[sud] Intervista a Gianni Minà sul governo Lula

"Sara @Chiodofisso" <[email protected]> Sun, 6 Feb 2005 19:34:01 +0100
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Diffondiamo l'intervista sul governo Lula che Gianni  Minà, dal Social Forum
di Porto Alegre, ha rilasciato a Gianluca Ursini per Peacereporter.
In un clima generale che intende demonizzare la politica di risanamento
sociale ed economico adottata dal presidente del Brasile, Minà ha voluto
offrire un'analisi diversa, sottolinenado come grandi mutamenti non siano
realizzabili  in breve tempo.

La redazione di Latinoamerica



Brasile - 27.1.2005
Il vento di Lula
Gianni Minà interviene su Lula: "E' la vera svolta"



-Cominciamo dalle perplessità sull’operato di Lula, che hanno manifestato
anche sociologi ideologicamente vicini al presidente come Emir Sader. Cosa
ne pensa?

Sader è un tipo molto duro, un trotzskista, comunista vecchia maniera, che
non approva le mezze misure. Vorrebbe fare la rivoluzione. Ma se governi un
Paese grande come un continente, con quasi 200 milioni di persone, dove la
prima cosa da fare è dare loro da mangiare, la seconda è curarli e la terza
è dare loro una casa che non sia di fango, è chiaro che sei costretto ad
andar piano. Il Fondo Monetario Internazionale è un ente criminale che può
ammazzare chiunque, anche un Paese come il Brasile.


-Un ente criminale?

Certo. Ormai lo dico a tutte le conferenze. Il Fmi è un ente criminale. Le
sue famose ‘ricette economiche’ possono distruggere milioni di persone. La
gente si può ammazzare con i cannoni, ma anche con le banche. Sfido a
smentirmi.


-Quindi non condivide l’analisi di Sader?

Non condivido l’idea così radicale di Emir Sader, anche se capisco la sua
ansia. Ma il solo fatto che adesso in Brasile ci sia una democrazia
compiuta, in cui sta tramontando l’impunità, in cui vengono perseguiti i
guardiaspalle dei ‘terratenientes’ che fino a due anni fa ammazzavano senza
conseguenze i ‘Sem Terra’, è una grande svolta. Prima di Lula la polizia
privata ammazzava i sindacalisti ‘siringueros’ - i raccoglitori di caucciù -
come Chico Mendes, adesso non è più così. L’impunità è finita!
Eccolo il risultato più immediato dell’elezione del presidente operaio. E
ricordiamo che certe conquiste sono faticose. Certo sono passati due anni e
ancora non ha fatto la Rifoma agraria! Ma la farà, non si può dubitarne.
La farà, perché è la promessa più solenne mai fatta durante la sua rincorsa
alla presidenza. E’ che in un  Brasile in cui ancora ci sono zone rimaste al
medioevo, in cui ci sono signorotti feudali, fare una riforma agraria come
si deve è una questione complessa. Non dimentichiamoci che in Europa la
riforma agraria risale a fine ‘800, vale a dire oltre tre secoli dopo la
fine del medioevo. E’ dunque un problema non indifferente e ci vuole tempo
per risolverlo concretamente.


-E tutto lo scetticismo di certa parte della sinistra europea da dove viene,
allora?

C’è da dire una cosa, di cui mi prendo tutta la responsabilità: quella certa
parte di sinistra che si definisce “riformista” - un vocabolo che non so
cosa voglia dire nel concreto - non ha mai sopportato la sinistra
latinoamericana. Quella latinoamericana è troppo più fattiva. È passata da
così tante esperienze: dalla lotta armata alle repressioni più feroci del XX
secolo - persino più feroci dello stalinismo, oserei dire - e non accetta le
esitazioni di quella che chiamiamo sinistra in Europa. Questa sinistra ha
accolto con un certo sarcasmo perfino il fatto che fosse stato eletto
presidente del Brasile un operaio. Puntava, infatti, su Serra, ministro
della salute nel precedente governo di Henrique Cardoso, non su Lula. E
perché questo favore verso Cardoso? Perché da giovane era stato un sociologo
marxista. Nulla importava che poi avesse accettato di sedersi al timone di
un governo di centro-destra, colluso con i “terratenientes” che uccidevano i
“Senza Terra”.
Questa è la stessa sinistra che ha dovuto accettare la vittoria di Lula col
sorriso, ma che non l’ha mai amato. È salita sul carro del vincitore
all’ultimo, scegliendolo quale unico uomo di sinistra latinoamericano da
digerire. Tutte le altre esperienze in piena evoluzione, infatti, che stanno
sconvolgendo i piani degli Usa, non sono assolutamente ben viste dalla
sinistra europea. Vedi tre esempi eclatanti: il Venezuela di Chavez, messo a
dura prova dai referendum di popolarità architettati dall’opposizione e
sempre vinti in scioltezza. L’Uruguay, dove ha appena vinto Tabaré Vazquez,
assicurando al Paese un governo di sinistra del tutto avverso alle mire Usa.
E infine, le rivolte popolari in Bolivia capeggiate dai leader indigeni per
impedire la svendita delle risorse naturali, come il gas, alle
multinazionali statunitensi.
Ecco, verso tutto questo c’è l’incomprensione più assoluta. Non capiscono
cosa stia succedendo in America Latina. Ecco dove colloco l’atteggiamento
ironico nei confronti di Lula.


-Perché non viene capita l’importanza per il Brasile di avere Lula al
timone?

Lula rappresenta una svolta clamorosa. Il Brasile è un Paese che ha visto
una dittatura, tanti governi corrotti. È un Paese che ha visto finti
presidenti di sinistra come Cardoso.
Il presidente operaio è il cambiamento radicale. Certo, forse in politica
economica Lula sta proseguendo la stessa strada del suo predecessore, ma
come svincolarsi in un batter d’occhio dall’abbraccio della Banca Mondiale e
del Fondo Monetario? E’ grazie a lui, ripeto, che sono tramontate le
impunità, e che sono state avviate operazioni sociali del livello di Fame
Zero.
Per questo non sono d’accordo con chi critica duramente e in toto il suo
governo. Certo non chiudo gli occhi. Mi rendo conto che anche Frei Betto,
consigliere del presidente, a un certo punto si è sentito in difficoltà in
questo governo e si è ritirato, ma non per questo adesso getta la croce su
Lula.


-Quindi, diamo ancora fiducia a Lula e speriamo che venga rieletto?

Certo. Non dimentichiamo che se cade l’esperienza Lula, per il Brasile non
ci sarà perlomeno per altri 50 anni la possibilità di vedere l’area
progressista governare a Brasilia.


-Non esiste alternativa a Lula?

No. Lula ha una storia politica di 20 anni. Ha fondato il Pt, che è il più
grande movimento di sinistra del continente latinoamericano. Come trovarne
un altro? Negli anni Ottanta, Lula capì che la sinistra tradizionale sarebbe
stata incapace di competere con le forze conservatrici brasiliane e fondò
quindi un raggruppamento alternativo che appunto è diventato il partito dei
lavoratori più grande del continente. Ha raggruppato tutti i movimenti
d’opposizione. Una grande esperienza. Un grande uomo.


-Ma Lula ha un difficile equilibrio da mantenere nel suo governo?

Non si deve dimenticarlo! Nell’esecutivo, il ministro all’Economia è
Palocci, ex governatore del Banco centrale brasiliano. Un uomo certo non
inviso al Fondo Monetario e alla Banca Mondiale. Difficile conciliare
Palocci con la sindachessa di Fortaleza, neo eletta, appartenete all’ala
critica a Lula del Pt. Non è semplice far conciliare queste anime così
diverse.


-A livello internazionale, si può parlare di “effetto Lula”?

Con l’avvento di Lula s’è accodato un intero mondo. Prendiamo Kirchner in
Argentina, per esempio. Un peronista del sud, lontano dalla corruzione di
Buenos Aires e dai giochi alla Menem che, una volta eletto, ha preso una
linea progressista copiata da Lula. Poi consideriamo Chavez o il Frente
Amplio in Uruguay, o i movimenti indigeni, non solo in Bolivia, ma anche in
Ecuador, dove hanno affrontato il presidente Gutierrez che s’è rimangiato le
promesse di sinistra per soddisfare gli interessi statunitensi.
E’ stato il vento di Lula ad alimentare questi movimenti. Il vento di
sinistra.
Il Pt di Lula, il Frente amplio uruguagio hanno messo in atto la vera
democrazia partecipativa, dimostrando che può non essere solo uno slogan.
È qualcosa che si realizza giorno dopo giorno in molti stati, città, comuni
e pueblos del Brasile. Il Pt può anche aver perso Porto Alegre – per le
solite lotte interne della sinistra - ma governa molte più città e stati
rispetto a quando Lula non era presidente. Avranno anche perso San Paolo
alle recenti amministrative, ma hanno conquistato altre cinque grandi città.
Per questo dico che bisogna andare piano nel giudicare.

Gianluca Ursini

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