BMCR 2009.02.39, Joan Booth, Cicero on the Attack. Invective

Bryn Mawr Reviews <[email protected]> Sun, 22 Feb 2009 10:11:56 -0500 (EST)
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Joan Booth (ed.), Cicero on the Attack. Invective and Subversion in the
Orations and Beyond.  Swansea:  The Classical Press of Wales, 2007.
Pp. xiv, 215.  ISBN 978-1-905125-19-7.  $69.50.

Reviewed by Rita Degl'Innocenti Pierini, Universita\ di Firenze
([email protected])
Word count:  2520 words
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Come leggiamo nella pagina di Prefazione dell'editor Joan Booth, il
volume pubblica i risultati di un colloquio di 2 giorni dedicato a 'The
Language of Ciceronian invective', svoltosi all'Universita\ of Wales
Swansea nel maggio 2001: non e\ dato sapere fino a quando sia stata
aggiornata la Bibliografia nel non breve lasso di tempo intercorso
(alcuni saggi del 2004 sono comunque citati). La stessa B. nella sua
breve Introduzione mette a fuoco e analizza le prospettive di ricerca
che l'argomento offre e fa il punto sulla tematica, sottolineando che
le orazioni permettono di vedere 'in action' un politico, Cicerone, che
pure e\ anche un fine intellettuale e uno studioso di retorica. Gia\
dai brevi riassunti dei saggi presentati dalla B. nella sua
Introduzione emerge la difficolta\ di definire e circoscrivere la
nozione stessa di invettiva ed il suo raggio di azione: ogni autore
offre un contributo, come vedremo, teso soprattutto ad individuare
elementi particolari di un discorso molto complesso e sfaccettato,
evitando cosi\ definizioni preconcette e soprattutto classificazioni
nette. Osserva la B. a p. XII che  "no contributor other than Uri/a
explicitly situates his or her hypothesis or investigation within any
theoretical framework" inserendo questa tendenza nella prospettiva
critica del "new historicism", nel senso direi di combinazione di
tradizioni di pensiero diverse: anche se puo\ apparire un punto di
vista abbastanza ovvio, trattandosi dell'analisi di discorsi
ciceroniani ben calati nel loro contesto storico culturale, la B. tende
a sottolineare in questo un elemento di 'novita\' e di coesione del
volume, e quindi ne va preso atto. Certo e\ che non si puo\ non
consentire con lei quando afferma che non ci sono conclusioni nel
volume perche/ "the aim is opening, not closure".

Nel primo saggio dal titolo Invective and the orator: Ciceronian theory
and practice, Jonathan Powell (P.) analizza con estrema sintesi, ma in
modo molto efficace, i presupposti su cui si basa la sua analisi,
distinguendo tra oratoria forense e politica e sul ruolo dell'invettiva
nei due diversi ambiti, partendo anche dall'analisi del termine e
cercando di operare una distinzione con il piu\ generico 'attack' (non
mancano neanche i confronti con la realta\ socio-politica e giuridica
moderna): egli applicherebbe il termine 'invettiva' in senso stretto
solo alla In Pisonem, alla In Vatinium e alla seconda Filippica, in
quanto hanno come scopo primario quello di colpire un avversario,
mentre per esempio nella prima Catilinaria non c'e\ solo questo
intento, ma anche la denuncia delle trame eversive del nemico politico.
Da una distinzione come questa verrebbero ad essere non considerate
'invettive' alcune parti delle Verrine, che a mio parere costituiscono
invece chiari esempi del genere, come poi nella pratica dell'analisi
vediamo esemplificato: troppo sottile per esempio mi pare la
distinzione svolta anche a p. 9 tra l'in Pisonem e le Verrine, dato che
i topoi e il linguaggio non sono certo dissimili.

I paragrafi successivi vertono su un sintetico quadro dell'invettiva a
Roma nel contesto storico sociale, nella teoria retorica antica, nella
pratica politica e forense, per approdare poi ad un'analisi, articolata
in brevi paragrafi, dedicata a Cicerone: la domanda cui P. vuol
rispondere con la sua indagine e\ il ruolo svolto dall'invettiva nella
prassi forense ciceroniana e quindi si interroga rapidamente sulla
presenza dell'invettiva nelle diverse tipologie di orazione, arrivando
alla conclusione (p. 15 s.) che non puo\ essere individuata una chiara
differenza tra pubblico e privato. Considera il ritratto negativo di
Sassia nella Pro Cluentio "the most colourful invective in the whole
forensic corpus" (p. 16), ma si limita ad affermazioni piuttosto
generiche: per permetterci di entrare nel laboratorio letterario di
Cicerone sarebbe comunque stato utile dare almeno uno specimen
interpretativo ed una bibliografia adeguata sull'argomento (mi limito a
ricordare J.T. Kirby, The Rhetoric of Cicero's Pro Cluentio, Amsterdam
1990 e E. Narducci, Cicerone e i suoi interpreti. Studi sull'Opera e la
Fortuna, Pisa 2004, 55 ss.). In conclusione, come e\ naturale visto il
carattere del tema, ci si interroga sulle problematiche relative dando
delle risposte non ultimative, ma 'aperte': soprattutto si lamenta che
ogni indagine che voglia essere rappresentativa sul piano
socio-politico e non sul genus letterario si scontra col fatto che
abbiamo solo la punta di un iceberg e cioe\ la testimonianza
rappresentata da Cicerone stesso.

Il secondo capitolo contiene un saggio di Robin Seager, Ciceronian
invective: themes and variations, incentrato su "three modes of attack
in his invectives" nelle tre orazioni d'invettiva (In Pisonem, In
Vatinium, seconda Filippica, ma poi anche ovviamente dalle Verrine),
vale a dire sul fatto che la condotta dell'oggetto di critiche e\ senza
precedenti, che la sua negativita\ non ha uguali, ed infine valutando
la synkrisis con altri comportamenti. Il contributo procede esaminando
una casistica ben articolata secondo lo schema gia\ detto: interessante
mi sembra osservare che quando si arriva al tema della synkrisis il
polo positivo del confronto e\ rappresentato dal comportamento di
Cicerone stesso. Del  tutto convincente  si presenta l'analisi dei
passi della In Pisonem alla p. 32 s. per es.: la comparazione tra
l'accoglienza a Cicerone reduce dall'esilio e Pisone che torna dalla
Macedonia rappresenta anche a mio parere il caso piu\ emblematico.[[1]]
Prima di arrivare alle conclusioni, S. analizza rapidamente le stesse
tipologie nelle invettive di Claudiano, dove troviamo esempi non
dissimili: egli conclude che la via percorsa da Cicerone fu seguita
almeno da Claudiano. Mi sembra utile aggiungere comunque che lo schema
tipologico esaminato pare costituire l'esatto opposto della laudatio,
dove i motivi dell'unicita\ e della synkrisis sono senz'altro presenti
e ne rappresentano un carattere costitutivo (basti ricordare a
proposito Quint. inst. 2, 1, 11 Non laus ac uituperatio certaminibus
illis frequenter inseritur?).

Il contributo di Javier Uri/a, The semantics and pragmatics of
Ciceronian invective, e\ quello che maggiormente corrisponde al tema
del colloquio, da cui hanno origine i saggi contenuti nel volume, e
cioe\ l'attenzione verso la componente linguistica delle invettive
ciceroniane: la sua interessante indagine si focalizza su un
personaggio minore, Sesto Clelio, ed in particolare sui sei passi dove
questo scriba di Publio Clodio viene attaccato con allusioni oscene e
doppi sensi, data la pruderie congeniale al linguaggio oratorio, che
impediva espliciti riferimenti all'ambito sessuale. La sfera semantica
esaminata e\ quella relativa a termini come os e lingua (con l'analisi
anche del correlato spurcus da intendere come riferito alle abitudini
sessuali), con qualche interpretazione a mio parere non priva di
forzature riguardo a presunti sottintesi sessuali: per es. a p. 55 s.
mi lasciano perplessa le considerazioni svolte per intendere
praegustator e scriptor come allusivi a fellator, oppure occultantem
che sarebbe evocativo di osculantem. Nella sezione conclusiva del
contributo, che e\ relativa alla "pragmatics", si mette giustamente in
luce come molte tecniche oratorie ciceroniane presuppongano "the
audience actively involved in his arguments": tra questi espedienti
retorici vanno indubbiamente annoverati l'ironia, le domande retoriche,
l'iperbole.

Il saggio di Keith Hopwood, Smear and spin: Ciceronian tactics in De
lege agraria II, che e\ apparentemente il meno coerente col tema
complessivo del volume, mira ad offrire un quadro articolato della
complessa situazione politica e giuridica che porta Cicerone a
combattere la legge agraria di Rullo operando un evidente
stravolgimento della realta\: quindi per dirla con H. si tratta di
"partisan oratory in action" (p. 76), che opera accreditando
un'immagine di se/ come vero popularis, e delegittimando il suo
avversario Rullo anche attraverso un'abile descrizione del suo aspetto
fisico degradato (analisi a p. 82) e un'elaborata analisi del potere
degenerato dei decemviri, cui si puo\ assimilare chiunque come Rullo
aspiri ad una supremazia personale, e che quindi costituisce il vero
nemico del popolo, perche/ toglie potere alla plebs. In conclusione H.
osserva che la complessa tecnica oratoria di Cicerone dovrebbe essere
costantemente tenuta presente anche dagli studiosi di storia antica,
che dalla seconda orazione De lege agraria traggono tutte le loro
notizie sulla proposta di Rullo.

Il contributo di Catherine Steel, Name and shame? Invective against
Clodius and others in the post-exile speeches, presenta un interessante
approccio relativo all'uso del nome proprio nelle orazioni: in
particolare l'indagine verte sulla figura di Clodio nelle orazioni post
reditum, poco studiate e sottovalutate, secondo la S., che, attraverso
la sua analisi dell'omissione o della presenza del nome proprio, fa
emergere una sottile e raffinata strategia apologetica da parte
dell'oratore. Non potendo seguire tutto il filo del suo ragionamento,
mi limito a segnalare che, per esempio, mi sembra molto acuta la
discussione di p. 110 s., che vede nella genericita\ delle formulazioni
la volonta\ di affermare che l'esilio di Cicerone ha rappresentato non
un caso personale, ma una minaccia per tutta la res publica. Inoltre e\
dato significativo (vd. p. 116) che Clodio nelle orazioni post reditum
diventi "the unnamed enemy" , un personaggio cui si allude piu\ che
citarlo direttamente, forse per una strategia di cauto attendismo nei
confronti di un avversario ancora temuto: qualche osservazione utile in
questo senso gia\ in J. Nicholson, Cicero's Return from Exile. The
Orations Post reditum, New York 1992, saggio non presente in
bibliografia. Il gioco allusivo di omessa citazione del resto puo\
trovare un'interessante conferma, a mio parere, in un'opera molto piu\
tarda come i Paradoxa Stoicorum, dove viene apostrofato un ignoto
avversario, che assume in se/ tutte le caratteristiche di Clodio, che
diviene quindi cosi\ il Nemico per eccellenza (come per es. ai
paragrafi 17 s. e soprattutto paragrafi 27 ss.). E del resto potrebbe
essere utile anche il confronto con un'invettiva acerrima come l'Ibis
ovidiana per comprendere come anche il dire o il non dire il nome del
nemico possa assumere una particolare valenza 'intimidatoria', come
dimostrano per esempio i vv. 9 nam nomen adhuc utcumque tacebo e 51 Et
neque nomen in hoc nec dicam facta libello.

Segue un contributo di Byron Harries, Acting the part: techniques of
the comic stage in Cicero's early speeches: l'analisi di H. non manca
d'interesse, ma non sembra essere completamente e coerentemente
armonizzata col tema della raccolta, giacche/ d'invettiva in senso
stretto non si tratta, quanto di rapporto tra scena e tecnica oratoria
e delle riflessioni sul ruolo del teatro comico presenti in passi dei
trattati retorici ciceroniani. In relazione all'interscambio tra teatro
e oratoria in generale, un esempio da non sottovalutare poteva inoltre
venire da Terenzio, i cui prologhi sono stati spesso messi in relazione
proprio con la tecnica oratoria e forense, come osserva, tra gli altri,
S. M. Goldberg, Understanding Terence, Princeton 1986, specialmente 40
ss.

Nella sezione introduttiva del contributo di Ingo Gildenhard, Greek
auxiliaries: tragedy and philosophy in Ciceronian invective, troviamo
quei riferimenti al linguaggio dell'invettiva e alla commedia che ci
saremmo aspettati nel precedente saggio di Harries.[[2]] G. intende
invettiva nel senso piu\ ampio del termine, come sinonimo di convicium,
e, per cogliere il complesso intreccio ciceroniano fra realta\ politica
e humus culturale derivata dalla tradizione filosofica greca e dal
teatro tragico, nel suo denso saggio si serve di tre specimina: il
primo e\ la trasformazione di Clodio, nell'orazione De haruspicum
responsis paragrafi 37-39, in un monstrum la cui ascendenza letteraria
pertiene alla sfera dell'empieta\ e del furor tragico (non a caso viene
confrontato con Atamante e con i matricidi della tradizione tragica).
E\ difficile poter dare conto nei particolari di analisi cosi\
riccamente articolate, che mirano a dare spessore ideologico a quelle
che potrebbero apparire semplici invettive, pur arricchite da
riferimenti mitologici o letterari: per esempio nel capitolo dedicato
all'in Pisonem  intitolato Cicero in search of a lost theodicy G.
individua "the key themes" dell'orazione in poena e supplicium, e un
duplice scopo, discolparsi e punire i suoi nemici, esaltato dal
continuo ricorso alla synkrisis (interessante in questo senso la
rappresentazione del proprio esilio come una devotio: vd. p. 155 e n.
17).[[3]] La strategia ciceroniana viene analizzata con stimolanti
osservazioni, che testimoniano una composizione studiata e articolata
secondo una precisa progressione, che sembra culminare (vd. p. 160 s.)
nelle citazioni tragiche (paragrafi 43-44) da Ennio, introdotte dalla
famosa  espressione Thyestea execratio: il sostrato letterario non
basta pero\ a spiegare, secondo G., la tensione morale ciceroniana che
aspira a validita\ universale attraverso un accorto ricorso ai
fondamenti della filosofia greca, platonica in particolare. La terza
sezione del saggio analizza attraverso un passo di una lettera (Att. 7,
11, 1) l'atteggiamento ciceroniano verso il monstrum Cesare, qui
paragonato prima ad Annibale, e poi contrapposto al sistema ideale di
valori platonico, ridisegnando la dignitas tradizionale romana con
l'aiuto della filosofia greca: un modo d'approccio che ricorre
soprattutto nel De officiis, dove del resto l'azione 'tirannica' di
Cesare trova sostegno in quattro citazioni dal teatro tragico
latino,[[4]] collocate in punti nodali della trattazione e a sostegno
delle proprie idee morali.

L'ultimo saggio di R. L. van der Wal, dal titolo 'What a funny consul
we have!' Cicero's dealings with Cato Uticensis and prominent friends
in opposition, tende ad ampliare il concetto d'invettiva in senso
stretto, sottolineando come anche in altre orazioni in riferimento ad
'amici' Cicerone usi tattiche argomentative, che combinano abilmente
battute di spirito non offensive e analisi dell'ethos: esempi molto
convincenti sono tratti dalla Pro Murena, nel valutare la presentazione
di figure come Servio Sulpicio Rufo e soprattutto Catone, emblematico
esempio di come Cicerone fosse capace di adattare il suo ragionamento
alle circostanze e al pubblico. Per chiarire la posizione  critica
ciceroniana verso Catone nella Pro Murena, vengono esaminate le
successive prese di posizione nei trattati e nelle lettere: la
conclusione e\ (p. 193) che le critiche a Catone non hanno "the deeper
impact that true invective has". Nella Pro Caelio si osserva quello che
potremmo definire un intrigante 'gioco delle parti', giacche/ Cicerone
si trova costretto a dover abilmente dribblare tra questioni presenti e
passate difendendo un avversario scomodo, legato comunque all'ambiente
di Clodio e Clodia e che in qualche modo era stato irretito perfino dal
fascino di un antico nemico come Catilina.[[5]] Clodia diviene il
bersaglio della critica ciceroniana, che si tinge d'invettiva nella
nota prosopopea di Appio Claudio: ancora una volta Cicerone si serve
dell'ethos negativo di un suo avversario per guadagnarsi la fiducia
della corte e per ergersi a difensore degli interessi dei boni.

In conclusione, un utile ed interessante volume, corretto nella forma e
con ricchi indici finali,[[6]]   nel quale le diverse metodologie dei
saggi contribuiscono a mettere in luce la complessita\ delle strategie
retoriche di un oratore come Cicerone, capace di coniugare ironia
pesante, degna della commedia e del mimo, con lo spessore etico che gli
deriva dalla sua formazione filosofica e dal suo ruolo attivo di
intellettuale al servizio della politica.

INDEX

Joan Booth: Introduction: man and matter, pp. IX-XIV.

1. J.G.F. Powell: Invective and the orator: Ciceronian theory and
practice, 1-23.

2. Robin Seager: Ciceronian invective: themes and variations, 25-46.

3. Javier Uri/a: The semantics and pragmatics of  Ciceronian invective,
47-70.

4. Keith Hopwood: Smear and spin: Ciceronian tactics in De lege agraria
II, 71-103.

5. Catherine Steel: Name and shame? Invective against Clodius and
others in the post-exile speeches, 105-128.

6. Byron Harries: Acting the part: techniques of the comic stage in
Cicero's early speeches, 129-147.

7. Ingo Gildenhard: Greek auxiliaries: tragedy and philosophy in
Ciceronian invective, 149-182.

8. Rogier L. van der Wal: 'What a funny consul we have!' Cicero's
dealings with Cato Uticensis and prominent friends in opposition,
183-205.


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Notes:


1.   E' un tema che anch'io ho sviluppato in un mio lavoro edito nello
stesso anno con considerazioni analoghe: Scenografie per un ritorno: la
(ri)costruzione del personaggio Cicerone nelle orazioni post reditum,
in G. Petrone-A. Casamento (a cura di), Lo spettacolo della giustizia:
le orazioni di Cicerone, (Palermo 7-8 marzo 2006) Palermo 2007, 119-137
(in particolare sul ritorno di Pisone, vd. 128 s.). Del resto anche
altri saggi contenuti nel volume miscellaneo ora citato sviluppano
problematiche affini a quelle affrontate nel volume curato dalla Booth
a testimonianza dell'interesse comune di studiosi di diversa formazione
per Cicerone oratore e per la tematica dell'invettiva e del suo
linguaggio: citerei in particolare G. Petrone, Incrocio di fabulae
nell'orazione contro Pisone.

2.   Alla bibliografia segnalata alla n. 2 di p. 175 da aggiungere ora
almeno lo studio di M. Leigh, The "Pro Caelio" and comedy, CPh 99,
2004, 300-335.

3.   A proposito della n. 17, noterei che il tema della devotio
riferito alle orazioni post reditum non e\ solo nel saggio di Goar, ma
e\ affrontato anche in altri studi: ricordo in particolare W. Wimmel,
Ciceros stellvertretendes Opfer. Zum Text der Oratio cum populo gratias
paragrafo 1, WSt 7, 1973, 105-112, e soprattutto il recente A. Dyck,
Cicero's Deuotio: the Ro^les of dux and Scapegoat in his post reditum
Rhetoric, HStClPh 102, 2004, 299-318.

4.   Sul ruolo delle citazioni tragiche, acciane in particolare, utili
confronti si leggono in G. Petrone, L'Atreo di Accio e le passioni del
potere in S. Faller-G.Manuwald (Hrsg.), Accius und seine Zeit,
Wuerzburg 2002, 245-253.

5.   A proposito di questo punto e di altre analisi presenti nel
saggio, credo che sarebbe stato importante tenere conto dell'ottimo
quadro della Pro Caelio che si legge in un capitolo del volume di E.
Narducci, Modelli etici e societa\. Un'idea di Cicerone, Pisa 1989,
189-225.

6.   Ho notato solo un piccolo refuso degno di nota: nell'Index of
Personal Names, p.208, s.v. Accius leggiamo Didascalia invece di
Didascalica, come correttamente pubblicato a testo a p. 132.