, probabilmente il rifugio da lui cercato per i congiunti non era stato poi così sicuro. Quattro anni fa un nipote di Andreina Genovesi ha chiesto, e ottenuto, che il cognome da sposata di sua zia, "Garibaldi", inciso sulla lapide che sovrasta l'ossario di Stazzema, venisse cancellato: «Non posso lasciarle questa vergogna addosso».

            Parla il boia di Sant'Anna
            "Così uccidevamo gli italiani"
            Cinquant'anni dopo i giudici riaprono il caso
            Nel '56 il ministro Martino frenò le indagini

            di CHRISTIANE KOHL  


             SANT'ANNA DI STAZZENA - Quel forestiero gli era sembrato tedesco: 
            alto, capelli grigi, espressione chiusa. Avrà avuto, a giudizio di 
            Ennio Mancini, almeno 75 anni. Gli era venuto subito il sospetto che 
            potesse essere "uno di quelli". Oggi pensionato, Mancini è il 
            responsabile di un piccolo museo. Ma il forestiero non sembrava 
            molto interessato. Per quasi mezz'ora si era aggirato tra la 
            piazzetta e il sagrato, una carta topografica in mano; con piglio da 
            conoscitore aveva ispezionato i fori dei proiettili sul monumento ai 
            caduti. Volgeva spesso gli occhi in direzione delle casette di 
            pietra arroccate sul pendio. Frattanto, la donna che era con lui 
            esaminava i cimeli del museo. In una vetrina foderata di rosso, un 
            portafogli sdrucito con qualche vecchia banconota da un lira, foto 
            bruciacchiate, un cappello, varie fedi, braccialetti e rosari, un 
            paio di bretelle strappate il quadrante arrugginito di un orologio 
            fermo alle 6 e 52. I ricordi di un villaggio spento. 

            Il 12 agosto 1944 più di quattrocento persone furono trucidate qui, 
            a Sant'Anna di Stazzena, tra Lucca e Carrara. Molti morirono sotto 
            quei platani o sul sagrato. Più di due terzi delle vittime erano 
            donne e bambini. Ennio Mancini, uno dei pochi sopravvissuti, aveva 
            allora 7 anni. L'eccidio perpetrato su quei monti della Toscana non 
            è noto come altre analoghe sanguinose vicende. Per questo Mancini 
            trovava singolare che i coniugi tedeschi avessero avuto l'idea di 
            recarsi in quel villaggio sperduto sulle Alpi Apuane. Incuriosito, 
            chiese alla signora se per caso "suo marito fosse già stato da 
            queste parti". Gli vengono i brividi quando mi ripete la risposta, 
            pronunciata in un italiano stentato: "Sa, mio marito era nelle 
            Waffen-SS. Anche qui in Italia... Ma non ne parla mai".

            I due forestieri non scrissero nulla sul libro dei visitatori del 
            piccolo museo. Se lo avessero fatto, avrebbero forse dato una mano 
            al procuratore Giovanni Ballo del Tribunale militare di La Spezia, 
            che ha recentemente aperto un'altra inchiesta su quella strage. I 
            superstiti sono stati ascoltati dai carabinieri, nel tentativo di 
            raccogliere indizi sui militari tedeschi coinvolti in quell' 
            episodio. Il procuratore Ballo non parla ma conferma di aver 
            ottenuto anche l'aiuto della giustizia tedesca. Nella cittadina di 
            Pietrasanta, incontriamo sulla piazza del mercato Agostino 
            Bibolotti, 84 anni: statura bassa, ispide sopracciglia nere. 
            All'alba del 12 agosto i tedeschi lo avevano prelevato a forza per 
            fargli trasportare una pesantissima ricetrasmittente. Quel giorno 
            sentì gli spari e le urla, vide le case in fiamme e i cadaveri 
            carbonizzati. Lo deportarono in un campo di lavoro in Germania. 
            Quando, un anno dopo, tornò a Sant'Anna, la sua famiglia non c'era 
            più. Erano stati uccisi tutti, tranne un nipote che oggi ha 61 anni. 
            Si trovava allora in una stalla, paralizzato dal terrore. Sua madre 
            aveva lanciato uno zoccolo in testa a un soldato, ed era stata 
            immediatamente falciata da una scarica di mitra.

            Negli Anni '60 e '70, in seguito a una nota verbale italiana, fu 
            aperta in Germania un'inchiesta su alcuni episodi, ma i magistrati 
            incaricati si affrettarono quasi subito ad archiviare il tutto. Come 
            uno dei procuratori aveva annotato sugli atti, i testimoni erano 
            "meridionali, e come tali inclini all'esagerazione". Per i massacri 
            di Sant'Anna esistono però anche le testimonianze di alcuni tedeschi 
            mai interrogati. Uno dei soldati coinvolti in quel massacro vive in 
            una cittadina della Germania del sud. "A Sant'Anna è stato 
            terribile" dice. Sembra provare un vero sollievo per la nostra 
            visita. "Finalmente qualcuno chiede notizie di quella faccenda". 
            Dato che vuole rimanere anonimo, lo chiameremo Heinz Otte. Non è più 
            stato in Italia da allora. "Proverei troppi rimorsi", dice. "Non 
            dimenticherò mai gli occhi terrorizzati di due donne, che in mezzo a 
            quel mattatoio erano rimaste sedute sul bordo della strada. I 
            camerati urlavano: "Le dobbiamo fucilare". Io allora mi misi a 
            sedere accanto a loro e dissi: "Ma no, non vi fucilano"". 

            Otte era capoplotone nella 16a divisione dei granatieri corazzati 
            delle SS, denominata "Reichsführer SS", che dal maggio '44 conduceva 
            una disperata battaglia difensiva retrocedendo verso nord lungo la 
            Riviera ligure. "Il nostro era il commando dei forsennati di 
            Himmler". Alle spalle del fronte, le unità della 16a divisione 
            organizzavano frequenti spedizioni punitive contro i partigiani veri 
            o presunti. A 17 anni Otte, classe 1925, era passato dal 
            Reichswaffendienst (Servizio del lavoro) alle Waffen- SS: "Non 
            andavamo tanto per il sottile", ammette, anche se sostiene di non 
            aver ucciso nessuno in quella mattinata d'agosto. L'ordine di 
            scatenare l'azione punitiva era arrivato la sera precedente. La 
            pattuglia di Otte era non lontano da Pietrasanta. "La zona era piena 
            di partigiani, ci diedero l'ordine di sparare a vista". Il villaggio 
            aveva allora circa 300 abitanti, per lo più contadini poverissimi o 
            minatori occupati nelle miniere di ferro e di zolfo. Ma nell' estate 
            del '44, in quelle casette grigie, sparse sul pendio o raccolte 
            nelle piccole frazioni di Vaccareccia, Bambini o Le Case, erano 
            alloggiati anche circa 700 sfollati, per lo più donne e bambini 
            provenienti da Pisa, da Pietrasanta o da Lucca.

            La mattina del 12 agosto 1944 il cielo era di un azzurro splendente. 
            Alcune donne accendevano i forni per cuocere il pane. Si era alzato 
            presto anche Enrico Pieri, che allora era un bambino di 10 anni. La 
            sera prima suo padre aveva abbattuto una mucca; aspettava il 
            macellaio che avrebbe dovuto squartarla. I tedeschi attaccarono il 
            villaggio contemporaneamente da varie direzioni. Pieri ricorda che 
            alla frazione Franchi incominciarono a battere contro le porte 
            urlando: "Rrrausss!" (fuori!)- Cacciarono la gente dalle case. Una 
            donna che era rimasta sulla porta venne fucilata sul posto. Poco 
            dopo ricacciarono in cucina la famiglia Pieri e quella dei vicini, e 
            incominciarono a sparare. A un tratto il piccolo Enrico sentì 
            qualcuno sussurrargli all'orecchio. Era Grazia, la figlia dei 
            vicini, di quattro anni più grande. Riuscì a nascondersi sotto la 
            scala e ad attirare il piccolo accanto a sé. Alla fine uno dei 
            carnefici ispezionò ancora una volta la cucina. "Una delle mie zie 
            si muoveva ancora", ricorda Pieri. "Quello la finì con un colpo di 
            fucile". Poi gettarono paglia sui cadaveri e appiccarono il fuoco. I 
            bambini riuscirono a fuggire prima che tutto crollasse. Passarono la 
            giornata nascosti nell'orto. Quando il piccolo Enrico ritornò tra le 
            macerie di casa aveva perso la madre (che era al quarto mese di 
            gravidanza), il padre e le due sorelline. Oggi 65enne ripete: "Erano 
            venuti con l'intenzione di uccidere". Del resto, anche Otte 
            conferma: "C'era l'ordine di sterminare i partigiani". E aggiunge: 
            "In quelle zone di montagna, si riteneva che lo fossero praticamente 
            tutti. Ovviamente gli uomini, ma anche le donne. Quelle potevano 
            essere pericolosissime". 

            In varie occasioni, la Wehrmacht aveva dato l'ordine di uccidere 
            anche i civili. Ma in nessuno di questi ordini si era mai parlato 
            dei bambini. Sembra però che a Sant'Anna, in qualche caso, fosse 
            stata proprio la vista dei bambini a scatenare una sorta di raptus 
            sanguinario. "Quando li sentivano piangere, s' innervosivano, 
            diventavano furiosi", hanno detto alcune sopravvissuti. Quel 12 
            agosto '44 vennero trucidati più di 110 bambini. Il più piccolo 
            aveva 20 giorni. 

            All'inizio, Heinz Otte si era tenuto in disparte. Ma dopo la prima 
            sparatoria, fu anche lui coinvolto. "Ho spalancato la porta di uno 
            di quei cascinali", ricorda. "Era stipato fino all'impossibile! Ho 
            contato più di venti civili rintanati". Allora aveva chiamato i 
            camerati. "Disinfestate quella tana", aveva ordinato il capo. E 
            qualcuno aveva puntato il mitra. "Drrrrr". Otte imita il mitra e 
            dice, guardando la moglie: "Eh sì, Gerda, era questa la musica".

            Verso mezzogiorno a Sant'Anna di vivo non c'era praticamente più 
            nessuno. Otte ricorda che quando si allontanò con i suoi uomini, 
            sotto i platani c'era una montagna di cadaveri. "Erano accatastati 
            davanti a un grande crocefisso". Si era già allontanato quando 
            alcuni soldati finirono di scaricare i mitra in chiesa, su un 
            bell'organo antico dietro l' altare. Con una granata spezzarono 
            anche la fonte battesimale in marmo. Poi gettarono sui morti i 
            banchi della chiesa, cosparsero il mucchio di benzina e appiccarono 
            il fuoco. Il giorno successivo il parroco accorso da un villaggio 
            vicino contò, solo sulla piazza, 132 cadaveri carbonizzati. Nel 
            villaggio vennero poi trovate e identificate circa 400 vittime. I 
            superstiti ricordano che le SS scesero a valle cantando. Poco dopo 
            la fine della guerra, nel giugno '47, gli inglesi accusarono di 
            questa strage e di altri crimini di guerra il tenente generale delle 
            SS Max Simon, ex comandante della 16a divisione corazzata dei 
            granatieri. Al processo, a Padova, Simon asserì di non sapere nulla 
            e non fu possibile provare il contrario.

            Nel settembre del '44 i militari Usa trovarono a Sant'Anna i resti 
            di ossa e numerosi denti di bambini, e oltre alle testimonianze dei 
            superstiti raccolsero anche la deposizione di un disertore delle SS. 
            Le copie di quei documenti furono poi inviate in Italia, ma a Roma 
            finirono nel fondo di un magazzino e solo per puro caso quelle carte 
            ingiallite sono state riportate alla luce.

            Un funzionario dell'amministrazione giudiziaria romana le scoprì in 
            un armadio mentre cercava i documenti relativi al caso di Erich 
            Priebke, condannato nel 1998 per la strage delle Fosse Ardeatine. Le 
            carte ritrovate contenevano i dati particolareggiati di circa 700 
            casi. Come ha potuto accertare una commissione d'inchiesta, la 
            scomparsa di quei documenti non era casuale, ma rispondeva ad una 
            precisa scelta che risale agli Anni Cinquanta. Quando, in piena 
            Guerra fredda, la Germania entrò a far parte della Nato ed ebbe 
            inizio il riarmo, nell'Italia governata dalla Dc si temeva che il 
            tentativo di far luce su questioni così delicate avrebbe potuto 
            irritare l'alleato di Bonn. Il 10 ottobre 1956 l'allora ministro 
            degli Esteri Gaetano Martino aveva dichiarato che indagini del 
            genere sarebbero servite solo "a incoraggiare le critiche nei 
            confronti del comportamento dei militari tedeschi" e a rafforzare 
            nella Repubblica federale "la resistenza interna contro l'ingresso 
            del paese della Nato". Così, quei documenti rimasero in un angolo 
            per decenni. Ma da qualche tempo la procura militare di Roma ha 
            incominciato a trasmettere questa documentazione ai magistrati. Una 
            delle prove più rilevanti è un lasciapassare rilasciato in data 12 
            agosto 1944 da un ufficiale delle SS a uno degli uomini costretti a 
            trasportare munizioni a Sant'Anna. Accanto alla firma dell'ufficiale 
            si può leggere sul biglietto il numero di codice FP01011B, che 
            corrisponde senz' ombra di dubbio alla 5a compagnia, II battaglione, 
            35 reggimento della divisione delle SS. Al comando di quel 
            battaglione c'era l' austriaco Anton Galler, di professione fornaio, 
            che nel 1933 era entrato a far parte di un reggimento di polizia 
            delle SS, e aveva poi partecipato alla repressione di "bande 
            criminali" nonché all'"evacuazione di ebrei e di polacchi": tutte 
            attività delle quali si vanta nel suo curriculum. Dopo la guerra, 
            Galler, classe 1915, ha condotto una vita ritirata a Salisburgo, e 
            nessun procuratore lo ha mai importunato sull' eccidio di Sant' 
            Anna. Negli Anni '80 si è trasferito in Spagna, dove è morto nel 
            1993. 

            Ufficiale di collegamento era Ekkehard Albert, allora trentenne. 
            Dopo la guerra, dichiarò più volte che riteneva "quasi incredibile" 
            l'esecuzione di donne e bambini. E quando i camerati volevano 
            raccontare i fatti dell'epoca in un libro, sottolineò che era 
            sbagliato "dare agli italiani informazioni su tempi e luoghi".

            Chi altri deve pagare? Ennio Mancini se lo chiede da una vita. Ha 
            lavorato tenacemente per creare quel museo. Ora segue le indagini. 
            Avrebbe voluto parlarne anche a quello strano visitatore che si 
            aggirava sulla piazzetta. Prima di andarsene, la donna che lo 
            accompagnava tirò fuori dalla borsetta un foglio da 10.000 lire: 
            "Per comprare dei fiori da mettere accanto alla lapide, davanti alla 
            chiesa". Proprio lì si ergeva quella montagna di cadaveri. Lui aveva 
            respinto l'offerta: "Se volete posare qui un mazzo di fiori, fate 
            pure. Ma dovete farlo da voi".

            (29 ottobre 1999)