[app] Rassegna cinematografica 'Africa sotto le stelle'

"Chiodofisso :: Redazione" <[email protected]> Thu, 23 Jun 2005 11:52:38 +0200 (CEST)
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L'Istituzione Centro Nord-Sud in collaborazione con il Centro di
Documentazione sull'Africa propone la rassegna "Africa sotto le stelle" con
le  proiezioni gratuite in lingua originale con i sottotitoli in italiano di
La collera degli Dei di Idrissa Ouedraogo (Burkina Faso) il 24 giugno ore
21.30 al Giardino Scotto di  Pisa e  Faat Kinè di Semebeme Osmane (Senegal)
il 12 luglio al Parco della Pace di San Giuliano Terme. L'Africa non à solo
povertà, carestie e guerre. L'Africa è cultura e civiltà. Il Centro di
Documentazione sull'Africa di Pisa ci offre spunti e stimoli per riflettere.
Un modo per farlo nelle sere d'estate è attraverso i film di due grandi
registi africani.


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LA COLLERA DEGLI DEI

regia: Idrissa Ouedraogo
sceneggiatura: Idrissa Ouedraogo, Olivier Lorelle
fotografia: Abraham Haile Biru
montaggio: Nicolas Barachin
suono: Martin Sadoux
musica: Manu Dibango, compagnia del Larlé Naba
interpreti: Barou Oumar Ouédraogo, Rasmane Ouédraogo, Ina Cissé, Nouss Nabil
produzione: Nicolas Gans per Les Films de la Plaine (Burkina Faso/France) 
formato: 35mm, colore
origine: Burkina Faso, 2003
durata: 98’
distribuzione: Les Films de la Plaine

LA COLÈRE DES DIEUX 

L’Africa esisteva anche prima che gli occidentali ci arrivassero, ed è proprio in quest’Africa non ancora “scoperta”, a metà del XIX secolo, che Idrissa Ouédraogo ha ambientato il suo ultimo film, La Colère des dieux ( La collera degli dei). La storia è quella del regno Mossi, in Burkina Faso, qui Tanga succede al trono del re, suo padre, con la forza, senza rispettare la tradizione che vuole il re scelto dal consiglio degli anziani. Tanga rapisce Awa, una giovane promessa in sposa ad un altro uomo da cui avrà un erede al trono, Salam. Questa serie di soprusi causano la collera degli dei e l’indovino del reame predice sventura con la nascita dell’erede. Dopo anni di carestia, il re scopre che Salam non è suo figlio, ma del promesso sposo di Awa, e decide di ucciderlo. Il ragazzo riuscirà a scappare, a crescere e ad uccidere Tanga, diventando a suo volta re... Per poco, però, perché il ripetersi della storia, in modo circolare, viene interrotta da un avvenimento straordinario: l’arrivo dei bianchi, che portano il re Tanga a suicidarsi e distruggono il reame, cambiando completamente l’equilibrio delle cose. 
Idrissa Ouedraogo, uno dei cineasti più importanti dell’Africa subsahariana, ha fatto questa volta un film difficile, essenziale, senza orpelli, poco spettacolare. Tutto il film è girato nella savana, tutto in esterni, con dei colori e una luce diversissima da quella del cinema occidentale. Pochi movimenti di camera, una recitazione teatrale, volti in primo piano, poche parole…tutto essenziale e di una grande eleganza figurativa. La magia e i simboli disseminano tutta la storia, come l’aquila bianca, simbolo del potere e i riti compiuti ogni volta che un personaggio deve affrontare una scelta importante, ricordandoci che esiste una concezione del mondo altra dalla nostra, con un diverso senso del sacro. Anche il genere è inclassificabile, film storico, melodramma, western all’africana… Ouedraogo non ha avuto paura di sperimentare, di ricercare una forma diversa. Certo, per uno spettatore ingenuo e ormai “dopato” dal cinema occidentale questo film risulterà l’opera di un marziano… risulta strano, invece, che questa pellicola non sia stata selezionata al festival di Cannes del 2003, segno forse che il discorso sul potere, la critica verso l’occidente e la mancanza di rassicurante esotismo spaventa anche gli ambienti più sofisticati…. 

Silvia Lazzarini,  www. gedi.it, maggio 2004


La colère des dieux (La collera degli dei) ripropone lo sguardo intenso del regista attraverso la sua tradizionale narrativa favolistica per un appassionato ritratto politico, storico e intimista. Il potere, l’amore, l’usurpazione della libertà da parte dell’uomo bianco, la vendetta scorrono sullo schermo secondo gli stilemi del racconto orale africano. È l’aquila dal collo bianco che vola sempre più alta, irraggiungibile, quella che detiene il segreto del potere. Ed a mo’ di morale di una fiaba ce ne lascia due verità in cui è racchiuso: «Primo: non preoccuparti di ciò che pensano gli altri. Secondo: lascia che siano gli altri a preoccuparsi di ciò che pensi tu!» Ouedraogo, come sempre, ci avvolge per la fotografia incisiva, per i silenzi assordanti, per la circolarità del racconto cinematografico. Seguiamo i protagonisti, rigorosamente corali per la letteratura africana, stretti tra lo spirito comunitario di lotta contro i potenti (il re, i francesi) ed il lacerante dolore della perdita degli affetti. E sui titoli di coda ci ritroviamo a riflettere sull’insensatezza di vite sprecate all’insegna dei giochi di potere. Individuali e collettivi, Ma l’aquila dal collo bianco ci porta via con sé.

Ombretta Diaferia, www.vareseweb.it


La colère des dieux ci fa ritrovare, nella durata secca di un’ora e mezzo, tutto il cinema di Ouedraogo, che si rimette in cammino, vicino alla semplicità figurativa, essenziale, del suo primo lungometraggio La scelta, o della tragedia greca che è Tilai, o dell’immensità dei primi piani sui volti (che ridono piangono sudano) che ci riportano a Kini & Adams. Cinema, sempre, con l’essere umano. Film storico, ma totalmente diverso e lontano da qualsiasi opera appartenente a questo genere. La colère des dieux è un western e un melodramma, nel quale gli anni passano nella durata di una corsa nel deserto, ritmata dai piedi e dalla musica, e dal montaggio che assembla, nella quale un ragazzo diventa adulto e si ritrova, con la coetanea amata, quindici anni dopo. O il tempo passa nel non-stacco (talmente è intimo e ‘invisibile’) fra l’esecuzione (fuori campo) dei genitori e l’inquadratura delle due tombe, già abitate e ricoperte, scavate dal figlio. Un’ellisse capolavoro, che ci dà tutta l’epicità del western e ribadisce l’orizzontalità dello sguardo di Ouédraogo, segno di tutta la sua filmografia. Inoltre, La colère des dieux fa avanzare il cinema africano stesso. Il duello tra figliastro e re a colpi di magie è riposizionamento del capolavoro anni ottanta di Souleymane Cissé Yeelen. Ma tutto, sempre, dentro una luce che non ha bisogno di farsi agghindare, di un cinema che torna alla sua terra e la ama. Gesto perfettamente sequenziale al periodo più recente dell’opera del cineasta del Burkina Faso, che dopo Kini & Adams si è messo a realizzare una moltitudine di schegge, comiche o tragiche, per le strade di Ouagadougou e dintorni. (…) Ouédraogo, ancora una volta, sperimenta, mantenendo saldi i suoi segni distintivi e spiazza chi si aspetta da lui la copia del lavoro precedente. Per una filmografia in costante movimento e coerenza. 
Giuseppe Gariazzo, www.sentieriselvaggi.it


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FAAT-KINE' di Ousmane Sembene con Venus Seye, Mame Ndoumbé Diop, Senegal 120’


L'importanza del ruolo delle donne in Africa è sottolineata proprio da una storia tutta al femminile nell’ultimo film del padre del cinema africano, Ousmane Sembène. Faat-Kiné appare a prima vista come un'opera inconsueta nella filmografia del grande regista senegalese, più vicina al formato televisivo della sit-com, ed invece, man mano che la pellicola scorre, non si può fare a meno di entrare nel mondo duro e insieme vitale della protagonista, che riesce a costruirsi una vita indipendente e dignitosa tutta da sola, grazie anche alla solidarietà tra donne ed alla sua voglia di vita e di amore, alla consapevolezza della necessità per la donna africana di liberarsi dalla tutela maschile. Faat-Kiné è, insomma, un'altra delle piccole grandi eroine di Sembene e il dettaglio del suo piede che, agitando dolcemente le dita, sembra salutarci dallo schermo nell'inquadratura finale, appare la chiusura più appropriata e sicuramente indimenticabile di un film che esprime in ogni inquadratura la resistenza e la sensualità della protagonista. Ed è anche l'augurio che le donne (africane e non solo) si impadroniscano sempre più del mezzo cinematografico per esprimere la propria visione del mondo.
www.close-up.it

Faat Kiné del vecchio leone senegalese Sembène Ousmane, vicino agli 80 anni eppure ancora capace di mettersi dietro la macchina da presa per raccontare una nuova storia per immagini. Quella di Faat-Kiné, una donna che si potrebbe dire emancipata dopo aver passato diversi guai. La troviamo che gestisce una stazione di servizio, con una bella casa e un paio di figli ormai grandi che hanno conseguito la maturità. Ma i fantasmi del passato sono poco distanti. Veniamo a sapere che Faat non ha completato gli studi perché rimasta incinta del professore, poi è stata ripudiata dal padre, sedotta, ingravidata e alleggerita del denaro da un altro bellimbusto che poi si è dato. Ora gestisce la sua vita, ma le incrostazioni della tradizione di tanto in tanto vorrebbero ancora ingabbiarla. Il padre, che riappare, vista la agiatezza economica della figlia, si permette di volerla sposata, anche i due ex compagni vorrebbero avvantaggiarsi dal benessere di Faat. Lei, per fortuna, con un sorriso disarmante tira dritta per la sua strada. Una sorta di commedia sociale che punta tutto sulla protagonista mettendo a confronto vecchie e nuove generazioni. Nulla di clamorosamente nuovo ma il tocco è leggero e garbato.

Antonello Catacchio, Il Manifesto, 25 marzo 2001

Sullo sfondo di una Dakar fuori dagli stereotipi, moderna e vivace, Ousmane Sembène dirige la storia di Faat-Kinè , una donna forte e coraggiosa che sa affrontare le avversità della vita a viso aperto. 
Proprietaria di una pompa di benzina, nella quale lavora in modo indipendente, ha due figli, un ragazzo e una ragazza, che frequentano il liceo: la storia si svolge proprio nei giorni del “baccalaureat” (equivalente all’esame di Stato). Poiché essi riescono a conseguire questo titolo, Faat-Kinè organizza una festa nella sua casa, invitando tutti gli amici e i parenti. È molto orgogliosa dei propri figli e desidera che frequentino l’Università, come lei, invece, non ha potuto fare. 
Per mezzo della tecnica dei flash-back veniamo a conoscenza della sua storia: violentata da un suo professore, viene espulsa dalla scuola perché incinta e cacciata di casa dal padre per vergogna. Ha un altro uomo con cui convive e le dà un figlio, tuttavia la lascia dopo averla derubata di tutti i suoi risparmi. 
Kinè non si dà per vinta e lavora duro per poter impartire un’educazione adeguata ai figli. 
Dunque ora, sembra essere una donna felice: emancipata, indipendente, con un lavoro fisso che le permette una vita dignitosa, con dei figli studiosi e intelligenti, ma è comunque una donna sola, che necessita di un marito. Se per sua madre il matrimonio della figlia appare come una necessità, in quanto ancora legata ad un ambito tradizionale dove le donne sole sono mal viste, per i due figli diventa la garanzia della perenne felicità della madre. 
Numerosi sono i pretendenti della donna: ricompaiono dal passato come figure evanescenti l’insegnante che l’aveva stuprata e il padre del ragazzo, ora caduto nella più turpe miseria. 

Naturalmente Faat-Kinè li respinge, anche in malo modo, ma per fortuna il sogno dei ragazzi riesce a realizzarsi: il loro zio Jean, una persona dolce e cortese, è innamorato della loro madre e, anche se lei non lo vuole ammettere, sembra che sia corrisposto. 
Ecco, quindi, che durante la festa si presentano i padri dei suoi figli senza essere invitati, pretendendo di essere i “ padroni ” del loro futuro. Assistiamo dunque ad una manifestazione di indipendenza da parte dei ragazzi, che, abituati ad un clima di indipendenza in casa, reagiscono con violenza in difesa dei loro diritti e della loro madre, libera di scegliere l’uomo che più desidera. Naturalmente il seguito è a lieto fine e Faat-Kinè compierà la scelta giusta e sarà finalmente felice e non più sola. 

In conclusione possiamo dire che il film, divertente, allegro, molto bello ed interessante, è tutto al femminile, positivo, e gli uomini risultano perdenti sul piano morale.

Lidia Oldrino 17/07/02

Ousmane Sembène  : primo autore di cinema di finzione in Africa 

di Cinzia Quadrati 

Sembène nasce nel 1923 a Ziguinchor, nella regione della Casamance , in Senegal,  da una famiglia modesta di pescatori. Non  conclude gli studi e, dopo essere stato arruolato tra i fucilieri  senegalesi nell’esercito coloniale durante la seconda guerra mondiale, compie  svariati lavori: muratore, meccanico, scaricatore al porto di Marsiglia. Qui, si  iscrive al partito comunista francese e diventa sindacalista. 

Negli anni cinquanta si dedica alla letteratura, scrive  il primo romanzo  nel  1956: Le Docker noir (Lo  scaricatore nero, Parigi, Èd. Debresse), romanzo autobiografico che racconta  l’esperienza dei lavoratori africani all’estero. 

A questo  seguono O pays, mon beau peuple (O paese, mio bel popolo , Parigi, Èd. Amiot Dumont) del 1957, su un  emigrato che ritorna in patria e cerca di formare i contadini alle nuove  tecniche occidentali;  

Les bouts de bois de Dieu (Le punte di  legno di Dio , Parigi, Èd. du Livre Contemporain) del 1960, sullo  sciopero che ha interessato i lavori della ferrovia Dakar-Niger tra il ‘47 e il  ‘48, che gli dà la notorietà; 

Voltaïque (Voltaico , Parigi, Èd.  Présence africaine) del 1961, raccolta di racconti, 

L’Harmattan (Parigi, Èd. Présence  africaine) del 1963, storia di un medico senegalese che cerca di coniugare  medicina moderna e tradizionale africana; 

Véhi-Ciosane  (Parigi, Èd. Présence  africaine) del 1964, altra raccolta di racconti; 

Le Mandat (Il Vaglia , Parigi, Èd.  Présence africaine) sempre del 1964, racconta di un uomo che riceve un vaglia,  ma non può ritirarlo per la mancanza di documenti di identità; 

Xala (L’impotenza temporanea ,  Parigi, Èd. Présence africaine) del 1973 è la storia dell’impotenza temporanea  di un rappresentante della nascente borghesia senegalese; 

Le dernier de l’empire (L’ultimo  dell’impero , Parigi, Èd. L’Harmattan) del 1981, su un immaginario colpo di  Stato organizzato dal presidente senegalese. 

 

Tra il 1962 e il 1963 si rivolge al cinema, sua passione fin dall’infanzia  quando creava scompiglio davanti all’ingresso delle sale per poter entrare  gratis, ma che esplode dopo la visione di Olympia di Leni Riefensthal.  Frequenta la scuola di cinema di Mosca, presso gli studi Gorky, sotto l’ala di  Marc Donskoï e, poi, si dà alla regia. 

Il primo film è del 1962: Borom Sarret (Il  Carrettiere , 20’, b/n, 35 mm), primo film di un regista africano girato in  Africa,  premiato con il “Premio Opera Prima” al Festival di Tours, a metà  strada tra Neorealismo e Nouvelle Vague , narra la triste giornata di un  carrettiere, al lavoro per le vie di Dakar. 

Nel 1963 gira anche un documentario prodotto dal governo del Mali, mai  commercializzato: L’Empire de Songhai (L’impero Songhai ). 

Nel 1964 realizza un‘altra pellicola mai commercializzata, premiata al Festival  di Tours e di Locarno nel 1965: Niaye (35’, b/n, 35 mm), storia di un capo villaggio che mette incinta la figlia. La  moglie, per espiare la colpa del marito, si uccide, mentre il figlio si arruola  nell’esercito francese ed impazzisce. Lo zio ne approfitta e lo induce ad  uccidere il padre, per prenderne il posto. Un film di ambientazione  esclusivamente rurale: l’unico riferimento all’Occidente è costituito dalla  visita dell’ufficiale francese per riscuotere le imposte. L’obiettivo della  denuncia di Sembène è il potere, tanto quello francese che interferisce e  scavalca quello del capo villaggio, tanto quello di questa comunità, con le sue  contraddizioni: condanna, difatti, il parricidio, ma non l’incesto. 

Il 1966 è l’anno del primo lungometraggio di Sembène e della cinematografia  africana con La Noire de... (La Nera  di.., 70’, b/n, 35 mm), che ha vinto il “Premio Jean Vigo”, l’ “Antilope  d’Argento” al Festival delle Arti Negre di Dakar e il “Tanit d’Oro” alle  Giornate Cinematografiche di Cartagine. Cruda ed essenziale storia di una  giovane donna senegalese che segue i suoi padroni in Francia, dove si toglierà  la vita per la desolazione. 

Due anni dopo, nel 1964, dirige Mandabi (Il Vaglia , 90’, v. francese, 105’, v. wolof , col, 35 mm),  vincitore di una “Menzione” e del “Premio Internazionale della Critica” alla  Biennale di Venezia e del “Premio dei Cineasti Sovietici” al  Festival di  Tachkent, sulle peripezie di un uomo che riceve un vaglia dal nipote, ma non può  ritirarlo, perché privo di carta d’identità. 

Del 1969 sono due documentari: Traumatisme de la  femme face a la polygamie (Trauma della donna di fronte  alla poligamia ) e Les derivès du chômage (Gli sbandati della disoccupazione ). 

Nel 1970 ne gira un altro su commissione del Consiglio Ecumenico delle Chiese  statunitensi interessate ad un bilancio delle condizioni dei giovani senegalesi  a 10 anni dall’indipendenza: Taw (Il  figlio maggiore , 24’, col, 16 mm). Si seguono le vicende di un ragazzo alla  ricerca di un lavoro, non più credente e attratto dalla cultura francese.  Offrono lavoro al porto, ma egli non possiede i soldi per avervi accesso, così  la madre gli dà da vendere un paio di pantaloni del padre (simbolo della  spoliazione a cui è stata soggetta ed è ancora sottoposta l’Africa). Il giovane  non si deciderà a compiere questo atto sacrilego per un africano e fuggirà con  la fidanzata, rimasta in cinta. Sembène fa un excursus sullo smarrimento della  gioventù senegalese allo sbaraglio e ha dichiarato che, non soddisfatto, forse,  un giorno ne farà un lungometraggio. 

Nel 1971 realizza Emitai (Dio del  tuono , 95’, col, 35 mm), che ha ottenuto la “Medaglia d’Argento” al Festival  del Cinema di Mosca. È un film storico, per scrivere il quale Sembène ha tratto  spunto da una leggenda di un’eroina senegalese, An Sitoë, che si era opposta,  durante la seconda guerra mondiale, alla requisizione di riso da parte delle  truppe francesi. La pellicola narra della resistenza a questo sopruso  dell’esercito della Francia, che pretendeva la consegna delle scorte di riso, di  un villaggio joola , un popolo della regione della Casamance presso cui   il regista ha veramente effettuato le riprese. Mentre gli uomini interrogano gli  dei sul da farsi, le donne si danno, stoicamente, a una resistenza passiva.  Ancora attenzione all’universo femminile di cui viene messa in luce la forza,  celata sotto l’apparente docilità. 

Dopo due documentari di carattere sportivo del 1972: L’Afrique aux Olympiades (L’Africa alle  Olimpiadi ) e Basket africain aux J. O. du  Münich R.F.A. (Basket africano ai giochi olimpici di Monaco R.F.A ),nel 1975 trae un film dal suo romanzo: Xala (L’impotenza sessuale temporanea , 90’, col, 35 mm). È la storia di un  uomo arricchitosi vendendo i terreni un tempo di dominio pubblico, che si sposa  per la terza volta con una giovane donna, ma è colpito dalla xala , una  forma d’impotenza temporanea (concetto esteso simbolicamente all’intera nuova  classe borghese). Guarirà solamente dopo un rito espiatorio: verrà coperto di  sputi da quella povera gente di cui s’è preso gioco. Compaiono qui le tematiche  più care all’autore: l’accusa alla borghesia senegalese di aver calcato le orme  di quella francese, la poligamia con le sue implicazioni e la questione della  lingua wolof, a cui viene preferito il francese. Per questo l’opera ha  subito alcuni tagli da parte della censura del Paese. 

Nel 1977 porta a termine Ceddo (Il  popolo , 120’, col, 35 mm), film ambientato nel diciassettesimo secolo che  narra l’islamizzazione forzata di una comunità già divisa tra la religione  animista e quella cattolica. A tutto questo si oppongono i ceddo , gli  uomini del rifiuto, che lottano contro questa imposizione. Una forte accusa  contro l’assolutismo religioso ad opera di un regista che si dichiara  materialista e ateo. Il film è stato proibito in Senegal con la scusa di non  conformità del titolo all’ortografia ufficiale, in verità, perché una sferzata  contro la potente classe dei marabut .

Nel 1988, insieme a Thierno Faty Sow, realizza Camp de Thiaroye (Campo Thiaroye ,  150’, col, 35 mm), presentato alla Mostra del Cinema di Venezia, vincitore del  “Gran Premio Speciale della Giuria”, del “Premio Unicef”, del “Premio Rivista  Cinema Nuovo” e del “Premio Speciale Ciack d’Oro”. Tratta del periodo trascorso  dai ”tiralleurs senegalaises” (così erano chiamati i fucilieri dell’esercito  coloniale, anche se tra loro c’erano uomini provenienti da gran parte  dell’Africa) nel campo di smistamento prima del ritorno a casa, durante il quale  non verrà riconosciuto loro il giusto salario. Alla loro rivolta pacifica i  francesi risponderanno con il fuoco, compiendo una strage. Episodio deplorevole  della storia francese su cui Sembène pone l’attenzione per fare un’ “opera della  memoria e dell’identità”. Apprezzabile, caso più unico che raro, la produzione,  nata dalla cooperazione di Algeria, Tunisia e Senegal. 

Guelwaar (115’, col, 35 mm) è del 1992: è stato anch’esso in concorso al Festival  di Venezia, in cui ha conquistato la “Medaglia d’Oro della presidenza del  Senato”. È la ricostruzione della morte di un leader cattolico, promotore del  rifiuto degli aiuti internazionali che rendono l’Africa schiava e, per questo,  ucciso e dell’equivoco sorto con la comunità musulmana per la sua sepoltura.  Infatti, all’obitorio, è avvenuto uno scambio di salma con quella di un’alta  personalità musulmana, che porterà allo scontro tra le due parti. Un film che  vuole restituire al continente africano, umiliato dall’assistenzialismo, la  dignità e la forza di risollevare da solo le sue sorti. 

Il suo ultimo film, Faat-Kiné (120',  col, 35mm) è del 1999, narra la storia di una donna abbandonata dal marito,  rimasta sola con due figli, ai quali riuscirà, con coraggio e fatica, a far  terminare gli studi. In questo film si scontrano e si incontrano diverse  tipologie della società africana: la nonna, la nipote e la personalità moderna  di Faat-Kiné.